L’idea dopo il flop Mondiali, Daniele Novara: “Basta tornei prima dei 10 anni, i bimbi non sanno giocare”

Dopo la cocente delusione per l‘ennesima qualificazione mancata ai Mondiali di calcio – siamo assenti da tre edizioni consecutive – l'Italia torna nuovamente a interrogarsi sui motivi della disfatta e sulle possibili ricette per rimettere in piedi un sistema che appare sempre più fragile e periferico rispetto al resto del mondo calcistico. Una debolezza che diventa ancora più marcata se messa a confronto con altre discipline, dal tennis all'atletica, che proprio in questi anni stanno vivendo forse il loro miglior momento nella storia dello sport italiano. Com'è dunque possibile che in un Paese che vive di pane e pallone non si riescano più a sfornare talenti o, perlomeno, una selezione di professionisti in grado di qualificarsi nel torneo che storicamente ci ha sempre visto tra i principali protagonisti? All'indomani del tracollo contro la Bosnia sono ovviamente ripartiti i soliti lamenti sui troppi stranieri nei settori giovanili (evidentemente negli altri Paesi sono state chiuse le frontiere e non ce ne siamo accorti) e sulla sempreverde questione dei bambini che non giocano più per strada (chissà in Francia quanti ragazzini fanno lo slalom tra i pedoni e le borse griffate sugli Champs-Élysées). Per ripartire davvero questa volta il cambiamento dovrebbe essere però ben più strutturale, a cominciare dalle scuole calcio.
Ne è convinto Daniele Novara – pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti – che da esperto di educazione e grande appassionato di calcio ha spiegato a Fanpage.it come uno dei principali problemi risieda proprio in un sistema che, fin dai primi calci, sembra aver accantonato l'aspetto ludico e divertente in favore di schemi e tattiche che vengono somministrate a bambini che a malapena sanno far di conto. "Senza gioco non c'è apprendimento e infatti stiamo crescendo atleti che non sanno più stoppare un pallone o fare un dribbling", spiega Novara, il cui consiglio può sembrare per molti una provocazione: basta tornei e riduzione drastica delle partite tra i bambini sotto ai 10 anni.
Dottor Novara, lei sostiene una tesi radicale: eliminare ogni forma di competizione calcistica e i tornei fino ai 10 anni. Perché questa scelta sarebbe necessaria per risanare il nostro calcio?
I bambini imparano esclusivamente attraverso il gioco, ma nel calcio odierno questa dimensione si sta perdendo. Dobbiamo tornare a mettere al centro la formazione sportiva intesa come padronanza tecnica e apprendimento ludico, non come sfida agonistica. Trovo agghiacciante che la Federazione consenta tornei competitivi in categorie infantili. È una fretta autolesionistica, perché poi ci ritroviamo con professionisti che non sanno più giocare. L'abbiamo visto con le mancate qualificazioni della Nazionale: ai giocatori sembrano mancare i basilari. Quei fondamentali si costruiscono da piccoli attraverso il gioco libero e guidato, non nella pressione del torneo o della sfida a eliminazione.
C'è anche un problema legato alla preparazione di chi allena questi bambini?
Non voglio essere duro, ma gli allenatori dei bambini sono diventati una "categoria antropologica" complessa. Molti non hanno alcuna preparazione pedagogica e scarsa conoscenza delle fasi evolutive. Si finisce per "scimmiottare" il calcio dei grandi: vedere bambini di 7 o 8 anni a cui viene chiesta la "ripartenza dal basso" è ai limiti della decerebralità. È assurdo applicare schemi tattici complessi a quell'età. Tutto questo è sostenuto da genitori convinti che la priorità sia vincere o scovare il campione in famiglia. La scienza pedagogica è però chiara: fino ai 10-11 anni la competizione agonistica depista il bambino dalla necessità di imparare.
Cosa dovrebbe sostituire la classica partita della domenica?
Bisogna privilegiare i giochi con la palla. È un concetto completamente diverso: sfide di palleggi, percorsi tecnici, giochi di precisione, persino il classico "torello". Sono attività che sviluppano la tecnica e divertono molto più di una partita tattica dove il bambino tocca palla pochissime volte. La partita vera e propria dovrebbe essere un evento raro, un'eccezione, non il fulcro dell'allenamento. Come ricorda spesso Lucia Castelli, pedagogista e consulente dell'Atalanta giovanile, i bambini non devono essere stressati da campionati professionistici precoci. In Norvegia, ad esempio, hanno rivoluzionato lo sport giovanile seguendo questi principi psico-evolutivi e i risultati, anche nel calcio, si vedono. La natura non fa salti. Se rovini la motivazione a 8 anni aggredendo un bambino perché non rispetta la posizione, stai facendo un danno educativo enorme.
Spesso però i genitori sono i primi a stilare classifiche anche dove non ci sono, alimentando questa cultura del risultato. Come si interviene su questo fronte?
Il sistema attuale non aiuta i genitori, che oggi sono molto fragili. Vanno guidati, non usati come bancomat. Le società dovrebbero fare riunioni pedagogiche serie, spiegando che l'obiettivo non è il gol in più, ma l'apprendimento e la socializzazione. Spesso queste riunioni non si fanno perché gli allenatori stessi non saprebbero cosa dire. Ci si fa scudo dietro il fatto di essere "volontari", ma il volontariato non autorizza a danneggiare i bambini. Il bullismo nei contesti del calcio giovanile è un problema serio che nasce proprio da queste tendenze di esasperazione agonistica. L'agonismo, parola che peraltro condivide la radice con "agonia", non può essere applicato all'infanzia in questi termini. È pericoloso e non porta a nulla.
Qualcuno obietterà che eliminare la competizione significhi crescere ragazzi "smidollati", incapaci di affrontare le sfide della vita. Cosa risponde?
Rispondo che stiamo parlando di bambini e quindi si torna sempre al tema dell'apprendimento. Se l'obiettivo è imparare a giocare a calcio, il metodo attuale ha fallito: l'ossessione per la gara ha impedito la costruzione delle competenze di base. Il possesso palla, ad esempio, lo impari giocando con la palla, non in una partita dove la pressione ti porta solo a buttarla via. I fondamentali si acquisiscono da bambini attraverso il gioco. Correre non basta; se vuoi solo correre fai atletica leggera. Il calcio è tecnica, coordinazione e pensiero. Urlare "copri" o "scivola" a un bambino di 7 anni è inutile: non ha le strutture cognitive per comprendere certi concetti tattici.
Anche l'aspetto economico ha un peso? Al di là del problema di accessibilità non si rischia che rette elevate spingano il genitore a pretendere che il figlio giochi e performi?
Certamente. Se la società accetta i soldi senza spiegare il progetto educativo, il genitore si sente legittimato a pretendere il risultato. Ho l'esempio di mio nipote: a 6 anni era stato quasi allontanato perché non mostrava interesse per le partite continue. Ora, giocando liberamente, sfida se stesso nel record di palleggi. Questo è il desiderio dei bambini: la sfida con se stessi e con il mezzo, non lo scontro agonistico precoce. Usare i genitori solo per fare cassa senza offrire un orizzonte educativo è ignobile. Un bambino deve andare al campo per imparare a stare con gli altri, per esprimersi e per acquisire una tecnica che gli permetta, un domani, di giocare davvero. Fare tornei competitivi a 6 anni non è sport, è una violazione delle tappe della crescita.