Salvate i bambini della famiglia nel bosco dalla politica e dalla nostra morbosità

Da oltre un mese l'Italia osserva con una ciotola di popcorn in mano la vicenda dell'ormai arcinota famiglia nel bosco. Da quando, lo scorso 20 novembre, il Tribunale dell'Aquila ha sospeso la potestà genitoriale della coppia anglo-australiana che viveva nei boschi di Palmoli senza elettricità e acqua corrente, il dibattito pubblico si è trasformato in un'arena. Ogni dettaglio emerso, ogni testimonianza, ogni affermazione da parte degli interessati e dei loro avvocati ha alimentato uno scontro polarizzato ai massimi livelli.
Da una parte chi difende a spada tratta l'idea che chiunque (soprattutto se bianco e occidentale) debba crescere i figli "come meglio crede", anche se questo significa farli vivere ai margini in una casa priva di luce e servizi igienici. Dall'altra, l'attesa febbrile di chi aspetta soltanto che emergano nuove prove del degrado per poter proclamare di aver avuto ragione nello sposare la tesi dei giudici. Siamo arrivati al punto in cui anche un video di pochi secondi nel quale i piccoli osservano incuriositi una lavatrice diventa una notizia per arricchire ulteriormente la narrazione sul caso. In mezzo a tutto questo, smarriti e silenziosi, ci sono però proprio loro. I bambini. Gli unici per cui tutto questo clamore dovrebbe avere rilevanza.
Qual è l'interesse dei minori
Che l'interesse dei minori non sia la priorità non è però una novità. Siamo d'altronde una società ormai abituata allo spettacolo della vita privata trasformata in merce. Siamo la società dello sharenting, dove milioni di genitori pubblicano immagini dei propri figli senza interrogarsi sul futuro peso digitale di quei contenuti. Dove la gravidanza, vera o presunta, di un'attrice diventa affare pubblico e non si vede l'ora che l'influencer di turno posti un nuovo video del figlio che fa le facce buffe mentre sfoggia un completino brandizzato.
Con i bambini di Palmoli, però, siamo andati oltre lo sharenting. La loro esistenza è diventata oggetto di un voyeurismo collettivo, un teatro grottesco da cui nessuno sembra volersi alzare per primo. E a rendere tutto più intricato è intervenuta certa che in più di un’occasione hanno cercato di mettere bandiere e spolverate di populismo su una storia che avrebbe meritato solo silenzio, rispetto e competenza. I tre bambini che vivevano nel bosco sono invece rimasti un pretesto. Un argomento da usare, non delle persone da proteggere.
I figli non sono un'emanazione dei genitori
Forse, proprio davanti a questa vicenda, sarebbe tempo di ricordare un concetto tanto semplice quanto scomodo. I figli non sono emanazioni dei genitori o "entità senzienti" che acquisiscono considerazione e arbitrio solo quando crescono e cessano di dipendere dagli adulti. Sono soggetti autonomi, esseri pensanti, individui con diritti propri, anche quando ancora non sanno come esprimerli. La loro dignità non si misura in clic, né in quante opinioni riescono a generare.
Mentre il Paese continua a litigare sulle modalità con cui si cresce un bambino, nello stesso momento milioni di foto di minori vengono caricate ogni giorno sui social, spesso senza pensare al peso che quell'immagine o quella didascalia potrà avere sulla loro identità futura. È un corto circuito culturale che racconta più di noi che di loro. Ed è forse il punto da cui ricominciare: diventare adulti capaci di essere migliori, capaci di scegliere il silenzio invece dell'esposizione compulsiva.