Secondo Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele di Milano, il Covid “dal punto di vista clinico non esiste più”. Dichiarazioni che hanno suscitato polemiche e su cui si stanno interrogando, non senza molti dubbi, i virologi italiani. Tra di loro c’è anche Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta. Che non entra nella polemica, ma si sofferma su un aspetto su cui si discute molto in questo periodo: la stagionalità del virus. Ciò di cui sembra essere convinto Silvestri è che tutti i virus respiratori sono stagionali e anche questo non farà eccezione. Nonostante il suo post su Facebook si intitoli “pillole di ottimismo”, non c’è solo il messaggio positivo, ma anche uno più pessimistico. Con una “nota di cautela”: “L’altra faccia della medaglia della stagionalità, che oggi ci sorride aiutando a sbarazzarci da SARS-CoV-2, è la notevole possibilità che l’infezioni ritorni a fine autunno inizio inverno (direi dicembre, se dovessi fare una previsione) e si rimetta a causare infezioni più severe di oggi perché legate ad inoculi con cariche virali più elevate”.

Per Silvestri il virus potrebbe tornare a dicembre

Per Silvestri, quindi, il virus potrebbe tornare a dicembre. Ma “anche che se il virus tornasse a dicembre – cosa probabile ma non sicura – stavolta lo accoglieremo con un tridente potente di MONITORAGGIO, PREPARAZIONE, e MIGLIORI TERAPIE, in modo tale che mai si ripetano i disastri del marzo 2020”. Il post di Silvestri, comunque, è imperniato sulla positività e sul fatto che il virus si sta effettivamente ritirando, anche grazie alle condizioni climatiche: “Continua in Italia la ritirata di COVID-19”, afferma riportando i dati dell’ultimo bollettino. Il virologo ricorda: “A 27 giorni dal 4 maggio e 13 giorni dal 18 maggio non c'è NESSUN SEGNO del ritorno di fiamma della pandemia che molti paventavano o addirittura davano per scontato”.

La stagionalità dei coronavirus

Poi il professore ribadisce che le malattie infettiverisultano più comuni durante certe stagioni dell’anno e sappiamo tutti molto bene che le malattie infettive respiratorie sono più comuni d’inverno che d’estate”. Silvestri parla poi di uno “strano negazionismo della stagionalità, che francamente mi lascio perplesso”. E per questo torna a spiegare il concetto, ricordando che i quattro coronavirus “endemici nella popolazione umana” mostrano, sulla base degli studi, la loro stagionalità. “Ricordo anche che SARS-CoV-1, l’agente responsabile della prima SARS, arrivò a novembre e sparì guarda caso, a giugno”, sottolinea ancora Silvestri.

I casi di Italia, Spagna, Usa, Canada, Australia e Brasile

L’ipotesi del virologo sul Covid-19 viene confermata anche dal fatto che il virus “sembra essere meno letale dove fa più caldo, soprattutto se unito a bassa umidità relativa. Un chiaro gradiente di letalità sull’asse Nord Sud si è manifestato in Italia, dove oltre il 90% dei morti sono stati nelle regioni sopra Toscana e Marche (comprese), dove vive il 55% della popolazione italiana, mentre dal Lazio in giù si sono verificati meno del 10% dei decessi”. Altri esempi sono quelli di Spagna, Francia e Stati Uniti. E un paragone viene fatto da Silvestri anche tra Australia e Canada, ritenuti simili per le loro caratteristiche e con un’infezione partita più o meno nello stesso periodo. In Canada, però, i casi sono oltre 90mila (con 7mila morti), e in Australia, più calda, i contagi sono 7mila e i morti 103. E poi Silvestri ricorda altri Paesi come quelli del Nord Africa, con pochi casi, e l’aumento in Brasile, che ha “zone ad alta umidità e va verso il pieno inverno”.

Silvestri spiega infine come funziona la stagionalità:

Ricordo innanzitutto che la teoria classica secondo cui il clima caldo e secco protegge da COVID-19 e dai virus respiratori in generale prevede che le alte temperature e bassa umidità relativa portino non solo meno infezioni, ma anche un decorso clinico meno grave, in quanto inoculi virali più piccoli sono meno capaci di raggiungere i polmoni, come dimostrato in vari modelli animali. Ricordo che quando si dice «a questo virus non piace caldo» non ci riferisce alla temperatura a cui il virus stesso viene disattivato, ma alle temperature che rendono instabili attraverso rapida evaporazione le goccioline di fomiti (saliva, starnuti, tosse) che trasportano il virus nell'ambiente. Questo meccanismo è noto ai virologi da decenni, e spiega perché tutte le infezioni virali respiratorie (Influenza, para-influenza, RSV, rhino, adeno, etc), sono altamente stagionali, con chiarissima predilezione per l'inverno.

Infine è importante ricordare come fattori di tipo comportamentale (si tende a stare più vicini quando fa freddo e più lontani quando fa caldo, ca va sans dire) e legati alla fisiologia dell’apparato respiratorio (le temperature fredde sembrano ridurre la clearance muco-ciliare e forse anche altre funzioni difensive della mucosa respiratoria) contribuiscono in modo potenzialmente importante al fenomeno della stagionalità dei virus respiratori in generale e dei coronavirus in particolare.