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Partiamo come sempre dalle domande: oggi dalla domanda di Annalisa: “È vero che mai in nessuna guerra erano morti tanti giornalisti come quelli che sta uccidendo Israele a Gaza? E come mai nessuno fa nulla per impedirlo?”
Partiamo con una risposta secca.
Dal 7 ottobre 2023 a oggi, a Gaza, sono stati uccisi 274 giornalisti, 269 dei quali palestinesi. Lo dice Hamas? No, le fonti sono il Comitato per la protezione dei giornalisti e la Federazione Internazionale dei Giornalisti. E no, non sono numeri facilmente smentibili. Perché i giornalisti, a differenza di tantissime vittime della Striscia di cui non sappiamo nulla, hanno un nome, uno o più giornali per cui lavorano, contatti in Occidente. Comunque: 274 giornalisti uccisi e 48 redazioni distrutte dalle bombe fanno di quella a Gaza, numeri alla mano, la guerra più mortale per i giornalisti tra tutti i conflitti conosciuti. La diciamo meglio, se volete: nell’ultimo anno, il 75% dei giornalisti morti in tutto il mondo sono morti a Gaza, per mano di Israele. Ce, fino a prova contraria, è una democrazia. E la stampa, sempre in teoria, la dovrebbe tutelare e difendere.
Quindi: come giustifica Israele questo massacro di giornalisti?
Secondo il primo ministro Benjamin Netanyahu e secondo l’esercito israeliano, la strage di giornalisti a Gaza è sempre, costantemente, un “tragico incidente”. Prendiamo quel che è accaduto il 25 agosto scorso, in cui sono morti 5 giornalisti durante l’attacco israeliano all’ospedale Nasser di Khan Younis – un ospedale! -, il più grande della parte meridionale di Gaza, dove è stata ammassata la popolazione civile. Netanyahu ha dichiarato, per l’appunto, che l'attacco è stato un "tragico incidente" e che l'esercito sta indagando. "Israele apprezza il lavoro dei giornalisti, del personale medico e di tutti i civili", ha affermato il suo ufficio in una nota. Allo stesso modo l’esercito, in una sua prima nota, ha affermato di "deplorare qualsiasi danno arrecato a individui non coinvolti e di non prendere di mira i giornalisti in quanto tali". Il giorno dopo, a corredo, ha affermato che le truppe hanno individuato una telecamera "posizionata da Hamas" per monitorare le proprie forze e hanno provveduto a "rimuovere la minaccia colpendo e smantellando la telecamera". Cinque giornalisti morti, per rimuovere una telecamera, che per la cronaca era la postazione fissa di Reuters? In un ospedale?
Vediamo un po’ chi erano questi giornalisti, allora.
Tra loro c’era Mariam Dagga, 33 anni, foto e videoreporter, che aveva seguito finora quel conflitto come freelance per l'Associated Press.
C’era Husam al-Masri, cameraman che lavorava, tra gli altri, per Reuters e Bcc.
C’era Mohammad Salama, che lavorava per Al Jazeera e Middle East Eye.
C’era Ahmed Abu Aziz, anche lui reporter di Middle East Eye.
E c’era Moaz Abu Taha un freelance che lavorava per diversi giornali, inclusa la Reuters e il giornale israeliano Haaretz, e che solo la notte precedente aveva denunciato dei casi malnutrizione tra i bambini degenti nell’ospedale Nasser. Quello colpito dai missili Israeliani. Quello in cui è stato ucciso.
È ridicolo anche solo pensare che queste cinque persone, questi cinque giornalisti che lavorano per importanti testate globali, fossero gente che piazzava telecamere in favore di Hamas. E infatti Reporter senza Frontiere ha accusato Israele di aver ucciso intenzionalmente questi giornalisti. E il premier britannico Kier Starmer ha detto che Israele è “indifendibile”. E persino la premier italiana Giorgia Meloni, da sempre molto vicina a Netanyahu e al suo partito, dal palco del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione ha condannato “L’’ingiustificabile uccisione dei giornalisti, un inaccettabile attacco alla libertà di stampa e a tutti coloro che rischiano la vita per raccontare il dramma della guerra”. Bene, perché tanto per dire, il vicepremier Matteo Salvini non ha avuto la stessa sensibilità, dallo stesso palco, solo poche ore dopo. Ma non benissimo, come sempre. Perché oltre al cosa si dice conta anche il quando lo si dice. E, ancora di più, contano i fatti.
Partiamo dal quando. Perché se la matematica non ci inganna, prima dello scorso 25 agosto erano già stati uccisi 270 giornalisti e Meloni non aveva mai fiatato. Cos’è? Bisognava superare i 270 giornalisti ammazzati perché fosse ingiustificabile? Eppure occasioni ce n’erano state: ad esempio, l’11 agosto scorso, quando Israele aveva ucciso i corrispondenti di Al Jazeera Anas al Sharif e Mohammed Qreiqeh, nonché i loro cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. In quel caso, peraltro, l’esercito israeliano aveva addirittura rivendicato di aver ucciso al Sharif, volto notissimo per chi seguiva la guerra alla televisione, in Medio Oriente, perché “capo di una cellula terroristica di Hamas”. Circostanza questa, in supporto alla quale non sono state portate prove, e che la stessa Al Jazeera ha smentito con forza. Peraltro, nulla è stato detto degli altri quattro giornalisti. Che fino a prova contraria, quindi, sono “giornalisti uccisi quanto tali”. O “tragici incidenti”, se credete a Israele.
In quel caso, Meloni non ha proferito parola. Sarebbe interessante capire a cosa è dovuta l’attuale, improvvisa folgorazione. E magari anche sapere se a questo inaccettabile attacco alla libertà di stampa seguiranno:
uno: il sostegno italiano alla sospensione dell’accordo commerciale tra Unione Europea e Israele.
Due: la proposta di qualche sanzione commerciale nei confronti di Israele
Tre: il riconoscimento dello Stato della Palestina.
Quattro: lo stop alla fornitura di assistenza militare, nonché di materiali e tecnologie per produrre armi, verso Israele.
Ultima cosa, prima che ci dimentichiamo: mentre il nostro governo stava zitto, le inchieste dei giornalisti di due testate israeliane, +972 e Local call, hanno svelato che l'esercito israeliano ha creato un'unità speciale, nota come "cellula di legittimazione", il cui compito principale è quello di "demonizzare" i giornalisti palestinesi a Gaza etichettandoli come terroristi per giustificarne l’uccisione. Già, perché i giornalisti palestinesi sono gli unici presenti nella Striscia. Nessun altro giornalista straniero può entrare, per raccontare quel che sta accadendo. Ecco: magari Giorgia Meloni potrebbe chiedere pure questo, al suo amico e sodale Netanyahu. Che acconsenta l’ingresso di giornalisti internazionali a Gaza. Tutelandone l’incolumità – loro e dei giornalisti palestinesi – così come sta tutelando quella degli influencer che ha spedito nella Striscia a fare propaganda per Israele. Sembra una richiesta piccola, ma è gigante.
Perché se ci fossero stati i giornali e le televisioni di tutto il mondo, a puntare tutti i loro occhi su Gaza, forse ora non staremmo parlando di genocidio.