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Ciao,
negli ultimi giorni con la morte del militante di estrema destra Quentin Deranque a Lione, si sta parlando anche di Nemesis, gruppo razzista francese che si autoproclama femminista ma che col femminismo non ha nulla a che fare.
Lo voglio dire da subito, così non lasciamo spazio a dubbi, malinterpretazioni, cose strane: non dirò che Nemesis è un collettivo femminista, questa parola è totalmente insensata accostata a un gruppo razzista e che fa del patriarcato il proprio vessillo. Così come è assurdo definirle ‘femministe di destra’: non si può dirsi femministe e, allo stesso tempo, insultare o denigrare altre donne perché non bianche, e non si può parlare di femminismo senza una prospettiva universalista di giustizia sociale.
Su questo tornerò dopo. Intanto andiamo a vedere chi sono le attiviste di Nemesis: il gruppo è stato fondato nel 2019 in Francia da Alice Cordier, portavoce e figura principale. È un gruppo composto da giovani donne bianche vicine all’area dell’estrema destra, che di fatto fa propaganda xenofoba costruendo una correlazione sistematica tra violenze di genere — soprattutto sessuali — e immigrazione. Sui loro social vengono messi in primo piano i casi di violenza commessi da migranti, mentre — guarda caso — si sorvola su quelli perpetrati da uomini francesi (bianchi) o, nel nostro caso, italiani. Perché sì, Nemesis ha anche una diramazione italiana: quando si tratta di importare il peggio, non ci facciamo mancare nulla. Talmente sono ossessionate dal collegare la violenza di genere all’immigrazione, che in un video dedicato al femminicidio di Federica Torzullo, uccisa dall’italianissimo marito Claudio Carlomagno, hanno usato l’hashtag #stranieri. Così, a caso, che un po' di razzismo ci sta sempre bene.

Secondo quanto rilevato dalla giornalista Marie Coquille-Chambel, che ne ha scritto su Politis e che spesso è stata bersaglio degli attacchi di Nemesis, il gruppo ha acquisito notorietà negli anni tramite una tattica ‘semplice ma consolidata’: ossia, “infiltrarsi in eventi o manifestazioni di sinistra, accompagnate da giornalisti di estrema destra o da un servizio di sicurezza informale o privato, per ottenere filmati di aggressioni nei loro confronti, con l'obiettivo di apparire poi nei programmi televisivi di Bolloré per denunciare la ‘violenza dell'estrema sinistra’”. Alla manifestazione dell’8 marzo a Parigi, ad esempio, Alice Cordier voleva fare irruzione in modo provocatorio nel corteo insieme ad altre attiviste di Nemesis: nel loro servizio d’ordine Street Press ha riconosciuto Louis Nabucet, “un membro della divisione Martel – un gruppo neonazista parigino sciolto nel 2023 – condannato nel maggio 2024 a sei mesi di reclusione con sospensione condizionale e al divieto di porto d'armi di cinque anni per violenza a sfondo razziale e assembramento armato con l'intento di commettere violenza a sfondo razziale". Insomma, le attiviste di Nemesis girano scortate. E non da persone qualunque, ma da un servizio d’ordine pronto a entrare in azione. Quentin Deranque, l’attivista di estrema destra ucciso a Lione, secondo alcuni avrebbe fatto parte di questo gruppo: sia la famiglia del ragazzo sia le attiviste negano però questa versione, asserendo che le voleva semplicemente ‘proteggere’ e che si trattava di un amico.
In tutto questo, Nemesis ha dichiarato che loro stavano facendo un flash mob. Eppure sono in molti a considerare il gruppo ma soprattutto le sue strategie, pericolose. Mathilde Panot, leader dei deputati de La France Insoumise, ha chiesto l’esclusione da ogni loro evento di Nemesis, proprio a causa del rischio di violenze legato al loro servizio d’ordine. “Non chiediamo nemmeno lo scioglimento di Nemesis. Chiediamo che Nemesis sia tenuta fuori dai nostri comizi, fuori dalle nostre conferenze, fuori dalle nostre manifestazioni. Altrimenti finirà male”, ha dichiarato. “Da anni denunciamo il modo in cui i nostri comizi e le nostre manifestazioni vengono attaccati da gruppi di estrema destra (…) In questo Paese c’è un allarme: finirà male se si lascia degenerare la violenza”.
E in Italia? In Italia è presente una piccola sezione di Nemesis capeggiata dalla francese Astrid (non ho trovato il cognome, credo non sia noto), già portavoce della divisione francese. Scandagliando il profilo Instagram di Nemesis Italia, ciò che emerge in superficie è l’immagine di un gruppo di ragazze apparentemente ‘qualunque’: giovani, dall’aspetto acqua e sapone, che sembrano avvicinarsi al tema della violenza contro le donne in modo spontaneo. I loro account non sono taggati, i profili personali — quando accessibili — sono spesso privati o restituiscono una quotidianità priva di riferimenti politici espliciti.
Eppure, basta andare un po’ oltre questa prima impressione per accorgersi che questa rappresentazione di neutralità è tutt’altro che casuale. Secondo quanto riportato da un articolo pubblicato su Progetto Meti, “se guardiamo le biografie delle giovani donne che più ricorrentemente compaiono nei video e nelle immagini delle iniziative promosse da Nemesis, questa spontaneità e semplicità ci sembrano più che altro una messa in scena. Giorgia Falbo e Chiara Manganiello sono rispettivamente le figlie di Enzo Falbo, esponente di Fratelli d’Italia, consigliere comunale a Chivasso e coordinatore cittadino di FdI, e di Giuseppe Manganiello, storico esponente della destra di Pinerolo, attualmente consigliere di FdI e coordinatore locale del partito. Poi c’è una giovane esponente della destra veronese, Greta Mazo, di Gioventù nazionale (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia)”.
Insomma, più che un gruppo spontaneo di giovani attiviste senza appartenenze, sembra emergere una rete già inserita in ambienti politici ben definiti. Ed è proprio qui il punto: questa operazione non è affatto un’iniziativa isolata, ma parte di un tentativo più ampio di occupare e ridefinire alcuni temi — come la violenza di genere — piegandoli a una precisa agenda politica funzionale alla destra postfascista. In altre parole, non è spontaneismo, ma organizzazione. E ha contorni molto meno ingenui di quanto voglia far credere.
La destra postfascista si sta organizzando, e i segnali sono tutt’altro che isolati. Non è un caso che Astrid, in un’intervista rilasciata a Domani, richiami il concetto di ‘remigrazione’: una teoria apertamente xenofoba e razzista che sta guadagnando spazio nella galassia dell’ultradestra a livello internazionale. Non è un caso che questo tipo di immaginario trovi terreno fertile tra i giovani di Fratelli d’Italia, né che si stia lavorando per importare e adattare in Italia modelli e linguaggi già rodati altrove. Allo stesso modo, non è un caso che questo ecosistema venga amplificato da certa stampa di destra, né che si cerchino sponde e alleanze con figure come Lorenzo Caccialupi, che punta a portare in Italia Turning Point, il progetto di Charlie Kirk (tra l'altro sul suo account Instagram da oltre 350mila follower ha messo il link al suo account PayPal, mica scemo). Queste reti non sono improvvisate né naif, ma si muovono con una consapevolezza e una strategia ben precise — e sottovalutarle, trattandole come fenomeni marginali o caricaturali, rischia di essere l’errore più grande.
Il femminismo è, per sua natura, un movimento collettivo che lavora per la liberazione di tuttə, non per la sottrazione di diritti ad altrə. È un movimento che mette in discussione il patriarcato, che rifiuta di replicarne le dinamiche di esclusione e contrapposizione. E non può trasformarsi in uno spazio che alimenta disinformazione xenofoba o che agita paure per dividere, anziché costruire consapevolezza e solidarietà.
Nel 2020 Alice Cordier dichiarava: “Come donne e femministe, il nostro ruolo oggi è quello di difendere i nostri uomini, i nostri maschi bianchi e di ripristinare l’immagine del comunitarismo tra le persone che vedono la Francia come la loro unica nazione e la cultura europea come la loro, una cultura che ha sempre messo le donne su un piedistallo”. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il femminismo. Al centro non ci sono le donne, né l’autonomia o l’autodeterminazione, ma un’idea di società in cui alle donne viene assegnato il ruolo di difendere ‘i nostri uomini’ e i ‘maschi bianchi’. Una costruzione che introduce una gerarchia di genere e razziale che richiama immaginari ben precisi.
Siamo di fronte a un’ideologia fondata sull’esclusione e sulla razzializzazione, che si regge anche su una narrazione storicamente falsa: quella secondo cui la cultura europea avrebbe ‘sempre messo le donne su un piedistallo’. Una narrazione che cancella secoli di subordinazione economica, politica e sociale, e che continua a rimuovere un dato centrale: la violenza di genere è un problema strutturale della nostra società, che ancora oggi non viene affrontato con la serietà necessaria da nessun governo. Le attiviste di Nemesis non sono interessate a mettere in discussione questa realtà. Al contrario, la loro narrazione selettiva evita sistematicamente di affrontare ciò che più la contraddirebbe: il fatto che la maggior parte delle violenze avviene in ambito familiare o relazionale, e che moltissimi casi restano sommersi e non denunciati.
Appropriarsi di parole come ‘collettivo' e ‘femminismo' è un escamotage furbo per rivendicare, solo in apparenza, temi e pratiche che nella realtà nulla hanno a che fare con i loro obiettivi e con le loro radici politiche. È una strumentalizzazione che la destra porta avanti da tempo per sottrarre terreno alla sinistra proprio su quei fronti in cui è storicamente carente e dove culturalmente non ha mai trovato spazio. E così quello spazio se lo costruisce appropriandosi del lessico, scimmiottandone le pratiche e svuotandone il significato. Storia vecchia.
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Ciao!
Natascia Grbic