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Cinque famiglie inglesi denunciano TikTok: la battaglia dei genitori che hanno perso i figli per le sfide online

Cinque famiglie britanniche citano TikTok in tribunale negli USA: gli algoritmi della piattaforma avrebbero spinto i figli a sfide estreme e letali. È una battaglia legale senza precedenti per accertare la responsabilità dei social media sulle morti di utenti minorenni.
A cura di Niccolò De Rosa
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Cinque famiglie britanniche hanno avviato una causa negli Stati Uniti contro TikTok in seguito alla morte dei loro figli, segnando un caso senza precedenti per cittadini del Regno Unito che ricorrono a un tribunale americano contro un gigante dei social media. Il procedimento, fissato nello Stato del Delaware, si è subito trasformato nel terreno di scontro per tutti quei genitori che chiedono chiarezza e responsabilità sui contenuti online a cui i loro figli erano esposti.

Contenuti pericolosi e algoritmi sotto accusa

Le famiglie sostengono che gli algoritmi di TikTok abbiano promosso e amplificato contenuti pericolosi, tra cui la cosiddetta "Blackout Challenge", che consiste nello sfidare i ragazzi a strangolarsi a vicenda fino allo svenimento. Secondo i genitori in causa, questa esposizione avrebbe contribuito direttamente alla morte dei ragazzi. Tra i minori coinvolti ci sono Jools Sweeney, Isaac Kenevan, Archie Battersbee, Noah Gibson e Maia Walsh, tutti deceduti mentre tentavano sfide online rischiose. I genitori hanno anche denunciato la mancata collaborazione della piattaforma nella condivisione dei dati degli account dei figli, essenziali per comprendere cosa sia accaduto nelle fasi critiche precedenti alla tragedia.

Ellen Roome, madre di Jools, ha spiegato che i legali nominati da TikTok hanno già avanzato una proposta di archiviazione che verrà discussa proprio in questi giorni. Qualora i giudici decidessero di respingerla e procedere con il processo, gli avvocati delle famiglie potranno ottenere i documenti e i dati degli account dei figli ai quali l'azienda finora ha sempre negato l'accesso. "I genitori non dovrebbero dover attraversare continenti per cercare di capire cosa è successo ai loro figli", ha affermato Roome in una dichiarazione ripresa dal quotidiano The Independent.

Social media e responsabilità

La causa mira a stabilire un precedente sulla responsabilità dei social network nei confronti dei minori. I genitori accusano TikTok di aver elaborato un algoritmo in grado di creare dipendenza, così da massimizzare l’interazione degli utenti, anche a costo di esporre i ragazzi a contenuti dannosi. La stessa Roome ha chiarito che i suoi sforzi e quelli degli altri genitori non sono mossi dalla ricerca di un risarcimento. "Non si tratta di denaro,  voglio solo capire cosa stava guardando mio figlio e, se si tratta di social media, ottenere responsabilità da chi li gestisce".

TikTok ha espresso cordoglio per le famiglie coinvolte e ha ribadito di essere sempre attiva nel vietare contenuti che incoraggiano comportamenti pericolosi, con sistemi di rilevamento e team dedicati a rimuovere il 99% dei contenuti che violano le regole prima che vengano segnalati. La società sta tuttavia cercando di far dichiarare il tribunale americano non competente sulla questione, sostenendo che il procedimento coinvolge utenti e dirigenti principalmente nel Regno Unito e che la legge americana tutela la responsabilità per i contenuti creati da terzi.

La battaglia in patria per tutelare i giovani sui social

Parallelamente alla causa americana, Roome ha iniziato a promuovere nel Regno Unito la cosiddetta Jools’ Law, una proposta di legge che prevede la conservazione automatica dei dati online di un minore subito dopo la sua morte. L'obiettivo è proprio evitare la perdita di prove fondamentali nelle prime fasi di indagini e inchieste. Una modifica basata su questa proposta è stata presentata dalla Baronessa Beeban Kidron al Crime and Policing Bill e sarà discussa a breve alla Camera dei Lord.

Nel frattempo, la  battaglia legale tra le cinque famiglie inglesi e TikTok sarà seguita con attenzione da legislatori e autorità internazionali, mentre cresce la preoccupazione globale per l’impatto dei social network sui minori e il ruolo degli algoritmi nel diffondere contenuti pericolosi. Matthew Bergman, avvocato del Social Media Victims Law Centre che rappresenta le famiglie, ha sottolineato alla BBC come la questione dei pericoli online per i più giovani stia riuscendo a compattare schieramenti politici sempre in conflitto tra loro: "Indipendentemente dal partito, tutti vogliamo proteggere i nostri figli". Secondo Bergman, una combinazione di legislazione, azioni civili e pressione dell'opinione pubblica – già agitata per questioni analoghe dopo il caso di Grok, il chatbot di X che spogliava le immagini di utenti ignari – potrebbe garantire più tutele per i minorenni e maggiori responsabilità per le aziende tecnologiche.

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