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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
Partiamo con la speranza: che la morte dell’ayatollah Khamenei porti con sé la fine della teocrazia di Teheran e l’inizio della libertà per le donne e i giovani iraniani, vessati da anni di brutali repressioni, e il cui coraggio merita un lieto fine fatto di democrazia e diritti.
Continuiamo con la paura, però: perché l’attacco di Usa e Israele è un problema molto serio per il resto del mondo, un precedente pericoloso e una pericolosissima tessera del domino che cade a terra, e può farne cadere altre.
Seguire con attenzione quest’ennesima nuova crisi, senza abbandonarsi a facili retoriche e derive ideologiche, sarà la stella polare del nostro lavoro nelle prossime settimane, sperando non diventino mesi, o peggio anni. Perché oggi più che mai serve tirare un bel respiro, e cercare di far prevalere la razionalità e il sangue freddo all’emotività e alle bombe.
Viviamo tempi complicati. Sta anche a noi – noi che scriviamo e noi che leggiamo – non farli diventare barbarie.
Cosa potrebbe succedere ora in Iran?
Miriam
Ciao Miriam,
è molto difficile fare delle previsioni con una situazione così delicata in pieno sviluppo. Ma possiamo partire da ciò che sappiamo per mettere in fila gli eventi e provare a comprenderne la direzione. Sappiamo che dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran la Guida Suprema Ali Khamenei – cioè il leader politico e religioso del Paese – è stato ucciso e che questo implica un vuoto di potere da colmare. Sappiamo che l’Iran ha risposto all’attacco lanciando missili in direzione delle basi statunitensi e di quelle dei suoi alleati in tutta la regione, colpendo Bahrein, Qatar, Kuwait, gli Emirati Arabi, la Giordania e lo stesso Israele. Il rischio concreto e palpabile è l’allargamento del conflitto, che trasformerebbe completamente quell’area di mondo, che conosciamo come Medio Oriente, in una polveriera. Molto dipenderà da come si riorganizzerà la struttura di potere iraniana. Al momento l’Ayatollah Alireza Arafi è stato investito della leadership ad interim, ma toccherà a un corpo di 88 religiosi (l’Assemblea degli Esperti) eleggere la nuova Guida Suprema. Intanto Trump ha lanciato un appello alla popolazione, dicendo che quando saranno finiti i raid toccherà agli iraniani prendere il controllo del governo e liberarsi dal regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Trump ha anche detto che le operazioni dovrebbero durare quattro settimane e che è già stato contattato dalla nuova leadership per provare a negoziare. Quest’ultima cosa però è stata però smentita da Ali Larijani, attualmente a capo del Consiglio di sicurezza e dato dai media come uno dei possibili successori di Khamenei. Se questa evenienza si realizzasse, chiaramente non saremmo di fronte ad alcun cambio di regime. Sarebbe semplicemente una successione. Ma il sistema di potere resterebbe in piedi: certo sarebbe un sistema indebolito, che ha perso pedine fondamentali, smembrato in più punti, ma sarebbe essenzialmente in continuità con gli ultimi 47 anni.
Annalisa Girardi, vice capo area video Fanpage.it
Perchè quando un giudice condanna un politico o qualcosa di simile il governo grida che il giudice è una zecca rossa, mentre quando poi qualcuno assolve quelli di casa Pound nessuno grida alle zecche nere? Non sarebbe più giusto che non c'è nessun colore e che un giudice condanna secondo le leggi e non per il colore delle zecche che sono al governo?
Claudio
Caro Claudio,
la differenza che noti non riguarda i giudici, riguarda il potere. Quando un tribunale condanna un politico vicino alla maggioranza, la reazione di chi governa è spesso difensiva: si mette in discussione la magistratura perché la sentenza incide su un equilibrio politico. È una strategia classica: spostare il conflitto dal fatto contestato alla legittimità di chi giudica. Così la questione non è più “cosa è successo”, ma “chi sei tu per giudicare”. Quando invece una decisione non danneggia il governo, o riguarda ambienti che non rappresentano un costo politico per chi è al potere, quella narrazione non serve. Non perché i giudici abbiano cambiato orientamento, ma perché non c’è interesse a delegittimarli. Il punto, forse, allora, non è cercare un’equivalenza tra “zecche rosse” e “zecche nere”. È capire che l’idea stessa di attribuire un colore alla magistratura nasce da un riflesso di parte: si riconosce l’autonomia dei giudici solo finché non tocca il proprio campo. Un giudice non condanna per affinità ideologica né assolve per simpatia politica. Condanna o assolve in base a norme, prove, orientamenti giurisprudenziali. Può sbagliare, certo. Le sentenze si impugnano proprio perché l’errore è previsto dall’ordinamento. Ma trasformare ogni decisione in un atto di militanza è un modo per svuotare la separazione dei poteri, che è uno dei pilastri costituzionali nati dalla lezione del fascismo. In uno Stato di diritto le sentenze si criticano nel merito, si impugnano nei gradi successivi, ma non si trasformano in prove di appartenenza ideologica. Perché nel momento in cui accettiamo che un giudice sia “rosso” o “nero” a seconda di chi colpisce, stiamo accettando che la legge non sia uguale per tutti ma variabile rispetto al potere del momento.
E questo, più che una questione di schieramento, è una questione di tenuta democratica.
