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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
oggi ti voglio parlare di una cosa di cui forse non hai sentito parlare granché, a meno che tu non l’abbia letta su Fanpage. È la storia, raccontata dal nostro Davide Falcioni, di più di 1.600 sacche di plasma prelevato da migliaia di donatori di sangue buttate via come rifiuti speciali, nelle Marche. Parliamo di 6 quintali di prezioso materiale biologico che poteva essere usato per farmaci salvavita e che invece è finito nel circuito dei rifiuti speciali a causa di una serie di errori gestionali, carenze di organico e decisioni politiche. Qui trovate tutta la storia, se volete approfondire.
Ma il tema è un altro, e va rimarcato: che la nostra sanità, un tempo eccellente, è teatro di episodi come questi ormai ovunque. E ovunque la reazione della politica è cercare di insabbiare tutto e nascondere le proprie responsabilità: vale per casi come questo, vale per le liste d’attesa, vale per le carenze d’organico ad esempio sui medici di base, vale per tutto.
Davvero è questo il futuro che ci attende, senza che nessuno batta un ciglio?
Cosa ne pensate del fatto che tre regioni ricche abbiano votato in maggioranza per il Sì al referendum?
Paola
Ciao Paola, ci sono alcune differenze specifiche geografiche da tenere in considerazione nell’analisi del voto, è vero, ma facendo attenzione a non sovrapporre i ragionamenti. Il No al referendum sulla Giustizia ha vinto nettamente con il 53% dei voti e si è imposto praticamente in tutta la penisola, ad eccezione di tre regioni: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. In Lombardia il Sì ha vinto con il 53%, in Veneto con il 58% e in Friuli con il 54%. Sono regioni che tradizionalmente votano per il centrodestra, tutte guidate da governatori leghisti, dove il governo di Giorgia Meloni aveva certamente una solida base elettorale che ha deciso di votare a favore della riforma costituzionale della Giustizia. Nel complesso possiamo anche dire che il No ha prevalso con margini più ampi soprattutto a Sud e nelle regioni più orientate verso il centrosinistra, mentre in quelle dove alle ultime consultazioni ha prevalso il centrodestra i numeri sono stati più equilibrati. Ma, ovviamente, avere il – o la – presidente regionale di centrodestra non è bastato a tante altre regioni, dove ha comunque trionfato il No. E anche all’interno di questo trio gli analisti hanno sottolineato delle specifiche. A Milano, ad esempio, la maggioranza dei cittadini si è espressa contro la riforma, in linea con quanto hanno fatto anche la maggior parte delle altre grandi città italiane, da Roma a Napoli, a Firenze e a Torino. Insomma, per quanto dire che in tre delle regioni più ricche del Paese abbia prevalso il Sì non sia un’affermazione sbagliata, non dovremmo legare il voto esclusivamente a dinamiche economiche. Perché sarebbe una teoria prontamente smentita dall’analisi del voto nelle grandi città.
Annalisa Girardi, vice capo Area Video Fanpage.it
Ce la farà la sinistra a fare cadere il governo?
Giusy
Cara Giusy, mah…non sarei così ottimista. È indubbio che la sconfitta al referendum abbia segnato un punto di svolta. Meloni si trova a gestire per la prima volta in quattro anni una crisi che rischia di far capitolare il suo governo e non è detto che le purghe degli scorsi giorni basteranno a ricucire. Il centrosinistra ha davanti a sé un'opportunità concreta: assumersi il merito della vittoria e trasformare quei 14 milioni di elettori scesi in campo per il No in potenziali voti alle politiche. Il punto – mi ricollego alla tua domanda – è: ce la faranno? Eh, questo è ancora tutto da vedere. Subito dopo la vittoria, parliamo davvero di neanche un’ora dopo il risultato, il presidente del M5s Giuseppe Conte ha rilanciato l’idea delle primarie “aperte a tutti”, probabilmente forte dei sondaggi che gli assegnano l’indice di gradimento più alto tra i leader del centrosinistra. L’ipotesi di delegare la scelta della leadership a un meccanismo di elezione come le primarie è stata appoggiata anche da Matteo Renzi, mentre Elly Schlein si è detta disponibile. Dall’altra parte c’è chi fa notare che forse, prima ancora di discutere di gerarchie, capi e poltrone, bisognerebbe sedersi allo stesso tavolo e cominciare a fissare i pilastri di una piattaforma condivisa. Il tutto avendo come riferimento principale ciò che i cittadini, specie gli elettori di centrosinistra, da tempo chiedono: temi, proposte, prospettive. È questo, a grandi linee, il messaggio inoltrato ai potenziali alleati da parte di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che appunto premono per un programma comune. E direi che non hanno tutti i torti, soprattutto se consideri che il tempo a disposizione per organizzarsi potrebbe essere meno del previsto: un anno, se Meloni deciderà di arrivare fino a fine legislatura (seppur come un’anatra zoppa); appena due mesi se sceglierà di sbaragliare gli avversari e optare per il voto anticipato. L’appuntamento, secondo i rumors circolati nelle ultime ore, potrebbe cadere domenica 7 giugno. Per il momento si tratta solo di voci di corridoio, valutazioni interne alla maggioranza, niente di più. Se l’ipotesi dovesse concretizzarsi però, per il centrosinistra – ancora in alto mare, impegnato a decidere sul da farsi – beh sarebbero guai seri.
Giulia Casula, redattrice area Politica Fanpage.it
Ma cosa sta succedendo a Gaza che non ne parla più nessuno?
Susanna
A Gaza gli attacchi, anche se non continuativi, da parte delle forze israeliane continuano. Solo ieri a Khan Younis sono stati uccisi sei palestinesi. E il cosiddetto “Board of Peace” voluto da Trump non ha prodotto alcun risultato tangibile, in nessun senso, fino ad oggi. Anzi si registrano dei disimpegni, come il congelamento dei fondi promessi per la ricostruzione da parte di Indonesia e Pakistan, annunciato dai rispettivi governi dopo l’inizio della guerra in Iran. Sempre sul fronte economico si registra il ritiro di Eni dal progetto di estrazione di gas al largo delle coste della Striscia. Sempre più cruente sono, invece, le azioni in Cisgiordania dove si registrano continui raid dei coloni nei villaggi palestinesi che producono morti e feriti da colpi d’arma da fuoco. Ieri ha fatto scalpore il divieto di accesso al Santo Sepolcro per il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pier Battista Pizzaballa, e il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo. L’episodio si inserisce il un clima complessivo di crescenti tensioni anche a Gerusalemme, e in tutta la West Bank.
Antonio Musella, videoreporter Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco