"Ridurre l'attenzione e la morsa delle misure anti-contagio sarebbe un errore. Ci esporrebbe al rischio di un altro picco che per il sistema sanitario regionale sarebbe insostenibile". Bruno Cacopardo è il direttore del reparto di Malattie infettive dell'ospedale Garibaldi Nesima di Catania. Nei due piani di stanze che ha a disposizione sono ricoverati tra i 38 e i 40 pazienti, sempre pieni. Venerdì 27 novembre è arrivata la notizia che la Sicilia sarebbe diventata zona gialla da ieri, schiarendo l'arancione che era stato attribuito all'Isola con il primo decreto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma per Cacopardo, in prima linea nel contrasto al Covid-19, già quell'arancione era un colore troppo tenue. "Il rosso sarebbe più appropriato, considerando le attuali caratteristiche dell'epidemia nella nostra zona". Che ha colpito, per il medico, con più forza rispetto alla prima ondata.

"Io non pensavo che fosse così brutto", dice un uomo di cinquant'anni che fa ancora fatica a parlare. "Ho una bimba di 13 anni che mi aspetta fuori, l'ospedale mi ha salvato la vita, mi ha fatto vedere la luce". Accanto ha il macchinario che fornisce l'ossigeno. Per il momento non ha bisogno di usarlo. Per Calogero, 59 anni, ospitato nel letto accanto invece l'ossigeno è necessario. "Sono stato positivo ma in casa per una decina di giorni senza sintomi respiratori. Ma la saturazione era troppo bassa, così con mia moglie abbiamo deciso seguire la strada dell'ospedale", racconta a Fanpage.it. "All'inizio, con tutto quello che senti, in ospedale non vuoi venirci. Poi ti accorgi che perdi il contatto con la realtà…".

 

Carlo, invece, è un positivo asintomatico. L'unico di tutto il reparto. Doveva subire un intervento chirurgico per un'altra patologia e la positività al nuovo coronavirus lo ha costretto a un ricovero in Malattie infettive, dove è stato seguito in questi giorni. "Sto aspettando che mi diano un posto in un Covid hotel, così libero un posto. Visto che sto bene, almeno aspetto lì il tampone negativo". E non è l'unico in quella situazione: ci sono pazienti che vivono in famiglie in cui è impossibile mantenere l'isolamento. "Con mia moglie e le mie figlie non voglio rischiare, aspetto che mi spostino altrove", aggiunge un altro paziente che, però, deve ancora portare la mascherina sul viso.

"Ne ho visti tanti morire", aggiunge Carlo. Quella mattina era deceduta una donna anziana. Le salme vengono rapidamente portate in obitorio, le stanze sanificate e preparate per i nuovi pazienti. "Il prossimo quando arriva?", domanda Andrea Scollo alla collega Anna Maria Santonocito. Entrambi sono operatori sanitari. "A minuti", gli risponde lei, che da sei ore è chiusa dentro al percorso sporco, quello in cui circolano i malati. I pazienti ringraziano lei, i medici e gli infermieri in continuazione. Qualcuno si commuove dietro la mascherina pensando all'impegno del personale sanitario "per salvarci la vita".

"Questa ondata è molto più faticosa di com'era a marzo e aprile", dice Santonocito. Perché se la prima fase della pandemia aveva colpito la Sicilia più tardi e in modo più clemente rispetto alle regioni del Nord Italia, stavolta la pressione dei contagiati si fa sentire con molta più intensità. "Siamo stati lasciati troppo liberi in estate, non ci hanno protetti abbastanza, e il virus è stato lasciato circolare", prosegue l'operatrice.