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Né autismo né dislessia: l’esperta spiega cos’è il disturbo evolutivo del linguaggio e perché è bene riconoscerlo

Il disturbo evolutivo del linguaggio (DLD) colpisce fino a un bambino su dieci, ma resta poco conosciuto e spesso confuso con dislessia o autismo. Non è un semplice ritardo, ma una difficoltà persistente che può compromettere scuola, relazioni e autostima. Ad accendere i riflettori su questa condizione è una ricercatrice spagnola, la quale ha anche ricordato come una diagnosi precoce e il supporto mirato siano sttumenti fondamentali per ridurre gli ostacoli e favorire lo sviluppo dei piccoli.
A cura di Niccolò De Rosa
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Autismo e dislessia sono ormai termini familiari per genitori, insegnanti ed educatori, tanto da essere entrati nel linguaggio comune. Molto meno noto è invece il disturbo evolutivo del linguaggio (DLD, dall’inglese Developmental Language Disorder), una condizione che però riguarda circa un bambino su dieci in età scolare. A ricordarlo, in un recente articolo pubblicato sul sito The Conversation, è stata la ricercatrice Anastasiia Ogneva, professoressa all'Universidade de Santiago de Compostela, in Spagna, la quale ha spiegato come la scarsa conoscenza e la difficoltà di diagnosi di questo disturbo del neurosviluppo fanno sì che venga spesso confuso con immaturità, pigrizia o problemi di comportamento da parte dei piccoli.

Un disturbo "invisibile"

Il disturbo evolutivo del linguaggio non presenta tratti fisici che lo rendano riconoscibile, ma può avere un forte impatto sulla vita di chi ne soffre, poiché ostacola l'acquisizione e l'uso del linguaggio senza cause evidenti proprio come la sordità, la disabilità intellettiva o lo stesso autismo. Molti bambini riescono a cavarsela nelle conversazioni quotidiane, ma si bloccano quando il linguaggio si fa più complesso, come in quelle situazioni in cui è necessario seguire una spiegazione scientifica, leggere un testo scolastico o cogliere l'ironia di una battuta può diventare un ostacolo.

A casa, ha sottolineato Ogneva, i genitori possono notare difficoltà nel comprendere frasi articolate (l'esempio riportato da dall'esperta è: "metti il bicchiere sul tavolo e poi portami il cucchiaio") o l'abitudine a costruire frasi molto brevi e incomplete, come "bimbo giocare macchinina" invece di "il bimbo gioca con la macchinina". Spesso diventa complicato anche raccontare un episodio della giornata. Non a caso, negli anni il disturbo ha cambiato più volte definizione – "disturbo specifico del linguaggio" o "disturbo misto recettivo-espressivo"– generando ulteriore confusione. Solo grazie al progetto internazionale CATALISI si è arrivati a una nomenclatura condivisa e criteri più chiari.

Immagine di repertorio
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I segnali da non sottovalutare

Ogni bambino con DLD presenta un profilo diverso, ma esistono alcuni campanelli d'allarme ricorrenti. In età prescolare possono emergere difficoltà nel seguire istruzioni, frasi molto brevi, problemi nell’imparare canzoncine o nel raccontare cosa è accaduto durante la giornata. Con l'ingresso a scuola diventano più evidenti i problemi di comprensione dei testi, l'uso limitato del vocabolario, gli errori grammaticali e ortografici, fino alla difficoltà di scrivere in modo coerente. Come evidenziato da Ogneva non si tratta di un semplice ritardo che con il tempo si risolve da solo: se non trattato, il disturbo può compromettere l'apprendimento scolastico, la costruzione di relazioni sociali e, di riflesso, l'autostima del piccolo.

Le differenze con dislessia e autismo

Uno dei punti salienti dell'approfondimento della dottoressa Ogneva ha poi riguardato la necessità di saper distinguere il disturbo evolutivo del linguaggio dalle altre condizioni. Con la dislessia, ad esempio, la difficoltà principale riguarda la decodifica delle parole scritte – un bambino dislessico può leggere "caso" al posto di "vaso", pur avendo un buon linguaggio orale – mente un bambino con DLD può leggere correttamente ma non comprendere il senso della frase, mostrando anche un vocabolario più povero e frasi grammaticalmente scorrette.

Immagini di repertorio
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Diverse sono anche le caratteristiche dell'autismo: nei bambini con DLD l'intenzione comunicativa e le abilità sociali restano in gran parte intatte, nonostante il linguaggio sia limitato. Spesso, pur parlando tardi, questi bambini usano gesti, rispondono agli stimoli linguistici e si cimentano nel gioco simbolico, comportamenti meno tipici nei bambini con disturbo dello spettro autistico, che invece presentano maggiori difficoltà di comprensione e interazione, oltre ad adottare comportamenti ripetitivi che invece mancano dei piccoli con un disturbo evolutivo del linguaggio.

Conseguenze e interventi di supporto

Anche se molti ragazzi migliorano grazie agli interventi, le difficoltà del disturbo tendono ad accompagnarli nell'adolescenza e nell'età adulta. Ogneva ha spiegato che gli studi dimostrano come chi ne soffre sia più esposto a problemi di lettura e scrittura, abbandono scolastico precoce, difficoltà di inserimento lavorativo e fragilità dal punto di vista emotivo. Ciò non significa che la prognosi sia però una "condanna" definitiva. Con un intervento precoce e mirato, bambini e ragazzi possono imparare a gestire le difficoltà e avere un percorso scolastico e sociale soddisfacente.

Tali strumento prevedono il lavoro con logopedisti su vocabolario, grammatica e narrazione, l'uso di supporti visivi e adattamenti scolastici, insieme a una collaborazione attiva tra insegnanti e famiglie. A scuola, ad esempio, è utile dare istruzioni semplici e verificate, integrare schemi e immagini, concedere più tempo per i compiti e le verifiche. A casa, i genitori possono favorire lo sviluppo linguistico leggendo quotidianamente con i figli, ampliando le loro frasi in modo corretto e stimolandoli a raccontare episodi della giornata. Secondo Ogneva però, proprio perché "il linguaggio è la base dell'apprendimento", è bene iniziare ad applicare simili azioni di supporto fin dai primi anni: un bambino seguito a 4-5 anni ha infatti molte più possibilità di successo rispetto a chi riceve aiuto solo a 9-10 anni, quando le frustrazioni scolastiche sono già consolidate. Genitori e insegnanti, spesso i primi ad accorgersi delle difficoltà, hanno quindi un ruolo fondamentale: se un bambino fatica a costruire frasi, evita le conversazioni o mostra insofferenza per la lettura, è bene rivolgersi a uno specialista per ottenere una diagnosi precoce.

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