Un papà si confessa sui social: “Il sangue mi ribolle quando devo giocare con i miei figli. Sono un mostro?”

Si può essere dei buoni genitori anche se non si vuole passare del tempo con loro? È questa la domanda che Justin Murphy, un papà texano, ha rivolto agli utenti di X (il fu Twitter) in un post che è rapidamente diventato virale. "La verità è che non mi piace stare a lungo con i bambini", ha scritto Murphy, spiegando come questa situazione, apparentemente irrisolvibile, lo stia tormentando ormai da tempo. "Sono passati 4 anni da quando sono diventato padre e comincio a temere per la mia anima".
Una confessione senza filtri
Nel lungo messaggio condiviso sui social, Murphy ha raccontato di come l'esperienza paterna si sia rivelata molto più dura di quanto si aspettasse. Pur non mettendo in discussione l'amore per i suoi figli o la volontà di essere un genitore presente, Murphy ha ammesso di non riuscire a godersi i pomeriggi di giochi o le passeggiate in famiglia. Anzi, sono proprio quei momenti a rendergli insopportabile il suo ruolo parentale. "Il sangue mi ribolle se devo sorvegliarli o intrattenerli per più di dieci minuti", scrive Murphy con sgomento, proprio come il signor Jekyll quando nel racconto di Robert Louis Stevenson si ritrova a fare i conti con le nefandezze del suo alter-ego Hyde.
Nel cortocircuito emotivo descritto da Murphy, la condivisione del gioco viene infatti percepita come un tormento, un'attività inutile e noiosa che lo obbliga a fare attività stupide e infantili. Anche quando cede alle richieste del figlio – una partita a palla in strada, una corsa improvvisata – lo fa con il sorriso, ma dentro, scrive, non vorrebbe essere lì. Eppure Murphy sa che un giorno rimpiangerà quei momenti e ogni volta che si trova a irritarsi per le richieste d'attenzione dei bambini finisce immancabilmente per sentirsi in colpa e provare un profondo senso di vergogna. Da qui la domanda che chiude il suo messaggio: "Sono un mostro? O i miei sentimenti rientrano in un certo intervallo di normalità storica e sono le aspettative della genitorialità contemporanea a essere fuori asse?".
Le voci di chi si riconosce: non tutti i genitori sono uguali
Come facilmente prevedibile, l'angosciosa riflessione di Murphy ha innescato un'accesa discussione sui doveri e la natura stessa dell'essere genitore. Qualcuno ha ovviamente criticato l'atteggiamento dell'uomo, tuttavia, con grande sorpresa dello stesso Murphy, per una volta la Rete ha mostrato il suo volto più compassionevole, con decine e decine di utenti che hanno dimostrato la loro comprensione.
Molti padri hanno risposto di essersi sentiti allo stesso modo quando i figli erano piccoli, invitandolo a non torturarsi eccessivamente con i pensieri negativi. "È del tutto normale, sei un buon padre", lo ha rincuorato un altro papà. Un altro utente lo ha invitato a non sentirsi un fallito, suggerendo che forse un po' di terapia potrebbe aiutarlo a fare pace con i suoi sentimenti.
C'è poi chi ha invitato Murphy a provare a cambiare approccio, iniziando a condividere le proprie passioni con i piccoli per trovare un punto d'incontro o osservando la questione da un'altra prospettiva. "Non sei un mostro. Sei bloccato perché ti stai ponendo la domanda sbagliata", ha scritto un papà. "I tuoi figli non hanno bisogno che tu goda di loro: hanno bisogno che tu li scelga, ancora e ancora, e in modi che ti costino qualcosa di concreto. Se lo fai fedelmente ora, ti risparmierai il rimpianto futuro che già senti arrivare".