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Lo stress da bollette dei genitori “rallenta” il cervello dei neonati: gli effetti già nel primo anno di vita

Un nuovo studio del Boston Children’s Hospital rivela come le preoccupazioni finanziarie dei genitori possano influire con effetti duraturi sullo sviluppo cerebrale dei bimbi più piccoli. Gli autori: “Fondamentale intervenire precocemente contro lo stress”.
A cura di Niccolò De Rosa
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Le difficoltà economiche dei genitori non restano confinate ai bilanci di fine mese. Possono tradursi in stress quotidiano, in scelte obbligate su cibo, casa, tempo ed energie, e lasciare tracce anche sulla salute dei figli. Un nuovo studio del Boston Children's Hospital, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha mostrato come un genitore preoccupato di non poter coprire le spese necessarie al sostentamento della famiglia possa indirettamente favorire cambiamenti nello sviluppo del cervello dei figli già nel primo anno di vita.

Non uno stress alla volta, ma una rete di fattori

Nei primi dodici mesi il cervello cresce più velocemente che in quasi ogni altra fase dell’esistenza. Milioni di connessioni si formano giorno dopo giorno e le esperienze quotidiane contribuiscono a modellare i circuiti neurali che sosterranno apprendimento, attenzione e relazioni future. Abitazioni sicure, cibo adeguato e cure serene rappresentano un terreno favorevole per questo sviluppo. Al contrario, condizioni di stress prolungato possono interferire con un processo tanto delicato. La ricerca scientifica ha da tempo dimostrato che le difficoltà psicosociali precoci lasciano tracce durature, ma nella vita reale i problemi raramente si presentano isolati e alle difficoltà economiche si sommano spesso eventi stressanti, carichi di cura, instabilità lavorativa. Per superare questo limite, i ricercatori hanno adottato un approccio "a rete", osservando come le diverse condizioni familiari si intrecciano tra loro e quali risultano più centrali per lo sviluppo cerebrale.

Lo studio ha quindi coinvolto un gruppo di famiglie (413 partecipanti totali) seguite durante le visite pediatriche di routine a quattro, nove e dodici mesi in un ambulatorio che serve comunità con elevati livelli di povertà. Ai genitori è stato chiesto di compilare brevi questionari riguardanti il reddito, il livello d'istruzione, alcuni eventi di vita recenti e lo stress percepito. Una domanda in particolare chiedeva se i guadagni dei genitori bastassero a coprire i bisogni quotidiani della famiglia. Nelle stesse visite, l'attività cerebrale dei neonati è stata registrata con l'elettroencefalogramma (EEG), una procedura non invasiva che misura i segnali elettrici del cervello in pochi minuti.

I dati EEG hanno evidenziato che i bambini cresciuti in famiglie che dichiaravano un reddito "mai sufficiente" mostravano una maturazione più lenta di alcune onde cerebrali, in particolarequelle alfa e beta, note per essere collegate allo sviluppo cognitivo e alla comunicazione tra aree del cervello. Le differenze non emergevano alla nascita, ma si accumulavano nel corso del primo anno, suggerendo che l'esposizione prolungata alle difficoltà può incidere può effettivamente incidere sul lungo periodo.

Il ruolo centrale della "insufficienza" del reddito

Al di là dei risultati ottenuti, gli autori dello studio sono stati colpiti dal fatto che i diversi problemi familiari non sembrano affliggere i genitori in modo separato, ma tendono a presentarsi insieme, rafforzandosi a vicenda. I ricercatori hanno individuato in particolare tre fattori correlati: le condizioni socioeconomiche (come reddito e livello di istruzione), i fattori di stress (preoccupazioni finanziarie, eventi di vita difficili), e infine, gli indicatori dello sviluppo cerebrale dei bambini. A tenere insieme questa rete di relazioni è la convinzione da parte dei genitori che il proprio reddito non sia sufficiente a garantire una vita serena alla famiglia.

Tale percezione, hanno sottolineato i ricercatori, non dipende solamente dagli effettivi guadagni degli adulti, ma soprattutto da quanto quel reddito viene percepito come poco adeguato o insufficiente nella vita quotidiana. Ciò significa che anche in presenza di stipendi più che dignitosi, un adulto con alte aspettative – dettate dal proprio status di partenza o dalla semplice ambizione – può incappare nello stesso vortice nocivo di chi fatica ad arrivare a fine mese.

Perché il denaro incide sul cervello

La "sufficienza" del reddito non coincide dunque con una semplice cifra. Una famiglia può superare la soglia di povertà e tuttavia faticare a coprire spese essenziali come affitto, alimentazione, bollette o servizi per l'infanzia. Secondo i ricercatori, questa condizione può riflettersi sullo sviluppo attraverso un'alimentazione meno sana e stabile, abitazioni precarie, ma anche una minore quantità di tempo ed energia da dedicare al gioco con i figli, all'interazione e allo sviluppo del loro linguaggio. Come sottolineato da Carol Wilkinson, neuroscienziata e coautrice dello studio, "lo sviluppo del cervello non dipende solo dalla biologia, ma dalle esperienze quotidiane che i bambini vivono con chi si prende cura di loro".

D'altronde non si tratta del primo studio che ha notato come l'aspetto finanziario possa incidere sulla salute cerebrale dei più piccoli. Una ricerca americana comparsa nel settembre 2025 su Nature Mental Health ha per esempio mostrato come le disuguaglianze sociali si riflettano anche su un diversi livello di sviluppo della corteccia cerebrale, con conseguenze dirette sulle funzione cognitive dei ragazzi.

Un fattore chiave da cui partire

Per Haerin Chung, prima firmataria dello studio, l'approccio utilizzato durante la ricerca permette di individuare i "nodi" più importanti in quei processi psicologici che finiscono per influire negativamente sulla salute dei figli piccoli. "I bambini crescono in ambienti complessi, dove gli stress sono interconnessi. Agire sui fattori centrali può generare effetti a cascata", ha affermato.

I risultati suggeriscono infatti che anche una semplice indagine sul senso di sufficienza del reddito potrebbe aiutare i servizi pediatrici a individuare precocemente famiglie a rischio e a orientarle verso supporti mirati per facilitare l'accesso ai servizi per l’infanzia, programmi per raggiungere una stabilità abitativa e, ovviamente, programmi di riduzione dello stress. Intervenire nei primi mesi di vita, in una fase di massima plasticità cerebrale, può insomma produrre benefici che si estendono ben oltre l'infanzia.

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