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C’è un modo per aiutare i bimbi a sviluppare il pensiero scientifico attraverso il gioco: l’ipotesi in uno studio

Secondo una nuova ricerca australiana, il gioco può esser la chiave per sviluppare il pensiero scientifico nei bambini, ma serve comunque la guida consapevole degli adulti. I ricercatori hanno così elaborato il modello in tre fasi per trasformare la curiosità in apprendimento.
A cura di Niccolò De Rosa
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Che il gioco sia un'attività propedeutica alla conoscenza e alla scoperta del mondo non è certo una novità. Secondo un team di scienziati però, se i bambini vengono aiutati dagli adulti a sperimentare esperienze ludiche in grado di stimolare la riflessione e l'osservazione dei fenomeni naturali (come costruire una torre di mattoncini, far scorrere l’acqua in una canalina od osservare cosa affonda e cosa resta a galla), tali attività possono aiutare lo sviluppo del pensiero scientifico. A dimostrarlo è un nuovo studio dell'australiana Charles Sturt University che mette nero su bianco il ruolo decisivo della progettazione intenzionale degli educatori nel trasformare il gioco in apprendimento scientifico.

La ricerca, pubblicata su Research in Science Education, propone per i bambini in età prescolare un modello articolato in tre fasi interconnesse: pianificazione, azione e produzione. Tutti questi step sono basati sul gioco e la riflessione pedagogica. Un continuum che, secondo gli studiosi, mostra come l'alfabetizzazione scientifica non sia solo il risultato di attività sporadiche o di una predisposizione naturale, ma di un percorso costruito nel tempo. La pianificazione iniziale consente infatti agli educatori di individuare concetti scientifici chiave da esplorare attraverso il gioco e consolidare attraverso il ragionamento, fino a tramutare l'esperienza in un vero e proprio apprendimento.

Imparare facendo, ma con una guida

Al centro dello studio c'è dunque l’idea che non basta proporre ai bambini dei giochi stimolanti per solleticare il loro interesse nelle scienze, ma occorre rafforzare queste attività mediante le tre fasi del modello. "Questi concetti sono collegati tra loro e, quando vengono applicati durante le attività ludico-scientifiche, promuovono l'alfabetizzazione scientifica", ha spiegato Goutam Roy, dottorando e primo autore della ricerca. Nei contesti osservati, i bambini non si limitano a "fare", ma mettono in relazione esperienze diverse, collegando la forza necessaria per spingere un oggetto con il suo peso o la sua forma, rielaborando le scoperte fatte in giochi precedenti.

Lo studio ha analizzato tre diverse esperienze di gioco scientifico all'interno di una scuola dell’infanzia, mostrando come i bambini riutilizzino conoscenze già acquisite per affrontare nuove situazioni. "Attraverso tre esperienze di gioco, i bambini hanno combinato concetti e conoscenze scientifiche, applicandoli nelle loro attività", ha sottolineato Roy. È proprio questa continuità a fare la differenza. Così facendo, infatti, il sapere non si disperde attraverso i mille stimoli che un bimbo percepisce ogni giorno, ma si potenzia, perché ogni esperienza dialoga con la precedente.

Verso nuovi modelli educativi (ma con prudenza)

Secondo gli autori, il lavoro colma una lacuna importante. Molti studi hanno indagato singoli aspetti dell’alfabetizzazione scientifica nella prima infanzia, ma pochi si sono concentrati sul processo attraverso cui essa si sviluppa grazie all’intenzionalità educativa. La ricerca, condotta insieme a Shukla Sikder e Will Letts, mette in luce come l'intervento consapevole dell'adulto sia essenziale per sostenere apprendimenti di livello sempre più complesso.

"Il nostro studio offre un quadro pratico per gli educatori", ha concluso Roy, ricordando però che i dati provengono da un’unica scuola dell’infanzia e dunque serviranno ulteriori indagini per confermare il carattere universale dell'approccio. Una cosa, però, sembra ormai certa: quando il gioco è progettato con intenzione, la passione per la scienza può nascere molto prima di quanto si pensasse.

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