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Tu fai una domanda, il Direttore risponde.

Partiamo come sempre dalle domande: oggi dalla domanda di Alessandro:
“Cosa ne pensi della risposta che ti ha dato Giorgia Meloni sul caso Paragon in conferenza stampa?”
Storia lunga, Alessandro. Vediamo di raccontarla dall’inizio.
Da quando è iniziata questa storia, ormai un anno fa, né io, né Ciro Pellegrino, altro spiato con Paragon, siamo mai stati contattati da Giorgia Meloni né da qualunque altro esponente del governo o della maggioranza che lo sostiene. Né pubblicamente, né privatamente.
Nel frattempo, il governo non ha mai dato risposte convincenti su questo caso.
Molto spesso – l’abbiamo raccontato più volte – ha omesso dettagli fondamentali sulla vicenda, come il fatto che fosse cliente di Paragon. Alcune volte ha dato versioni discordanti rispetto a quelle degli altri attori in campo, come nel caso dell’aiuto offerto da Paragon per scoprire chi è stato a spiarci, che secondo l’azienda israeliana avrebbe rifiutato. Alcune volte ha addirittura mentito, come quando ha detto che il contratto con Paragon era perfettamente operativo, mentre invece era stato già rescisso, o sospeso, a seconda pure qua delle versioni.
Insomma, in un anno di domande ne avevo accumulate parecchie e non ho mai avuto occasioni di porle, né alla presidente del consiglio, né all’autorità delegata ai servizi di intelligence, il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano.
Un po’ perché Giorgia Meloni di questo tema non ama parlarne troppo. Per due volte, Matteo Renzi gliene ha chiesto conto, al Senato. E per due volte, Meloni non ha risposto, con motivazioni opinabili.
Un po’ perché Giorgia Meloni non ama avere a che fare coi giornalisti. E di conferenze stampa ne fa una all’anno. Quella di fine anno organizzata alla Camera dei Deputati dall’ordine dei giornalisti. Che negli ultimi anni, a causa dell’iter di approvazione della legge di bilancio, che arriva sempre più a ridosso del 31 dicembre, è stata posticipata all’inizio di gennaio. Ed è diventata la conferenza di inizio anno.
È una conferenza stampa un po’ particolare, questa. In cui se vuoi fare una domanda, devi mandare una mail all’Ordine dei Giornalisti, partecipare a una lotteria e sperare di rientrare tra i quaranta sorteggiati. Altro piccolo particolare: non c’è la possibilità di fare seconde domande. Tu chiedi, la premier risponde. E se non risponde come vorresti tu, o dice cose scorrette nella risposta, tu non puoi farglielo notare o fare una seconda domanda.
Non il massimo, insomma. Ma questo è quel che passa il convento, e quindi, il 19 dicembre abbiamo inviato una mail all’Ordine dei Giornalisti per fare almeno una domanda su Paragon a Giorgia Meloni.
Passano i giorni e non riceviamo risposta. E, nell’imminenza della conferenza, ci ritroviamo a scorrere l’elenco delle testate ammesse a fare domande alla presidente del consiglio, scoprendo che non siamo stati ammessi. Il primo pensiero è che non siamo stati estratti. Ma siccome non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione in merito, decidiamo di fare un passaggio con l’Ordine dei Giornalisti. E lì scopriamo che la nostra mail non è mai arrivata a destinazione. O meglio: arrivare, è arrivata. Solo che pare sia successo qualcosa. Che nessuno l’abbia vista, che sia finita nello spam per errore.
Svelato l’arcano, con l’Ordine dei Giornalisti decidiamo di non dare adito a speculazioni, né di far montare uno scandalo che non c’è. Ci assicurano un posto a sedere alla conferenza, tra i soggetti che avrebbero potuto fare domande, in coda agli altri quaranta. E ci dicono anche che avrebbero chiesto a Giorgia Meloni la disponibilità di una domanda in più.
Sappiamo come vanno queste cose, però. Le domande sono tante, molte sono lunghe, gli impegni molteplici e le possibilità di riuscire a porre la nostra questione a Meloni prossime allo zero. Ed è qui che ci arriva in soccorso la buona sorte. Perché la quarantesima giornalista estratta, quella che ha l’onore dell’ultima domanda, è Susanna Turco dell’Espresso. Che in questa storia fa una cosa che pensavo succedesse solo nei film: mi dice che mi avrebbe ceduto il suo slot per permettermi di fare la nostra domanda. Io la ringrazio molto, e decidiamo di fare a metà, visto che anche la sua domanda sarebbe stata su Paragon.
Intanto, inizia la conferenza stampa.
Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli, nella sua introduzione sulle difficoltà di fare informazione oggi menziona – oltre alla nostra giornalista Giorgia Venturini, che ha ricevuto una testa di capretto scuoiata davanti a casa – anche il caso Paragon. Meloni risponde, e nella risposta infila l’ennesima bugia – o errore, decidete voi: dice che la relazione del Copasir ha confermato che nessun giornalista è stato spiato con Graphite.
Falso: dice un’altra cosa. Dice che non c’è stato alcuno spionaggio autorizzato nei miei confronti da parte dei servizi segreti. Che poi è quasi un’ovvietà: se anche avessero chiesto l’autorizzazione sarebbe stata rifiutata, perché non si possono spiare i giornalisti.
Giornalisti, al plurale: perché il rapporto del Copasir, stranamente, non menziona Ciro Pellegrino, spiato pure lui con Graphite e nel cui telefono è stata addirittura trovata traccia di questo software prodotto da Paragon.
