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Neonati sepolti in giardino a Parma

Neonati sepolti a Parma, dalle dichiarazioni della mamma nessuna scusa: “Ha scelto per lei il ruolo della vittima”

La Procura di Parma ha chiesto 26 anni di carcere per Chiara, accusata dell’omicidio premeditato dei suoi due bambini. In aula la ragazza ha letto una lettera che sembra volerla rappresentare come vittima, senza scuse. Le indagini e le perizie però rivelano un disegno premeditato, ripetuto e privo di empatia, nonostante la giovane età.
A cura di Margherita Carlini
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immagine di repertorio
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La Procura di Parma ha richiesto 26 anni di reclusione per Chiara, accusata dell’omicidio premeditato e della soppressione dei suoi due bambini.

Nel corso dell’ultima udienza davanti alla Corte D’Assise, la ragazza ha scelto di fare dichiarazioni spontanee, leggendo, per circa sette minuti una lettera.

Poteva essere l’occasione per fornire le proprie motivazioni, anche per chiedere scusa, invece lei sembra aver scelto di indossare il ruolo della vittima.

Una lettura che viene definita dai presenti monotono, il cui contenuto lascia davvero senza parole, ma che forse, dice molto, oltre ai fatti per i quali è a processo, di lei.

“Non volevo fare del male ai miei bambini […] non sapevo di essere incinta”.

Sono questi i concetti che ritornano, in maniera ridondante, nelle parole scritte dalla donna. Dichiarazioni che stridono con la realtà, con quei due corpicini rinvenuti sepolti nel giardino di casa, uno mentre lei era in vacanza con la sua famiglia a New York, e con quanto emerso dalle ricerche effettuate nei mesi precedenti la nascita. Due gravidanze e due neonaticidi che sembrano uniti da un profilo di serialità, concomitanza e sovrapponibilità. Sembra esserci alla base delle azioni poste in essere da da Chiara, uno schema comportamentale che si ripete, dopo un tempo di raffreddamento anche piuttosto breve, in termini di tempistiche e con modalità e condotte che si ripetono identiche.

“Ho sempre dichiarato che sapevo di essere incinta, ma perché mi sembrava l’unica spiegazione possibile, non ho mai fatto un test di gravidanza, non sono mai stata sicura di esserlo. C’erano momenti in cui pensavo di più, come quando facevo la doccia e vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva. Allora facevo le ricerche, ma non ho mai messo in atto niente, ero stanca, confusa”.

Quelle ricerche però, come fa notare anche la accusa, sono sempre negative, volte a nascondere o ad interrompere la gravidanza (per altro con dettagli che rimandano alle precise settimane di gestazione) ed infine ad avere notizie sulle tempistiche con cui un corpo si decompone. Ricerche che pertanto definiscono un preciso disegno di morte. Sarebbe stata infatti incompatibile, la nascita imminente del secondo figlio, con la prevista vacanza a New York, a meno che lei, Chiara, non avesse già deciso che quel bambino non sarebbe mai sopravvissuto.

Sembra piuttosto, ascoltando queste parole, che ancora una volta Chiara abbia deciso di mentire, come aveva già fatto con la sua famiglia, le sue amiche ed il fidanzato, padre dei due bambini. Come aveva continuato a fare una volta raggiunta dalla notizia del rinvenimento del primo corpicino e poi con gli inquirenti. Chiara sembra mantenere stabile un comportamento che la caratterizza, quello della mistificazione, della tendenza alla menzogna e al tentativo sistematico di manipolare la realtà, anche di fronte alle evidenze. Condotte queste che le sono state riconosciute anche come aggravanti, equiparate però alle attenuanti della giovane età e dell’immaturità (rilevata nel corso della perizia disposta dalla Corte).

Numerosi sono poi i passaggi in cui Chiara assume il ruolo di vittima. Vittima di giudizi che a suo avviso non merita, di etichette che non le corrispondono e di un destino di sofferenza di cui non sembra essere l’artefice.

“Sono anche stata descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini” ed ancora, “quei bambini sono parte di me, non gli avrei mai fatto del male”.

Laddove queste parole potrebbero risuonare come elementi dissociativi, in un soggetto che non ha adesione con la realtà e pertanto non ha contezza delle azioni che ha posto in essere, a fronte anche delle valutazioni prodotte, appaiono più come il prodotto di una strategia volta a rappresentarla per quello che non è.

“Molte persone hanno parlato di me ma nessuno ha mai pensato a quello che si prova quando perdi un bambino”

Dalle perizie emerge che Chiara, seppur capace di intendere e di volere al momento dei fatti e pertanto priva di patologie psichiatriche, presenta un profilo personologico assolutamente complesso, connotato da una fragilità di natura narcisistica. Proprio come una narcisista, Chiara si rappresenta come vittima, degli altri, della situazione, di giudizi che non la rappresentano e proietta all’esterno da sé le responsabilità di quei crimini per i quali è a processo. Manifesta il bisogno di essere vista o, allo stesso modo, la sofferenza per non esserlo stata abbastanza e si mostra, anche nel corso di queste spontanee dichiarazioni apparentemente incapace di provare empatia, per i suoi bambini prima di tutto, ma anche per le altre persone coinvolte. È lei a chiedere di essere compresa.

Un funzionamento personologico questo, unito alla concreta ipotesi di serialità interrotta, alla totale incapacità di provare empatia e all’assenza di consapevolezza circa la gravità delle azioni poste in essere e delle conseguenze delle stesse, che, nonostante la giovane età, ci restituiscono l’immagine di una ragazza ancora lontana dalla possibilità di un effettivo recupero.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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