Francesca Moriero, redattrice area Politica Fanpage.it
Quello che sta accadendo in questi giorni in Messico, presentato e, di fatto, credo, legato alle problematiche della produzione e del traffico internazionale di droga, potrebbe essere anche un cavallo di Troia per l'ennesima iniziativa di Trump di assoggettare al proprio controllo anche il Messico, dopo il Venezuela, travolgendo nel caos interno il legittimo governo della Presidente Sheinbaum, che non è apparsa disposta a subire passivamente l'ingerenza americana e la politica violenta nei confronti dei paesi del continente America trattati come il ‘cortile di casa ‘, estendendo a macchia d'olio l'assedio, con metodo ‘feudale' come l'avete giustamente definito in una risposta precedente, di Cuba?
Nora
Cara Nora,
la tua è una domanda molto importante, soprattutto alla luce degli eventi – determinati da Trump – che hanno investito il continente americano in questi primi e turbolenti mesi del 2026: prima il sequestro di Nicolas Maduro in Venezuela con il pretesto del traffico di droga, poi l'assedio che sta soffocando Cuba. Una sorte simile può capitare anche al Messico? Difficile rispondere, ma di certo c'è un elemento da considerare. Quando parliamo del Messico ci riferiamo alla dodicesima economia del mondo, a un Paese con un PIL superiore a quello di Spagna, Australia e Corea del Sud. Insomma, non si tratta di un "narco-stato", ma di un colosso con 130 milioni di abitanti e un enorme peso a livello continentale, che rappresenta un hub fondamentale dell'industria automobilistica e biomedica. Il Messico va considerato un grande Paese, pur con molte contraddizioni.
Per approfondire questo scenario abbiamo interpellato Massimo De Giuseppe, tra i massimi esperti in Italia di storia messicana, il quale invita a non cedere a facili allarmismi. Il professore spiega che, sebbene con l’amministrazione Trump sia "sempre complesso trovare una linea chiara" ed effettivamente tutto possa succedere, il rapporto con Città del Messico resta un terreno in cui "non credo che Trump voglia eccedere con le forzature". Nonostante una storica tradizione repubblicana di pressione, infatti, i fatti recenti mostrano una gestione piuttosto pragmatica delle relazioni: lo testimoniano i dazi rimasti "abbastanza contenuti", di fatto sotto il 5%, e un "tacito accordo, anche cordiale nelle dichiarazioni" emerso dopo l'uccisione del leader del cartello Jalisco Nueva Generación, “El Mencho”.
A fare da scudo al Messico sono soprattutto le relazioni economiche con gli USA, descritte da De Giuseppe come "talmente intrecciate" che “non converrebbe affatto a Washington forzare la mano su punti particolari", specialmente in una fase in cui il Paese "ha attratto investimenti come mai in precedenza". La vera partita per la sovranità nazionale messicana si gioca invece sul fronte interno, dove la presidente Claudia Sheinbaum sta cercando di imporre una "linea più solida" nel "controllo dei cartelli e del recupero di spazi territoriali". È da questa capacità di stabilizzazione interna, più che da Trump, che secondo De Giuseppe dipenderà davvero il futuro e l'autonomia del Paese.
Davide Falcioni, redattore area Cronaca Fanpage.it
Ciao! mi domando perché nel discorso pubblico sul referendum, si stia completamente trascurando il fatto gravissimo dell'impossibilità di votare fuori sede. non se ne sta parlando proprio e a me sembra un problema enorme visto il target delle persone "fuori sede" e vista la quantità di persone italiane all'estero. Grazie!
Anna
Anna,
grazie per aver acceso un faro su una questione che la politica continua a trattare come marginale, ma che riguarda circa 5 milioni di persone fuori sede in Italia. Al referendum dello scorso giugno su cittadinanza e lavoro i cittadini che si trovavano lontano da casa per motivi di studio, lavoro o cure mediche hanno avuto la possibilità di votare anche in un Comune diverso da quello di residenza. Ma in occasione del referendum sulla Giustizia la sperimentazione non è stata replicata: mancavano “i tempi tecnici” per intervenire. Secondo il governo l’ultimo test ha coinvolto solo 60mila persone, un numero giudicato dall’esecutivo troppo modesto, ma che in realtà corrisponde al numero di abitanti di una città media italiana. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha fatto capire più volte quale sia l’orientamento della maggioranza. Parlando del voto delle ultime elezioni europee del 2024, allargato per la prima volta agli studenti domiciliati fuori dalla circoscrizione di residenza, il ministro aveva detto esplicitamente che il sistema non aveva prodotto risultati soddisfacenti.
Insomma, non c’è al momento la volontà politica di intervenire. Probabilmente per l’attuale governo, sondaggi alla mano, non sarebbe conveniente coinvolgere questa fetta di popolazione, se è vero che l’elettorato più giovane è anche quello che di solito vota a sinistra. La maggioranza ha paura che il voto di tanti fuori sede – che per esercitare il proprio diritto di voto saranno costretti il 22 e 23 marzo a spostarsi sostenendo ingenti spese – potrebbe propendere per il No alla riforma Nordio. Secondo recenti sondaggi, infatti, il No cresce tra i più giovani. Per mere questioni di calcolo, il governo Meloni preferisce così negare il diritto di voto a tanti cittadini. Il punto è che questo diritto non dovrebbe essere affidato ai capricci e alle decisioni del governo e della maggioranza di turno, ma dovrebbe essere un diritto acquisito una volta per tutte. In commissione dal 2024 è ferma una proposta di legge delega che affida al governo il compito di intervenire sulla materia. Ma è sempre più evidente che questo governo quella delega non ha alcuna intenzione di esercitarla. Ora i fuori sede aspettano fiduciosi la calendarizzazione della proposta di legge di iniziativa popolare, all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, che introdurrebbe il voto anticipato per tutte le elezioni, in modo strutturale. La partita è ancora aperta.
Annalisa Cangemi, vice capa area Politica Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco