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L’errore che i genitori commettono quando i figli si fanno male: il rischio è aumentare il dolore dei bambini

Quando un bambino si fa male, la sua reazione dipende in gran parte dal comportamento dell’adulto. Secondo l’esperto Joshua Pate, calma e “preoccupazione calibrata” sono fondamentali per insegnare ai piccoli a gestire dolore e guarigione in modo sano.
A cura di Niccolò De Rosa
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Succede in un attimo, spesso davanti agli occhi dei genitori. Un bambino corre, inciampa, cade. Poi alza lo sguardo. Prima ancora di valutare il dolore, cerca una risposta sul volto dell'adulto. È proprio in quell'istante, scrive Joshua Pate, docente di Fisioterapia all'Università di Tecnologia di Sydney, che si gioca una lezione fondamentale sul significato del dolore. Se infatti l'adulto reagirà con sgomento, anche il bimbo inizierà a disperarsi.

L’esempio più lampante di questa dinamica arriva da un trend social di qualche tempo fa. In questi video i genitori, con i figli in braccio, colpivano con la mano una porta o un tavolo e poi si comportavano come se fosse stato il bambino a sbattere contro l'oggetto, allarmandosi e offrendo un conforto immediato. Di fronte a una risposta simile, anche se il piccolo non aveva subito alcun urto, finiva puntualmente per mettersi a piangere e disperarsi.

In un recente intervento sul sito The Conversation, Pate invita pertanto i genitori a riconsiderare il modo in cui reagiscono sia ai piccoli incidenti quotidiani, sia agli infortuni più importanti che possono avvenire nel corso della crescita. Perché sono proprio quelle reazioni che contribuiscono a costruire il rapporto dei figli con il proprio corpo.

Il dolore non è solo fisico, è anche relazionale

Secondo Pate, i bambini "prendono in prestito" il sistema nervoso degli adulti per capire quanto una situazione sia pericolosa. Ergo, il tono della voce di mamma e papà, la loro postura e persino le loro espressioni del viso diventano segnali decisivi per orientare la risposta del piccolo alla sensazione di dolore.

La ricerca, ha spiegato l'esperto, ha mostrato che urti, graffi e cadute sono eventi frequentissimi. Per un bambino piccolo possono verificarsi anche ogni due o tre ore e, secondo un vecchio studio pubblicato sul Journal of the International Association for the Study of Pain nel 1996, la maggiore frequenza di simili episodi non sembra abituare i bambini al dolore, ma anzi li renderebbe più sensibili e facili al pianto. Un aspetto non da poco, poiché i genitori (anche quelli che si considerano "poco ansiosi"), tendono a reagire più alle lacrime che alla reale gravità dell’infortunio.

Quando il genitore si agita, però, il volume del dolore sembra aumentare, come in un circolo vizioso. Se però l'adulto riesce a restare calmo, allora il messaggio che passa ai piccoli è che anche quando ci facciamo male o ci spaventiamo possiamo comunque gestire la cosa senza allarmarci in modo eccessivo.

Le frasi che sembrano rassicuranti ma non lo sono

Oltre alla reazione istintiva, a contare molto nella gestione dell'incidente sono anche le parole che si scelgono di utilizzare per tranquillizzare i bambini. Nel tentativo di proteggerli, molti adulti ricorrono infatti a frasi preconfezionate come "non è niente" o "non piangere". Pate mette però in guardia da questa abitudine.

Dire a un bambino che "va tutto bene" mentre sta percependo dolore può apparire come una smentita delle sue sensazioni, quasi un tentativo di invalidare ciò che il piccolo sta provando. È come spiegargli che, in realtà, il dolore che percepisce non è reale. Allo stesso modo, chiedergli di smettere di piangere rischia di interrompere una richiesta di aiuto legittima, senza ridurre la sensazione di minaccia che il corpo sta segnalando.

La via di mezzo tra allarme e minimizzazione

Per offrire supporto e, allo stesso tempo, disinnescare le reazioni esagerate, il consiglio di Pate è dunque quello di adottare l'approccio della "preoccupazione calibrata" (calibrated concern). Prima di parlare, l'adulto dovrebbe fare una rapida valutazione del rischio. Il bambino è vigile? Respira normalmente? Risponde? Se non ci sono segnali d’allarme, si può passare alla validazione: "quella caduta ha fatto male", "ti sei spaventato", "sono qui". Parole semplici che offrano sicurezza, non negano il disagio ed evitano escalation emotive.

Certo, come lo stesso Pate non manca di notare, l'età dei bambini fa molta differenza per ciò che riguarda il tipo di strategia da adottare. I più piccoli leggono soprattutto i volti e cercano conforto fisico. Quelli della scuola primaria vogliono spesso partecipare alla soluzione, magari aiutando a pulire una ferita. Gli adolescenti, invece, oscillano tra il bisogno di essere compresi e quello di avere spazio. Meglio chiedere di cosa hanno bisogno, piuttosto che intervenire automaticamente.

Come aiutare i bambini a riprendersi da un infortunio

Anche la gestione della fase successiva all'incidente può essere gestita in modo più efficiente, soprattutto dopo un trauma serio. Alle vecchie indicazioni basate sul riposo assoluto si affiancano oggi linee guida che valorizzano il ritorno graduale al movimento. Il modello Peace & Love (acronimo utilizzato dagli studiosi per definire un protocollo standard nei comportamenti da tenere per la riabilitazione post-infortunio), ricorda Pate, introduce concetti, come l'ottimismo e il carico progressivo, che insegnano ai bambini che il corpo è progettato per guarire e che il movimento, se dosato, fa parte della cura.

Pate suggerisce dunque tre strategie semplici. Dare un nome al dolore, per trasformarlo in informazione e mostrarne la variabilità. Calmare gli eventuali timori del bimbo (spesso i piccoli, ma anche molti adulti, ritardano il ritorno alla normalità per paura di ricadute o di provare ancora dolore) e offrire delle piccole scelte per spronarlo a iniziare il percorso di recupero ("Vuoi stare seduto con me ancora un po' o provare a camminare verso lo scivolo?" è l'esempio proposto da Pate). Infine, rielaborare l'episodio a distanza di tempo, raccontando insieme ciò che è successo e mettendo in luce le risorse del bambino: il coraggio, la capacità di calmarsi, il ritorno al gioco.

In definitiva, conclude Pate, reagire di fronte a un figlio che soffre non è affatto una cosa semplice e anche quando un genitore fa di tutto per proteggere il suo piccolo può commettere degli errori. Questo però non è importante. Ai bambini basta poter contare su adulti che prendono sul serio il  loro dolore senza trasformarlo in una minaccia insormontabile. Perché dietro ogni caduta si cela l'occasione di insegnare che il nostro corpo sa affrontare anche gli eventi dolorosi per poi adattarsi e guarire.

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