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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
ti lascio uno spunto di riflessione: per combattere la più che probabile recessione causata dall’attacco americano e israeliano in Iran – e dalla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz in ritorsione – il governo italiano sta chiedendo all’Unione Europa di derogare al patto di stabilità e crescita che abbiamo sottoscritto giusto un anno fa.
Lo stiamo facendo – seguimi – per riuscire a mettere due soldi in tasca agli italiani prima delle elez…ehm, per combattere al crisi e, nello stesso tempo, comprare le armi dagli americani come abbiamo promesso a Donald Trump.
Nel frattempo, mentre va in battaglia lancia in resta contro gli Eurocrati di Bruxelles, il governo si dimentica di chiedere a Trump, ufficialmente, di cessare le ostilità in Iran, rinnova il memorandum militare con Israele, che forse meriterebbe ben altro trattamento dopo aver trascinato gli Usa e il mondo in una guerra senza senso. E, ovviamente, non pensa minimamente a disobbedire sull’aumento delle spese della difesa ordinato dalla Casa Bianca.
Tre piccoli dettagli su cui ti invito a riflettere. Ma che dicono tanto su chi comanda dalle nostre parti. Ammesso che non lo sapessimo già.
Meloni ha detto che non si dimette, ma secondo voi riuscirà ad arrivare a fine legislatura?
Roberta
Come avrai notato anche tu, Meloni in Parlamento sembrava un animale ferito che si leccava le ferite dopo la bocciatura al test del referendum. Non solo è apparsa tesa e sulla difensiva, più del solito, ma il suo discorso è stato disseminato di bufale e mistificazioni della realtà, con le quali, diciamocelo, questa volta si è fatta prendere un po’ la mano. Non sembrava un’informativa sull’azione di governo, un aggiornamento sulla road map che intende seguire l’esecutivo da qui alla fine della legislatura. Piuttosto sembrava un intervento da comizio di campagna elettorale, come se Meloni si sentisse già con il fiato delle urne sul collo. E come darle torto. Il governo ha perso molto male la partita del referendum, ma ha gestito peggio i momenti immediatamente successivi, con una reazione scomposta e impulsiva che ha portato alla raffica di dimissioni (tardive). Come ha opportunamente notato il senatore Matteo Renzi, Meloni ha sintetizzato in una frase da Baci Perugina lo slogan che accompagnerà il suo desiderio di rivalsa: “Un Sì ti conferma, ma un No ti riaccende”. Con questo intendeva spazzare via una volta per tutte i rumors e le pressioni su eventuali elezioni anticipate. Mossa sbagliata? Per qualcuno dei suoi apparentemente sì, perché ripassare a stretto giro da elezioni, e vincerle naturalmente, significherebbe lasciarsi alle spalle questa brutta parentesi, suggellare un nuovo patto con l’elettorato di riferimento, scrollandosi di dosso l’etichetta di perdente e consolidando di nuovo la sua autorità. La premier però ha fatto un calcolo: sa bene che le preoccupazioni delle persone per la guerra in Iran, per lo shock energetico, per l’impennata dei prezzi, non sono materia su cui scherzare. Andare al voto adesso significherebbe farlo nel pieno di una crisi internazionale, i cui effetti sull’inflazione si vedranno per molto tempo. Certo non è una guerra che l’Italia ha voluto o ha promosso, ma Meloni sa bene che in questo momento la sua postura troppo morbida con Trump, di cui è succube, non le gioverebbe. E poi c’è la questione della riforma della legge elettorale, che il centrodestra ha presentato e su cui sta puntando: se andassimo a votare ora, lo faremmo con la legge attuale. Per finire, c’è un piccolo record a cui la presidente del Consiglio proprio non vuole rinunciare: a settembre il governo Meloni diventerebbe il più longevo nella storia della Repubblica Italiana.
Quindi Roberta, per rispondere alla tua domanda, a meno che non escano fuori scandali che potrebbero obbligare la premier a dimettersi – e qui cito solo il caso Piantedosi e la relazione del ministro dell’Interno con la giornalista Claudia Conte, che ha promesso di parlare presto – dobbiamo prepararci a un lungo anno di propaganda elettorale, in vista delle Politiche del 2027.
