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oggi voglio parlarti di salute mentale e dell’importanza di poter accedere a percorsi di psicoterapia per le donne e le persone trans* che stanno vivendo o hanno vissuto situazioni di violenza di genere, soprattutto quando le risorse economiche non lo permettono. Perché la salute mentale non è un dettaglio né qualcosa di accessorio: è una parte essenziale del percorso di elaborazione e di autodeterminazione, e dovrebbe essere considerata una priorità. Non è un caso che abbia deciso di parlarne proprio oggi, mentre tutte noi ci mobilitiamo contro le modifiche introdotte al decreto legge sugli stupri, dove si è scelto di eliminare la parola ‘consenso'. Non è una scelta tecnica, né un dettaglio di poco conto come vorrebbero farci credere: è una scelta profondamente ideologica, che vogliamo rispedire al mittente. Perché cancellare il consenso significa intervenire in modo diretto e concreto sulla vita delle persone, sul riconoscimento della loro autodeterminazione e sulla possibilità di essere credute e tutelate. Iniziamo.

Quando si parla di donne o persone trans* che hanno subito violenza, si pensa subito ad alcune necessità considerate urgenti: lasciare la casa, interrompere ogni contatto con il maltrattante, rendersi irreperibili, mettere al sicuro i figli e le figlie, denunciare. C’è però un aspetto a cui si presta raramente attenzione, come se non fosse nemmeno secondario, ma del tutto escluso da una scala di priorità: la salute mentale di queste donne*. Donne* che affrontano — e spesso continueranno ad affrontare — situazioni estremamente complesse, e che hanno bisogno anche di elaborare ciò che hanno vissuto per poterlo davvero superare. Eppure, quante volte, quando si parla di fuoriuscita dalla violenza, si pensa alla possibilità di intraprendere un percorso di psicoterapia? Probabilmente poche. È un tema di cui si discute ancora troppo poco, e che resta in larga parte un tabù. E, invece, è fondamentale.

Ho parlato di questo tema con Chiara Bastianoni e Francesca Cinelli. Bastianoni e Cinelli sono psicoterapeute che da anni lavorano in relazione e all'interno dei centri antiviolenza. Dalla necessità di avviare percorsi che mettano al centro la salute mentale e che siano accessibili a tuttә è nato il progetto di ‘Psicoterapia sospesa’, che vede la collaborazione delle associazioni Casa delle donne* Lucha y Siesta e di Limen, Centro popolare di psicologia clinica, che consente alle donne e alle persone trans* che stanno effettuando un percorso di fuoriuscita dalla violenza di accedere ad uno spazio di psicoterapia della durata di una anno a titolo gratuito, strutturato e duraturo. Limen nasce dall’associazione di un gruppo di psicologhe e psicologi di diversi orientamenti legati dal comune interesse di rendere accessibili i servizi psicologici a tariffe sostenibili. L'incontro con la Casa delle donne* Lucha y Siesta e con l'esperienza che Lucha stessa ha maturato nell'ambito del lavoro portato avanti all'interno dei centri antiviolenza, ha fatto emergere la necessità e il desiderio di avviare appunto il progetto di ‘Psicoterapia Sospesa'.

“Il progetto serve a sostenere percorsi di psicoterapia per donne, minori e persone trans* coinvolte in percorsi di fuoriuscita dalla violenza di genere – mi spiegano -. La durata dei percorsi, per le persone adulte, è di un anno; per i minori, invece, stiamo progressivamente allungando i tempi perché ci stiamo rendendo conto che c’è una specificità che richiede maggiore continuità. Accanto alla psicoterapia individuale, negli anni si sono aggiunte altre forme di sostegno: gruppi di mutuo auto aiuto che si incontrano circa ogni due settimane e possono durare un anno o un anno e mezzo; gruppi dedicati ai minori; e gruppi di sostegno alla genitorialità. In questo modo, nel tempo, la possibilità di supporto si è ramificata e ampliata”.

