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Emergenza lavoro
18 Luglio 2022
11:42

“Mi dicono sempre: ‘non sei buono, non sei capace’, a 37 anni cerco qualcuno che mi tenda la mano”

Fanpage.it riceve e pubblica la lettera di un 37enne abruzzese che ci racconta la sua vita fatta di studi e tutte le sue difficoltà nel trovare un lavoro: “Voglio dimostrare a me stesso e agli altri che non ho sbagliato tutto e che non sono sbagliato”.
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Fanpage.it riceve e pubblica la lettera di un 37enne abruzzese che ci racconta la sua vita fatta di studi umanistici, a differenza di tutti i suoi familiari imprenditori agricoli. Perché lui – racconta – aveva "mani da penna" e non fatte "per impugnare la zappa".

"Ho preso la maturità classica, la laurea in Lingue e culture moderne e la qualifica di Educatore professionale socio-pedagogico, ma non è stato semplice perché nel 2009 c'è stato il terremoto a L'Aquila ed io ero lì quella notte, con la bozza della tesi sulla scrivania, pieno di progetti e ambizioni: più la terra tremava e più le mie sicurezze si sgretolavano e quell'evento tremendo mi ha portato a un lungo periodo di vita apparente, chiuso in casa, incapace di immaginarmi in una città diversa da quella. Ero un sopravvissuto, un terremotato e basta".

Sono un uomo di 37 anni, abruzzese. La mia è una famiglia semplice, che viene dalla terra, difatti mio padre e suo fratello, oggi scomparso, si sono a un certo punto reinventati imprenditori agricoli, mettendo su un'azienda che cura gli appezzamenti di terreno di diversi clienti della Val Vibrata, effettuando operazioni che vanno dall'aratura alla semina di cereali, alla trebbiatura e così via.

Io però non ho seguito le orme paterne perché queste mie dita affusolate, "mani da penna" diceva papà, non erano fatte per impugnare la zappa. Diversamente dai miei fratelli che, pur non lavorando in azienda hanno scelto percorsi più pratici dopo la scuola dell'obbligo, io ho scelto la via dello studio, perché "andavo bene a scuola", era il mio habitat o forse il mio rifugio. Forse perché mi sentivo diverso, quasi in colpa per non possedere le capacità manuali e la forza dei miei consanguinei.

L'essere diverso mi ha accompagnato fin dal concepimento: essendo quartogenito e non desiderato, mia madre decide di portare avanti la gravidanza, ma che contestualmente alla mia nascita effettuerà la legatura delle tube per impedirne altre. Si opta per un taglio cesareo programmato così da fare direttamente l'altra operazione. Ma forse, chi lo sa, per un errore di valutazione io non ero ancora pronto a venire al mondo e due ore dopo la nascita ho avuto un'insufficienza respiratoria con conseguente emiparesi ed ematoma cerebrale.

La sofferenza neonatale non mi ha impedito di condurre una vita ‘normale', pur portandone fisicamente i segni (un'invalidità, plantare correttivo, diseguaglianza dell'emisoma corporeo, scarso equilibrio, deambulazione claudicante, lombalgia cronica e rigidità) e un marchio emotivo, un'impotenza appresa che parenti e familiari con ruvidezza esternavano quotidianamente: "Non sei buono a…", "non sei capace di…","guarda il figlio di…, tu invece….".

Non riuscivano a comprendere che la mia non era solo "una gamba più corta", c'era un mondo dietro. Per fortuna c'erano le maestre, c'era la scuola, e io volevo essere come loro, oggi ho capito che ho scelto la mia professione a 10 anni, quando le insegnanti mi facevano affiancare i compagni in difficoltà nelle discipline, come tutor, e ci riuscivo bene, perché mi piaceva giocare con le parole, rendere accessibile il difficile, essere un punto di riferimento per i miei compagni, quella guida autorevole ma accogliente che a me era mancata.

Ho preso la maturità classica, la laurea in Lingue e culture moderne e la qualifica di Educatore professionale socio-pedagogico, ma non è stato semplice perché nel 2009 c'è stato il terremoto a L'Aquila ed io ero lì quella notte, con la bozza della tesi sulla scrivania, pieno di progetti e ambizioni: più la terra tremava e più le mie sicurezze si sgretolavano e quell'evento tremendo mi ha portato a un lungo periodo di vita apparente, chiuso in casa, incapace di immaginarmi in una città diversa da quella. Ero un sopravvissuto, un terremotato e basta.

Quando poi ho sentito di dover rialzare la testa sono cominciate le delusioni sul piano lavorativo, sottolineate costantemente dai miei: "Avresti dovuto scegliere un altro percorso", "con i tuoi titoli non farai nulla", "dovevi scegliere la ragioneria, i computer, vedi tizio, vedi caio…Tu invece…"

Non sono mai riuscito a ottenere un impiego che andasse oltre il volontariato o il saltuario. Io oggi voglio finalmente una busta paga, un lavoro vero per dimostrare a me stesso e agli altri che non ho sbagliato tutto e che non sono sbagliato: qualcosa che abbia a che fare con la formazione, o la scrittura. Sarei disposto anche a rimettermi sui libri ma non ho accesso a nessuna borsa di studio, né i requisiti per il reddito di cittadinanza.

Se dovessi scegliere un destinatario di posta, sarebbe il mio futuro datore di lavoro, qualcuno che mi tenda la mano e mi dia una possibilità, che mi indichi "la strada di mattoni gialli" attraverso cui raggiungere la realizzazione personale.

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