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Opinioni
Omicidio Chiara Poggi: il delitto di Garlasco

Delitto di Garlasco: come si è formata l’impronta sul gradino 0 e perché non può essere dell’assassino

L’idea che sulla scena del crimine vi fossero più persone è un’ipotesi che, visionando accuratamente le immagini e le impronte di scarpa riscontrate, non può trovare fondamento. Gli aggressori avrebbero dovuto necessariamente intercettare le vaste tracce ematiche disposte sul pavimento.
A cura di Katia Sartori
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Tra ombre mai dissipate e continue indiscrezioni, cresce l’attesa di scoprire cosa nasconda la relazione dei RIS di Cagliari firmata dal Tenente Colonnello Andrea Berti. Al centro del mistero ci sono ancora loro: le macchie di sangue nella villetta di Via Pascoli a Garlasco, sottoposte a una nuova e sofisticata interpretazione.

E mentre i media suggeriscono che questa nuova consulenza possa cambiare radicalmente la comprensione dell’omicidio di Chiara Poggi, il confronto mediatico si polarizza tra chi si affida al metodo scientifico e chi preferisce interpretazioni più soggettive, dove le opinioni rischiano di prevalere sui dati oggettivi. Ma siamo davvero di fronte a elementi investigativi mai emersi prima, oppure si tratta solo di illusioni alimentate dal desiderio di novità? Per scoprirlo, dobbiamo tornare laddove tutto ebbe inizio: in Via Pascoli, sulla scena del crimine.

L’impronta di una calzatura sul gradino 0

Il dibattito si è recentemente arricchito di una nuova ipotesi riguardante il "gradino 0" della scala di casa Poggi. Secondo alcuni, su questa superficie sarebbe presente un’impronta di calzatura finora inedita, descritta come una figura geometrica “composta da tre linee parallele e regolari”. La tesi suggerisce che tale traccia sia stata impressa proprio nelle fasi concitate del delitto, quando il sangue di Chiara era ancora fresco e l’assassino ancora in casa.

Alcune teorie hanno addirittura suggerito che la nuova traccia possa essere compatibile con la suola di un paio di calzature rinvenute pochi giorni dopo il delitto. Queste scarpe furono ritrovate all'interno di una borsa di plastica contenente vestiti sporchi, abbandonata in un canale tra i campi di Garlasco e la vicina Tromello. Proprio su queste paia di scarpe si è innescato un acceso dibattito: alcuni sostengono che gli accertamenti volti a individuare eventuale materiale ematico non fossero stati eseguiti con il necessario approfondimento imposto, data la delicatezza dell’evento omicidiario e le peculiarità di questo ritrovamento.

Tuttavia, un'analisi più dettagliata delle procedure seguite dagli uomini comandati dal Gen. Luciano Garofano, rivela un quadro differente. Le scarpe in questione, marca "mister Valentino" e caratterizzate da un modestissimo valore economico di poche decine di euro, furono sottoposte a un protocollo di verifica minuzioso. I militari del RIS di Parma utilizzarono dapprima le luci forensi per individuare tracce di interesse investigativo e poi, utilizzarono il luminol, un reagente capace di rilevare anche tracce di sangue estremamente diluite.

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Tutte le tracce evidenziate furono saggiate con test speditivi e infine, come documentato dal verbale di operazioni tecniche del 4 settembre 2007, furono analizzate tramite l'OBTI test, un esame specifico e altamente selettivo per la ricerca di sangue umano, che diede esito negativo. Emerge quindi un quadro diametralmente opposto rispetto a quanto prospettato dai media poiché il lavoro svolto dal RIS non fu affatto approssimativo. Al contrario, i militari seguirono scrupolosamente tutte le linee guida forensi disponibili all'epoca, applicando una progressione di test scientifici volta a escludere con certezza la presenza di materiale ematico su quegli abiti e su quelle calzature.