Annalisa Cangemi, capo area politica Fanpage.it
Cosa potrebbe succedere ora che i negoziati di pace sono falliti?
Sara
Cara Sara, gli attesi colloqui a Islamabad, in Pakistan, dello scorso fine settimana si sono conclusi con un nulla di fatto. Il presidente Donald Trump ha annunciato il blocco dello Stretto di Hormuz a partire dalle 16 di oggi, ora italiana, atto che Teheran ha definito “di pirateria”. La tensione resta, dunque, alle stelle in Medio Oriente. E il rischio di escalation è ancora più forte rispetto alle scorse settimane. Non solo il blocco dei porti iraniani voluto dal presidente USA potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi di petrolio e carburanti in tutto il mondo. C’è anche la questione Libano ancora aperta: Israele ha continuato a bombardare Beirut e dintorni e non ci sono molte speranze che i colloqui tra le due parti, in programma martedì prossimo a Washington, possano portare ad una tregua alla luce delle “bad news” di sabato. Cosa può succedere ora? La delegazione iraniana in Pakistan ha sostenuto che nessuno si aspettava un accordo già al primo incontro. Ma questo, in realtà, aprirebbe uno spiraglio, e cioè che sono possibili nuovi round negoziali prima della scadenza del cessate il fuoco (fissata entro due settimane) per realizzare un’intesa e che la carta dei colloqui non è da considerarsi archiviata.
Ida Artiaco, vice capa area Cronaca Fanpage.it
Cosa significa per l’Europa la sconfitta di Orban in Ungheria?
Lucia
“L’Ungheria ha scelto l’Europa, l’Europa ha sempre scelto l’Ungheria”. Queste parole, cara Lucia, sono quelle che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha pronunciato appena sono arrivati i risultati delle elezioni che hanno messo fine al potere di Viktor Orban, durato ben 16 anni. Era il leader più longevo dell’Unione europea, così come il più distante da Bruxelles. Il prossimo primo ministro, Peter Magyar, ha fatto una campagna elettorale promettendo di ripristinare lo stato di diritto e di combattere la corruzione nel Paese. E appena è stato chiaro che i due terzi del Parlamento ungherese sarebbero andati al suo partito, ha subito fatto una telefonata a Bruxelles per assicurare che da oggi in poi l’Ungheria volterà pagina: normalizzerà i rapporti con l’Unione e si inserirà di nuovo nel suo circuito di valori e ideali. Il che significa, ad esempio, anche togliere il veto di Budapest al prestito per Kiev. Insomma, la fine dell’era Orban è sicuramente una buona notizia per l’Unione europea. Così come per l’Ungheria, il beneficio sarà mutuale: perché il ripristino dello stato di diritto vorrà dire anche lo sblocco di decine di miliardi di fondi europei che erano stati congelati a causa delle diverse violazioni delle regole perpetrate da Orban. E, soprattutto in questo delicato contesto economico e geopolitico, per l’Ungheria quei fondi saranno una boccata d’ossigeno fondamentale. Ma attenzione a non farsi prendere troppo dall’entusiasmo: sicuramente l’Europa da oggi ha un interlocutore più benevolo in Ungheria, ma non bisogna sottovalutare cosa possono aver fatto 16 anni di democrazia illiberale alle istituzioni ungheresi. Il controllo dei media, le infiltrazioni nel sistema giudiziario, le leggi ad personam, le persecuzioni sul campo ideologico e culturale: tutto questo non verrà spazzato via dall’oggi al domani, il processo di guarigione avrà bisogno di tempo e di impegno attivo. E, dall’altro lato, serve cautela anche nel non intravedere in questo risultato la fine del sovranismo in Europa. Orban è sicuramente stato un laboratorio e poi un modello della destra populista, ma la sua sconfitta personale non comporta la sconfitta dell’orbanismo politico.
Annalisa Girardi, vice capo area video Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco