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Il digiuno intermittente non è efficace, il medico “Può accentuare una relazione disfunzionale con il cibo”

Secondo un recente studio il digiuno intermittente non sarebbe all’altezza delle aspettative degli ultimi anni: un medico chiarisce quali sono i limiti e se ci sono migliori alternative.
Intervista a Dott. Andrea Pontara
Medico dell'Area Nutrizione Clinica e consulente del programma Trapianti presso l'Ospedale San Raffaele.
A cura di Elisa Capitani
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Negli ultimi anni il digiuno intermittente è diventato uno dei regimi alimentari più discussi, tra entusiasmo mediatico e crescente interesse scientifico. C’è chi lo considera una strategia efficace per perdere peso e migliorare la salute metabolica e chi, invece, invita alla cautela alla luce di recenti studi che ne hanno ridimensionato l'efficacia o sollevato possibili criticità. Ma che cos’è davvero il digiuno intermittente, come si pratica e soprattutto funziona per tutti allo stesso modo? Abbiamo chiesto al dottor Andrea Pontara, medico dell’Area Nutrizione Clinica e consulente del programma Trapianti presso l’Ospedale San Raffaele, di aiutarci a fare chiarezza sui possibili rischi e alternative più sostenibili per dimagrire in modo sano.

Partiamo dalle basi, che cos’è il digiuno intermittente e come si pratica?

Il digiuno intermittente è una modalità di alimentazione che rientra nella categoria del time restricted feeding, cioè un’alimentazione ristretta a una finestra temporale precisa. Non è tanto una dieta nel senso classico del termine, quanto piuttosto un’organizzazione degli orari dei pasti. Esistono poi diversi modelli, il più noto è il 16:8, che prevede 16 ore di digiuno e 8 ore in cui concentrare l’assunzione dei pasti. Un altro schema diffuso è l’alternate day fasting, che alterna giorni di alimentazione normale a giorni di digiuno completo o fortemente ridotto. Negli ultimi dieci anni questo approccio ha suscitato grande interesse, anche per capire se fosse più efficace rispetto ad altre diete nel favorire il calo di peso e il miglioramento dei parametri metabolici.

Perché è stato presentato come così efficace?

Il digiuno intermittente è entrato in voga anche grazie agli studi sulla crononutrizione, che analizzano il rapporto tra orario dei pasti e salute metabolica. L’ipotesi era che concentrare il cibo in una determinata finestra potesse attivare meccanismi favorevoli su peso, glicemia e profilo lipidico. In realtà, le evidenze scientifiche più solide indicano che il fattore determinante non è tanto la finestra oraria in sé, quanto il deficit calorico che ne deriva. Riducendo le ore in cui si mangia, spesso si finisce per introdurre meno calorie complessive: è questo il meccanismo principale che porta alla perdita di peso. Non sembra esserci un vantaggio metabolico specifico rispetto ad altre forme di restrizione calorica. Alcuni studi su modelli animali hanno osservato un aumento dell’espressione di proteine come le sirtuine, coinvolte nei processi di regolazione cellulare e infiammatoria, ma nell’uomo le evidenze sono ancora limitate e non conclusive. Anche la chetosi può attivarsi durante il digiuno, ma si tratta di un meccanismo comune a diverse condizioni di restrizione energetica.

Ci sono effetti collaterali o categorie per cui è sconsigliato?

Nel breve periodo, se praticato correttamente e in soggetti sani, il digiuno intermittente non sembra comportare effetti collaterali rilevanti. Di fatto, è una modalità per ottenere un deficit energetico. Tuttavia, non è automaticamente adatto a tutti, è sconsigliato ad esempio in caso di disturbi del comportamento alimentare, perché può accentuare una relazione disfunzionale con il cibo. Ad esempio, in persone con obesità e abbuffate ricorrenti, l’obiettivo prioritario è regolarizzare i pasti e ridurre le abbuffate, non introdurre ulteriori restrizioni. Anche in gravidanza, allattamento o in presenza di specifiche condizioni cliniche è necessaria una valutazione medica.

Gli studi più recenti cosa dicono sulla sua efficacia rispetto ad altre diete?

Le revisioni sistematiche più autorevoli, incluse quelle della collaborazione Cochrane, indicano che il digiuno intermittente può essere considerato una strategia valida per perdere peso, ma non è superiore a una dieta ipocalorica tradizionale. In altre parole, a parità di deficit calorico, i risultati sul peso e sui principali parametri metabolici sono sovrapponibili. Non esistono prove solide che dimostrino una maggiore efficacia nel lungo termine rispetto a una dieta mediterranea ipocalorica ben strutturata.

Quali alternative hanno invece solide basi scientifiche?

Il modello con le evidenze più consolidate resta la dieta mediterranea ipocalorica, che prevede un deficit energetico moderato, generalmente tra le 500 e le 1000 kcal rispetto al fabbisogno individuale. Un’altra strategia con basi scientifiche è la dieta chetogenica, nata inizialmente come terapia per l’epilessia farmacoresistente in età pediatrica. Nella sua versione molto ipocalorica, nota come VLCKD (Very Low Calorie Ketogenic Diet), può essere utilizzata per la perdita di peso, ma solo sotto stretto controllo medico. Si tratta di un regime con un apporto calorico molto ridotto, intorno alle 700–800 kcal al giorno, che induce la chetosi e stimola l’utilizzo dei grassi di deposito. Non è indicata in caso di gravi patologie renali o epatiche, recenti eventi cardiovascolari, gravidanza, allattamento, diabete di tipo 1 o disturbi del comportamento alimentare.

Quindi il digiuno intermittente non favorisce una perdita di peso maggiore rispetto ad altre diete?

Il digiuno intermittente può essere una strategia tra le altre, ma non è una soluzione superiore o miracolosa. La perdita di peso dipende principalmente dal deficit calorico e dalla sostenibilità del percorso nel tempo. Ad ogni modo, la scelta del modello alimentare dovrebbe sempre essere personalizzata e supervisionata da un professionista della salute.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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