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Paziente con sospetta emorragia lasciato solo, gente che rinuncia alla tac: 20 minuti all’ospedale di Reggio Calabria

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A cura di Redazione
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Pazienti lasciati soli, gente che rinuncia agli esami diagnostici per paura, indicazioni per la preparazione alla tac inesistenti: Fanpage.it ha raccolto una testimonianza anonima dal Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.

"Sospetta emorragia e mi lasci il paziente solo?": è con questa frase che inizia la testimonianza anonima arrivata a Fanpage.it dal presidio Morelli del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, uno dei più importanti presidi sanitari della Regione.

Venti minuti, una decina di persone che aspettano di sottoporsi a un esame diagnostico, accettazione vuota a luci spente. Per chiedere informazioni devi aspettare che l'unica infermiera di turno passi dal corridoio per avere risposte. C'è chi vuole sapere se si trova nel posto giusto, chi vuole avere informazioni sugli esami, chi aspetta in silenzio.

Tra questi c'è un paziente, sospetta emorragia interna, lasciato solo dal personale medico all'interno della sala diagnostica. "Dove vai che lasci il paziente qua?", chiede ad alta voce l'infermiera al collega, invitandolo a raggiungere il paziente e aspettare che sia messo in sicurezza. "No, devo smontare, ho già parlato con la capo sala", risponde lui. Lei insiste e la conversazione animata continua davanti agli altri pazienti in attesa, che assistono alla scena preoccupati. Il paziente con sospetta emorragia interna è ancora dentro la sala diagnostica, da solo.

"Sono scioccata", dice una donna, dopo essersi lasciata andare a una risata. "Rido per non piangere, noi ce ne andiamo, non mi danno sicurezza", aggiunge. Dall'altra sala si sente continuare la conversazione tra l'infermiera e il collega – "Io devo andare avanti, capito? Una paziente mi ha aggredito" –, mentre la donna si avvicina all'uscita insieme ad altre due persone.

Proprio mentre è sul punto di andare via, chiamano il suo nome. Si avvicina all'infermiera e spiega che preferisce sottoporsi all'esame in un altro momento. "Non lo volete fare? Poi dovete riprenotare, lo sapete?", risponde lei, probabilmente facendo riferimento ai tempi delle lunghe liste d'attesa del sistema sanitario nazionale. A loro non importa, decidono di andare via.

Chi rimane si guarda intorno, gli accompagnatori raccomandano ai familiari di prestare attenzione alle modalità in cui viene svolto l'esame. Un'altra persona varca la porta della sala d'attesa, blocca l'infermiera per chiedere informazioni, spiegando che ha bisogno di averle in fretta perché il parente che ha accompagnato sta aspettando fuori, sotto il sole, sulla sedia a rotelle.

Lei chiede di aspettare, "una sono", ripete con tono agitato, mentre continua a correre avanti e indietro. Quando riesce a fermarsi spiega all'uomo che le ha chiesto informazioni che per la tac con liquido di contrasto serve avere la creatinina e il consenso informato firmato dal medico curante, altrimenti non è possibile eseguire l'esame. "E chi ce le ha prescritte queste cose? Durante la prenotazione non ci hanno detto niente. Non è che le devo sapere io queste cose", spiega. "Non gliel'ho fatta io la prenotazione signore, neanche io [le devo sapere, ndr]", risponde l'infermiera.

L'uomo esce fuori per chiamare il medico e poco dopo rientra con il familiare che deve sottoporsi all'esame. L'anziano inizia ad agitarsi rivolgendosi al personale medico. "Sono i limiti dello stress. Uno perde la pazienza, perché noto una leggerezza, un menefreghismo, sulla pelle degli altri": il giorno prima è stato chiamato dall'ospedale per la conferma dell'appuntamento, ma nessuno gli ha dato informazioni sulla preparazione all'esame.

Prima di eseguire una tac con liquido di contrasto, infatti, bisogna rispettare alcune linee guida: portare gli esami della creatinina – per valutare se la funzionalità renale è adeguata a smaltire il liquido – ed essere a digiuno da almeno sei ore.

"La creatinina ce l'ho perché guardato su internet di mia iniziativa, ma ormai avevo già mangiato", spiega. Alcuni dei pazienti in attesa gli fanno notare che probabilmente non gli faranno eseguire l'esame perché, avendo mangiato, potrebbe avere degli effetti collaterali e falsare anche le immagini della tac. "Avrebbero dovuto mandarmi per email la preparazione, che vergogna, che vergogna", dice amareggiato.

Venti minuti dentro una sala d'attesa, venti minuti dentro la vita di chi ogni giorno deve confrontarsi con un sistema sanitario malandato, venti minuti in cui è facile rendersi come quella della sanità italiana sia una guerra tra poveri. Da un lato c'è il personale medico sovraccarico , dall'altro ci sono i pazienti che, troppo spesso, soffrono due volte: per la malattia e per i disagi che devono affrontare durante i percorsi di cura.

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