A questo punto, fare la domanda diventa obbligatorio.
Anche perché, com’era ampiamente prevedibile, nessun collega reputa il caso Paragon meritevole del proprio spazio. Chiedono di tutto a Meloni. Se si sente mamma della repubblica, cosa ne pensa dell’opposizione, di spiegarci il piano casa che lancerà, le tasse che taglierà, i migranti che rimpatrierà. Ma niente, Paragon niente.
Amen, ci siamo noi. Alla quarantesima domanda e mezzo, una specie di binario di Harry Potter, quando ormai la diretta televisiva ha staccato da un pezzo. Inizia Susanna Turco, col suo pezzo di domanda, che cita le parole che papa Leone: "Occorre vigilare con rigore affinché le informazioni riservate non siano usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti o altri attori della società civile". Susanna chiede a Meloni di commentarle, alla luce del caso Paragon.
E poi arriva il mio turno e il mio pezzo di domanda.
Ve la ripeto qua, tale e quale:
Presidente, è passato un anno ormai da quando ho ricevuto da whatsapp la comunicazione di esser stato bersaglio di un tentativo di spionaggio con. Graphite. Poi è stata la volta di Ciro Pellegrino, anche lui di Fanpage, per cui c’è stata anche conferma forense del riuscito hackeraggio, e quindi dell’esistenza di un cluster di giornalisti di Fanpage spiati. Al netto delle indagini della magistratura, e del rapporto Copasir, che mi pare ampiamente superato dagli eventi e che non dice che non sono spiato con graphite, ma dice che non è mai stato autorizzato lo spionaggio nei miei confronti dai servizi e dall’autorità delegata, le volevo chiedere cos’ha fatto e cosa intende fare il governo per scoprire chi è stato a spiare giornalisti, comunicatori politici e manager. Glielo chiedo perché Paragon stessa ha detto di aver offerto il suo aiuto a capirlo e voi avete rifiutato, portandoli a rescindere il contratto
La dico tutta d’un fiato, con un filo di emozione, a ripensare a tutto l’anno appena trascorso. E poi rimango in silenzio, in attesa della risposta di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio è stupita dalla mia presenza, che evidentemente non si aspettava. Ed è stupita dal pasticcio che si è generato attorno alla domanda di Fanpage nella conferenza stampa. Ma dopo un primo momento di disappunto inizia a rispondere. E la sua risposta, sono serio, mi fa rimpiangere tutti i mesi in cui è stata zitta su questa vicenda.
Primo: quando dice che il governo "Il governo sta offrendo tutta la sua disponibilità e tutte le risposte che può dare per aiutare ad arrivare alla verità su questo tema". In concreto, nulla. È come dire “ci sentiamo dopo le feste” quando qualcuno ti chiede un appuntamento. Peraltro, sorvolando sul fatto che Paragon abbia offerto il suo aiuto e loro l’abbiano rifiutato: poteva smentire questa ricostruzione, aveva tempo e spazio per farlo. E invece no.
Secondo: perché non nomina mai Ciro Pellegrino, che è centrale nella mia domanda. È stato spiato pure lui, l’analisi forense ha confermato che c’era Graphite nel suo telefono. Perché, visto che il rapporto Copasir non lo nomina, non dice che ne pensa di questo altro caso che riguarda Fanpage?
Terzo: perché dopo un attimo di solidarietà ed empatia, inizia subito ad attaccare: “Bisogna fare attenzione alle accuse. Lo dico anche al direttore Cancellato, che da mesi accusa implicitamente il governo di averlo spiato”, dice. Cosa non vera, peraltro. Io ho sempre detto che non so chi mi ha spiato. Che il governo non mi hai mai aiutato a scoprirlo. Che ha isolato le vittime, non ascoltandole. E che ci sono alcune versioni che puntano il dito contro il governo italiano, quella di Paragon, che il governo stesso non ha mai chiarito. Questo non è accusare implicitamente, questo è chiedere conto. Per la cronaca: è quel che ho detto anche nella famigerata puntata di Piazza Pulita che Fratelli d’Italia e i suoi seguaci hanno usato per dire che aveva ragione Meloni, che io avrei “accusato” per mesi Giorgia Meloni. Bastava andare oltre quei 20 secondi che hanno tagliato ad arte per capire che non stavo accusando nessuno, ma va beh.
Quarto: perché ha ribaltato su di sé tutta la narrazione. Dipingendo se stessa come vittima di spionaggi e dossieraggi: “Qui se c'è un fatto che conosciamo è che i fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni, sono finiti su tutti i giornali, quindi figuratevi se non sono solidale e non capisco di cosa state parlando".
Ecco su questo mi permetto due piccole notazioni, in chiusura
Primo: può non piacere, ma è normale che la vita di un politico di primo piano sia scansionata ai raggi X dai giornali. Un po’ meno quella di un giornalista. Mettere in correlazione le due fattispecie è un errore abbastanza clamoroso.
Secondo: i miei fatti privati non sono finiti sui giornali perché Meta mi ha avvisato che ero stato spiato e perché ho deciso di rendere la cosa pubblica. Ma i miei fatti privati, le mia chat di whatsapp, ancora oggi, sono nelle mani di chissà chi. E potrebbero essere usati in qualunque momento contro di me. E pure contro Ciro. In generale, contro Fanpage.
Ed è per questo che la vicenda è importante.
Pensi, Meloni, se con Paragon avessero bucato il suo, di telefono. Ad esempio.