Caso MagicLand, il parco divertimenti italiano dove si gioca con l’esercito. L’esperta: “Grave errore”

Un percorso educativo che, dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di primo grado, dovrebbe di avvicinare bambini e ragazzi ai temi della sicurezza, della legalità e della cittadinanza attiva. Sarebbe questa l'idea alla base degli School Days organizzati dal parco divertimenti MagicLand di Valmontone, in collaborazione con diverse istituzioni, tra cui anche l'Esercito Italiano. A far discutere, però, è stata una delle attività descritte nella comunicazione iniziale del progetto: una "simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile". Il tutto, accompagnato da una locandina che mostrava un commando di soldati armati fino ai denti e pronti a fare irruzione all'interno di un edificio.
La proposta ha sollevato un'ondata di polemiche, tanto da spingere il parco a diffondere una nota ufficiale di chiarimento dove MagicLand ha ribadito che l'iniziativa non prevede alcuna forma di addestramento militare né promuove la violenza, scusandosi per una comunicazione che avrebbero generato fraintendimenti.
Al di là delle intenzioni dichiarate, resta chiaro (e ribadito dallo stesso parco divertimenti) il coinvolgimento attivo dell'esercito in una serie di attività destinate alle scuole (anzi, nella locandina si precisa che le attività sono adatte "per tutti i livelli scolastici") e la domanda di fondo resta: iniziative di questo tipo possono davvero avere un valore educativo, soprattutto quando coinvolgono bambini molto piccoli? Per provare a rispondere, Fanpage.it ha contattato ad Anna Granata, professoressa associata di Pedagogia all'Università di Milano Bicocca.
Professoressa, dopotutto i bambini giocano da sempre con spade e pistole giocattolo. Qual è la differenza con iniziative di questo tipo?
Si tratta di due piani completamente diversi. Da un lato c'è il gioco spontaneo dei bambini, che nasce nei contesti informali e che può includere anche oggetti simbolicamente usati come armi. In quel caso siamo dentro pratiche ludiche autonome, che possono persino avere una funzione di gestione giocosa del conflitto. Un'altra cosa è una proposta che si presenta come educativa all'interno del contesto scolastico. Qui non sono più i bambini a inventare il gioco, ma il mondo adulto che, attraverso un soggetto esterno, coinvolge la scuola in un progetto che finisce per veicolare un'educazione alla guerra. La scuola è un'istituzione culturale ed educativa che, per mandato costituzionale, deve educare alla cittadinanza, al ripudio della guerra, al rispetto dell'altro e al rifiuto della violenza. Quando accetta proposte di questo tipo, tutti questi principi vengono meno.
Qual è il rischio di sottoporre anche i bambini delle elementari ad attività che comunque prevedono la presenza di elementi che riguardano il mondo bellico?
È evidente che siamo di fronte a una forma di propaganda ed è gravissimo che sia rivolta a una fascia d'età così ampia. Nessuna esperienza educativa può essere identica per un bambino di sei anni e per un adolescente. Parlare di guerra a scuola è possibile, e in parte già accade: fin dalla primaria i bambini studiano i conflitti che hanno segnato la storia dell'umanità. Ma questo dovrebbe avvenire sempre in un'ottica di superamento della guerra, non di simulazione. Far "vivere" l'esperienza della guerra significa normalizzarla. Nel preambolo dell'atto costitutivo dell'UNESCO si legge che “poiché le guerre iniziano nella mente degli uomini e delle donne, è nella mente degli uomini e delle donne che devono essere costruite le difese della pace”. In un momento storico attraversato da fortissimi venti di guerra, la scuola dovrebbe restare uno spazio di pensiero radicalmente alternativo».
Qual è il pericolo di normalizzare l'idea di guerra nei più giovani?
L'infanzia dovrebbe essere un tempo di protezione, di serenità, di fiducia nel mondo adulto. Esporre i bambini a messaggi violenti e alla rappresentazione della guerra come qualcosa di inevitabile rischia di far crescere una generazione priva di speranza, con conseguenze anche sul benessere psicologico. Sono già molto preoccupata per la diffusione precoce di videogiochi fortemente violenti, ma è ancora più allarmante quando questo linguaggio arriva dalla scuola.
Qualcuno potrebbe obiettare che certe lezioni preparano i ragazzi a un mondo che sta effettivamente andando in una direzione in cui la guerra non è più un'ipotesi tanto remota…
Vero, ed è una questione centrale: la scuola deve preparare al mondo così com'è o contribuire a immaginarne uno diverso? Maria Montessori parlava di "educazione per un mondo nuovo". Se riconosciamo all'educazione il potere di trasformare la cultura e la società, allora è proprio a scuola che va coltivato un pensiero alternativo. Oggi più che mai servirebbe un'educazione al disarmo: mentre altrove si continua a produrre e vendere armi, la scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a rifiutarle.