Quando le donne si rivolgono ai centri antiviolenza gestiti da Lucha y Siesta, possono accedere a una serie di percorsi di supporto e tutela che spaziano dall’assistenza legale all’orientamento lavorativo, dalla ricerca di una sistemazione abitativa sicura alla messa in sicurezza della donna e, quando presenti, dei figli, fino al sostegno psicologico. I percorsi psicologici attivati all’interno dei centri, però, hanno generalmente una durata limitata nel tempo. Si tratta di interventi fondamentali, che spesso avrebbero bisogno di essere prolungati per consentire alla persona di raggiungere una maggiore stabilità. Interrompere un percorso terapeutico, infatti, non è sempre positivo e non garantisce che tutte le fragilità e le conseguenze del trauma siano state pienamente elaborate. Da questa esigenza nasce ‘Psicoterapia sospesa', un progetto finanziato attraverso donazioni che permette alle donne ed alle persone trans* di avviare un vero e proprio percorso terapeutico gratuito e strutturato per il periodo di un anno, evitando interruzioni in una fase particolarmente delicata. Si tratta di un percorso che non si sostituisce a quello dei centri antiviolenza, ma che si inserisce in continuità con il lavoro già avviato, rafforzando il sostegno e accompagnando le donne verso una maggiore autonomia.

L’idea alla base del progetto si innesta su una serie di osservazioni e valutazioni, ma anche su un terreno politico preciso: in un contesto in cui le risorse pubbliche investite sulla salute mentale sono scarse, e in cui la domanda di cura cresce, si è voluto colmare un vuoto che resta comunque problematico. “C’è un legame evidente tra le esperienze di violenza e ciò che accade sul piano psichico: quando una donna ha subito abusi, ci sono conseguenze interne che vanno riconosciute e prese in carico. I centri antiviolenza istituzionali, a Roma, sono servizi pubblici messi a bando. Di solito i bandi hanno durata biennale (in rari casi quinquennale) e vengono affidati, tramite gara, ad associazioni che rispondono a criteri specifici. Questo significa che la continuità è fragile: due anni sono un tempo insufficiente se si considera che un percorso di fuoriuscita dalla violenza può essere lungo, soprattutto quando ci sono questioni legali — con i tempi della giustizia in Italia — e quando ci sono minori, che aggiungono livelli ulteriori di complessità. Da qui nasce Psicoterapia Sospesa: nell'ambito del percorso nei CAV, le donne possono entrare nel progetto e beneficiare di un anno di terapia gratuita”.

Lo spazio di consulenza e supporto psicologico rappresenta una delle articolazioni presenti all'interno dei cav gestiti da Lucha y Siesta e può essere richiesto direttamente dalle persone, oppure proposto dalle operatrici quando una situazione potrebbe beneficiare di un supporto – continuano Bastianoni e Cinelli -. E non è detto che debba riguardare necessariamente l’esperienza di violenza: a volte, proprio perché la mente è già occupata da ciò che è accaduto, ciò che resta sotto, e fatica a emergere, ha bisogno di trovare un luogo in cui essere ascoltato. Se, dentro quello spazio, nasce una domanda di psicoterapia e non ci sono le condizioni economiche per sostenerla, le strade sono spesso due: l’invio ai servizi pubblici, che però sono sempre più saturi e spesso non riescono a prendere in carico se non ci sono urgenze conclamate; oppure la costruzione di una rete nel terzo settore. È da qui che nasce con forza l’idea di garantire un percorso psicoterapeutico gratuito, della durata di un anno, attraverso la Psicoterapia sospesa”.

Alla psicoterapia sospesa si accede esclusivamente tramite i centri antiviolenza gestiti da Lucha y Siesta: il criterio è che la persona sia presa in carico dal Cav. “Il lavoro psicoterapeutico non può e non deve sostituire ciò che fa il centro antiviolenza, che lavora a 360 gradi e gestisce anche aspetti cruciali di sicurezza, messa in protezione, rischio, tempi e misure urgenti. In questo senso, anche le tempistiche contano: un percorso di psicoterapia può iniziare davvero quando ci sono condizioni minime di sicurezza, che rendono la mente ‘attraversabile' da contenuti complessi senza aumentare l’esposizione al rischio”.

Vogliamo spendere due parole per parlare della modifica della senatrice Bongiorno al ddl Stupri, con l’eliminazione della parola consenso, e del grave danno aggiuntivo che provoca alla salute mentale delle donne, soprattutto nei casi di violenza sessuale e di vittimizzazione secondaria. Nel nostro lavoro quotidiano cerchiamo di ridurre il danno prodotto da moltissimi episodi di violenza nelle relazioni intime, ma sappiamo anche che il contesto culturale, politico e normativo incide profondamente su questi percorsi e sui vissuti delle persone. Se il clima sociale e la narrazione dominante non cambiano, il rischio è che ci troveremo sempre più spesso a intervenire in situazioni caratterizzate una profonda sofferenza psichica che possono anche sfociare in atti agiti pericolosi e in comportamenti autolesivi che mettono a rischio la salute e la vita di chi ha già subito una violenza per mano di terzi".