Dal momento che si può ragionevolmente escludere che la suola delle scarpe “mister Valentino” abbia originato la traccia inedita sul “gradino 0”, e quindi che tali calzature siano mai entrate nella casa dei Poggi, per comprendere davvero la natura di una traccia di sangue lasciata da una scarpa è necessario considerare le dinamiche di trasferimento. Quando una scarpa attraversa una pozza di sangue, si genera solitamente una sequenza di impronte che, passo dopo passo, perdono nitidezza. La prima impronta risulta chiara e ben distinguibile, mentre la seconda appare già più tenue e meno precisa, poiché la quantità di sangue sulla suola diminuisce. A partire dalla terza impronta, le tracce si fanno sempre più sfocate, fino a diventare quasi invisibili all’occhio umano e rilevabili soltanto con strumenti forensi come il luminol. In poche parole, in una tipica scena del crimine, l’aggressore lascia generalmente due o tre impronte ben definite, seguite da altre tracce più sfumate. Gli investigatori sfruttano proprio questa sequenza per ricostruire il percorso dell’aggressore, individuando la direzione di fuga o i movimenti all’interno della scena del crimine.

Nella villetta di Garlasco, i RIS individuarono 27 impronte riconducibili al percorso dell'assassino. Secondo le perizie, tali tracce avrebbero avuto origine dalla vasta macchia di sangue situata a ridosso del "gradino 0", ricaricandosi ogni volta che l’aggressore vi transitava poiché rimbrattava le sue suole. Seguendo questo principio logico e fisico, se il segno sul “gradino 0” fosse realmente un’impronta di scarpa, dovrebbero essercene altre simili nelle immediate vicinanze, generate dal naturale movimento dei piedi. L’idea quindi che sulla scena del crimine vi fossero più persone è un’ipotesi che, visionando accuratamente le immagini e le impronte di scarpa riscontrate, non può trovare fondamento. Questo perché gli aggressori, avrebbero dovuto necessariamente intercettare le vaste tracce ematiche disposte sul pavimento. Al contrario, le uniche impronte identificate per forma, struttura e dinamica, attribuibili a una suola imbrattata di sangue, appartengono esclusivamente a una calzatura di marca Frau.

Ma quindi quella traccia, come può essersi formata?

L'analisi delle prime fotografie scattate sulla scena del crimine permette di verificare la disposizione delle tracce ematiche sul "gradino 0" e nell’area circostante. Così come sottolineato anche dagli investigatori dell’epoca, tra le 135 tracce ematiche di varie forme e dimensioni, spicca sulla superficie del gradino un’impronta insanguinata, catalogata come "traccia 4", riconducibile a una suola di scarpa destra con disegno a "pallini". L’assassino ha senz'altro lasciato l’impronta della scarpa destra a “pallini” mentre apriva la porta a soffietto per sbarazzarsi del corpo di Chiara. È quindi illogico ipotizzare la presenza di una seconda persona: il "gradino 0", che misura 90x30cm, tenuto conto dell’ingombro naturale della porta a libro, non disponeva dello spazio necessario per ospitare un altro individuo oltre alla vittima e al suo aggressore. A ulteriore riprova, la posizione della nuova traccia è talmente prossima al bordo della lastra di marmo che una seconda scarpa, se presente, avrebbe necessariamente avuto metà pianta appoggiata sul gradino e l’altra metà sospesa nel vuoto, sull’alzata. Pensate a quanto sarebbe instabile trovarsi in quella posizione, con solo una parte della scarpa a contatto con il gradino, mentre si tenta di sollevare o spostare un corpo privo di vita: è plausibile che in una simile situazione si sarebbe facilmente perso l’equilibrio. E se ciò fosse avvenuto, avremmo dovuto riscontrare tali tracce indicative sui gradini successivi.

È possibile ipotizzare che quella traccia si sia formata durante il passaggio del corpo della vittima?

Da un punto di vista tecnico e logico, risulta più probabile che quella traccia definita come “figurata, composta da tre rette parallele e regolari” si sia formata durante il passaggio del corpo di Chiara Poggi prima di scivolare lungo le scale, piuttosto che appartenere alla scarpa di un secondo aggressore.

