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Conflitto in Ucraina
11 Marzo 2022
14:24

Perché 50 Paesi rischiano la carestia con la guerra in Ucraina, spiegato da Maurizio Martina (Fao)

“Stimiamo che una cinquantina di Paesi che dipendono dalla Russia e dall’Ucraina per almeno il 30% della loro fornitura di grano siano a rischio”, spiega Maurizio Martina, vicedirettore generale della Fao, in un’intervista a Fanpage.it. La guerra sta avendo e avrà ripercussioni drammatiche sul mercato e soprattutto sui Paesi legati a Russia e Ucraina per quanto riguarda le forniture di “grano, mais, orzo, semi, olio di girasole”, ma anche di “fertilizzanti”.
Intervista a Maurizio Martina
Vicedirettore generale della Fao
A cura di Tommaso Coluzzi
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Grano, mais, fertilizzanti, energia. La guerra rischia di mettere in crisi l'intero mercato globale dell'agroalimentare, ma soprattutto di avere un impatto devastante sui Paesi che più sono dipendenti dai prodotti che arrivano dalla Russia e dall'Ucraina. Non nasconde la sua preoccupazione Maurizio Martina, ex ministro, deputato e segretario del Partito Democratico che oggi ricopre la carica di vicedirettore generale della Fao – l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura – intervistato da Fanpage.it.

Maurizio Martina, vicedirettore generale della Fao
Maurizio Martina, vicedirettore generale della Fao

Quali sono le conseguenze della guerra in Ucraina sul mercato?

La Russia è il principale esportatore al mondo di grano, l'Ucraina è al quinto posto. Parliamo di due grandi Paesi che storicamente hanno sempre fornito anche ad altri beni agricoli primari: il grano, il mais, l'orzo, i semi, l'olio di girasole. Questo, tra l'altro, si incrocia con il fatto che la Russia è anche un grande player dell'energia, il che ricade sull'agricoltura perché per fare i fertilizzanti la componente energetica è molto importante. L'incrocio tra queste dinamiche crea ripercussioni molto significative sulla sicurezza alimentare. Stimiamo che una cinquantina di Paesi che dipendono dalla Russia e dall'Ucraina per almeno il 30% della loro fornitura di grano siano a rischio.

Di quali Paesi stiamo parlando?

Parliamo di Paesi del Nordafrica, del Medio Oriente, dell'Asia. Come l'Egitto, la Turchia, il Bangladesh, l'Iran, che sono i principali importatori mondiali di grano. Acquistano oltre il 60% del loro grano dalla Russia e dall'Ucraina. O anche Paesi come Libano, Tunisia, Yemen, Libia, Pakistan, che dipendono anche loro fortemente da Russia e Ucraina.

La situazione, insomma, è molto preoccupante…

Sì, il blocco dei porti nel Mar Nero ha interrotto le forniture e la situazione in Ucraina non può che preoccupare anche dal punto di vista agricolo. Tutta l'attività di semina di queste settimane e la conseguente raccolta di giugno è messa in discussione dalla situazione drammatica che si sta vivendo. Ricordiamo che il grano è un alimento fondamentale per più di un terzo della popolazione mondiale. Una sua drastica riduzione nelle esportazioni – sul mercato globale – impatta su una grande fetta di popolazione, che poi è la stessa già in difficoltà dal punto di vista della sicurezza alimentare.

Parliamo di Paesi dove la carenza di pane, già in passato, è stata la base delle rivolte…

Il ricordo, soprattutto sul fronte Nordafricano, dei conflitti, dei tumulti, degli effetti di una carestia alimentare e di una carenza dei beni agricoli primari è ancora molto vivo. In alcuni contesti una drastica riduzione di questi beni primari può portare rapidamente a una condizione socioeconomica molto difficile. Ci ricordiamo tutti quello che è successo durante l'ultima crisi alimentare del 2007/2008. C'è grande preoccupazione.

Come sono coinvolte, invece, l'Europa e l'Italia?

Gli effetti anche sul fronte europeo sono immediati. Basta pensare che il 50% dei fertilizzanti che si usano in Europa arriva dalla Russia. L'aumento dei prezzi dell'energia aveva già prima del conflitto fortissime ricadute sul comparto, oggi non ne parliamo. Se poi a questo aggiungiamo il fatto che anche noi ci riforniamo dei beni agricoli di Ucraina e Russia il quadro è certamente preoccupante, come ha sottolineato in queste ore anche il ministro Patuanelli. Se si parla con le associazioni di settore italiane, con le imprese agroalimentari in particolare delle filiere che lavorano con il grano e i cereali, la preoccupazione è enorme, perché l'incrocio di queste due dinamiche mette in difficoltà anche noi. La situazione è ancora peggiore se si pensa al blocco dell'export deciso dall'Ungheria.

Cosa si può fare per uscire da questa situazione?

Dobbiamo evitare che ci siano risposte solo a livello nazionale. È fondamentale tenere il più possibile i mercati aperti, far circolare almeno i beni agricoli primari perché tutte le nuove eventuali restrizioni aggraverebbero ulteriormente la situazione. Quando scatta il panico sul mercato e c'è la spinta a chiudere, gli effetti che si vedono nell’immediato possono anche essere di tenuta nelle singole realtà, ma nel medio periodo si aggrava ulteriormente la situazione. Perciò è molto importante che si riesca a mantenere aperti i percorsi del commercio mondiale, quanto meno dei beni agricoli primari.

Qual è lo scenario peggiore?

Avremmo quello di cui stiamo parlando in questi giorni, e cioè dei rischi seri di sicurezza alimentare in tante realtà già fragili. Non possiamo permetterlo. Anche durante la prima fase della pandemia di Covid c'è stata una grande difficoltà, ma poi la contrazione si è assorbita rapidamente. Gli effetti del 2007-2008, invece, sono stati durissimi. Per questo dobbiamo mantenere aperte le reti del commercio, lavorare per diversificare di più le forniture, soprattutto chi è troppo legato a pochi Paesi, perché altrimenti si è più vulnerabili. E poi dobbiamo mettere in campo subito iniziative, reti di sicurezza sociale per proteggere le persone più in difficoltà.

Quanto si sta già facendo su questo?

Il lavoro svolto già oggi in Ucraina da parte delle organizzazioni internazionali è fondamentale. Bisogna evitare reazioni protezionistiche mirate solo al singolo Paese e spingere sempre di più i meccanismi della trasparenza del mercato aperto. Questa è una chiave fondamentale soprattutto perché i più esposti rischiano di essere i Paesi in via di sviluppo, quelle realtà che già sono molto delicate.

C'è anche la questione dell'aumento dei prezzi, che in verità è in corso da tempo. Qual è la prospettiva?

I nostri indici già da mesi rilevavano l’aumento di tutti i beni agricoli primari. Questo processo va avanti da più di un anno ed è figlio della crisi energetica cominciata ben prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina. I nostri scenari di poche settimane fa – prima che cominciasse la guerra – indicavano una stabilizzazione dei prezzi di alcuni beni agricoli nel medio periodo, ma questa analisi oggi è cambiata completamente. C’è grande incertezza e nessuno riesce ancora a tratteggiare una proiezione, perché tutto dipende da quello che accadrà nei prossimi giorni.

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