Il primo ostacolo, infatti, è il riconoscimento della violenza. Una persona che subisce violenza deve prima di tutto riuscire a identificarla come tale, e questo è un passaggio estremamente complesso. “Molte delle donne che arrivano nei cav si chiedono se ciò che hanno vissuto possa essere davvero definito violenza e se sia ‘abbastanza grave’ da richiedere un intervento, soprattutto quando non ci sono segni fisici evidenti. Questo accade molto spesso nel caso della violenza sessuale che avviene all’interno di relazioni stabili. Esiste un immaginario collettivo che riconosce più facilmente la violenza compiuta da sconosciuti o in contesti episodici, mentre quella che avviene dentro relazioni affettive strutturate fatica a essere nominata come tale. Non è raro che queste esperienze emergano solo dopo mesi, perché sono le stesse donne, in primo luogo, a non riuscire a dirsi che si è trattato di una violenza”.

Se già arrivare a riconoscere e nominare l’accaduto è un percorso complesso, affrontare anche un iter giuridico e penale può diventare estremamente faticoso. La richiesta continua di spiegazioni, giustificazioni e prove rischia di produrre isolamento, senso di screditamento e una progressiva stratificazione del trauma. Il dolore tende così a diventare cumulativo, sempre più radicato e difficile da elaborare. Nel lavoro clinico osserviamo spesso come le persone oscillino tra due estremi interpretativi: da una parte delle profonde forme di autocolpevolizzazione — ‘non me ne sono accorta’, ‘gliel’ho lasciato fare’, ‘non sono stata capace di riconoscerlo’ — dall’altra la minimizzazione dell’evento — ‘alla fine è stato solo uno schiaffo’, ‘è stato solo un periodo’, ‘ci sono situazioni più gravi’. Uscire da questa polarizzazione richiede tempo, spazi di ascolto e percorsi di cura strutturati. È anche per questo che serve tempo: un anno non è ‘tanto’, ma rispetto a ciò che offre il sistema pubblico è un tempo lungo e prezioso, perché permette alla persona di iniziare a muoversi tra questi poli, costruire una narrazione diversa, prendere consapevolezza graduale, dare parole a ciò che è accaduto. Con pochi incontri, o con incontri estremamente diluiti, non avviene una reale risignificazione del trauma”.

Intervenire in ottica di promozione della salute mentale, inoltre, non produce benefici solo individuali: è un intervento che promuove salute sociale e benessere comunitario, perché aiuta a costruire fattori di protezione contro ricadute e recidive e, quando ci sono figli, incide anche sulla loro crescita e sulla loro possibilità di futuro. “Proprio per questo stiamo rafforzando sempre di più l’area minori: spesso i ragazzi e le ragazze non hanno strumenti per narrare ciò che vivono, e quindi lo agiscono — a scuola, nelle relazioni, nel comportamento. Dare loro uno spazio specifico diventa fondamentale, anche perché ciò che non trova parole oggi può ripresentarsi domani in forme diverse”.

Tutto questo non avrebbe senso senza un posizionamento femminista e transfemminista che innerva in primo luogo il lavoro dei cav gestiti da Lucha y Siesta: non è la semplice erogazione di un servizio, ma un prendersi cura che attraversa più livelli. Significa anche riconoscere che la violenza ha una dimensione sistemica: non è qualcosa che ‘capita’ a una persona perché è ‘sfortunata’, e non si può ridurre tutto a spiegazioni lineari. Certo, esistono fattori di rischio — per esempio aver subito o assistito a violenza durante l’infanzia — ma la realtà è talmente eterogenea che una causalità semplice e lineare non regge. Serve, insomma, una rete capace di tenere insieme tutti i pezzi: prevenzione, educazione, servizi pubblici credibili, risorse reali, e percorsi di cura che abbiano tempo e continuità. Senza questa rete, la psicoterapia rischia di rimanere un gesto isolato, come svuotare l’oceano con un cucchiaino. Con questa rete, invece, diventa anche un modo per ritessere legami, sperimentare alleanze e solidarietà, e costruire nuove modalità di stare nelle relazioni che promuovono benessere non solo individuale, ma collettivo”.

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Ci vediamo alla prossima puntata. Ti ricordo che ‘Streghe’ non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

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Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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