La Bloodstain Pattern Analysis (BPA), disciplina forense specializzata nell’analisi delle tracce ematiche, definisce le cosiddette tracce “wipe” come quelle che si formano quando un oggetto pulito o non contaminato attraversa una superficie su cui è presente sangue ancora liquido. Questo movimento altera la disposizione originaria della macchia: il sangue, sia esso in gocce o in pozze, viene trascinato dall’oggetto, producendo linee e sbavature che modificano la forma iniziale della traccia.

Quando si analizza una traccia lasciata da un oggetto in movimento, si possono osservare alcuni elementi distintivi: il sangue tende ad accumularsi nel punto di primo contatto, assottigliandosi verso la fine del movimento: questo, permette di dedurre la direzione dello spostamento. Provate a immaginare una persona, con la mano pulita, che tocca una pozza di sangue fresca su un tavolo e la trascina lateralmente. Sul piano resterà una striscia allungata, con il sangue più concentrato dove la mano ha toccato per prima e più sottile verso la fine del movimento. Oppure, provate a immaginare un oggetto, come un bastone o un braccialetto, che viene trascinato su una superficie dove c’è sangue fresco. Lascerà una serie di linee o striature che corrispondono alla forma dell’oggetto stesso.

Nel caso di specie, si può notare che l’inizio della traccia è formata dal contatto di almeno 3 elementi che toccano in simultanea la superficie del gradino di marmo e “sfumano” il sangue verso la fine del gradino. Il corpo esanime di Chiara, dopo essere scivolato lungo l'accentuata pendenza della scala, è stato rinvenuto in posizione prona con le braccia sotto il busto. Non è da escludere che durante la fase di manipolazione del corpo, le braccia e le mani a penzoloni, possano aver toccato la superficie del gradino di marmo, imbrattata di sangue. Dagli atti, emerge che la vittima al momento dell’aggressione, indossava al polso destro alcuni monili e, uno di questi ad esempio, risulta oggettivamente compatibile con i segni riscontrati sul "gradino 0". Tale traccia, infatti, risulta abbastanza sovrapponibile alla struttura del braccialetto composto da perline bianche e grani d'argento.

Tuttavia, la Bloodstain Pattern Analysis, pur fondandosi su solidi principi di fisica, biologia e trigonometria, può risultare uno strumento investigativo essenziale per descrivere scenari probabilistici utili a sostenere o confutare una ricostruzione dei fatti, ma raramente consente di determinare con assoluta certezza la dinamica di un evento. In altre parole, si possono fare tante ipotesi investigative, ma bisogna tenere conto poi, di quelle più probabili rispetto alle evidenze disponibili realmente disponibili.

Per arrivare alla verità su quanto accaduto quella mattina del 13 agosto 2007, i consulenti della famiglia Poggi hanno avviato una serie di accertamenti proprio sugli oggetti indossati da Chiara al momento dell’aggressione: un orecchino, alcuni braccialetti e la cavigliera. Su quest’ultima era già stato prelevato dal RIS nel 2007 un campione di DNA che comunque, era risultato “inibito” ovvero risultò essere un campione "sporco". La provetta con il contenuto estratto nel 2007 dovrebbe essere ancora a disposizione dell’autorità giudiziaria -garantendo così la catena di custodia del reperto- e non è da escludere che possa fornire, in un eventuale processo, risposte a domande finora irrisolte.

Ed è così che il caso Garlasco ci ricorda ancora una volta, quanto sia sottile il confine tra scienza e suggestione, tra dati oggettivi e ipotesi investigative. Ma fino a quando resteranno zone d’ombra, il mistero continuerà a far discutere, alimentato da interpretazioni personali e dalla costante ricerca di nuovi indizi.

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Consulente tecnico esperto in scienze forensi, analisi della scena del crimine e intelligence. Specialista in lofoscopia, investigazioni digitali e grafologia forense. Docente universitario a contratto in criminalistica applicata. Relatore di convegni in materia di identificazione personale e criminalità organizzata. Ha inoltre contribuito a indagini di rilievo nazionale, tra cui i casi di Matteo Messina Denaro, Denise Pipitone, M.llo Lombardo e Alice Neri.
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