
Partiamo come sempre, dalle domande. Oggi dalla domanda di Miriam:
Cosa succede in Africa coi minerali?
Non lo faccio mai, ma oggi mi tocca ringraziare, per questa domanda. Perché di Africa si parla pochissimo. E quando se ne parla, è solo per parlare di migranti, di persone che dall’Africa se ne scappano per venire in Europa. Ed è assurdo tutto questo, lo dico da direttore di giornale che di Africa se ne occupa meno di quanto meriterebbe, perché in Africa succedono un sacco di cose. Ad esempio: oggi in Africa ci sono almeno undici conflitti in corso, che coinvolgono ben otto Paesi (Sì, alcuni hanno più di un fronte aperto). Più nello specifico parliamo di Libia, Nigeria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.
Tra tutti questi conflitti, ce n’è uno che, perlomeno qua, ci interessa più degli altri. È quello che riguarda la Repubblica Democratica del Congo. Fare un riassunto di quel che succede da quelle parti è parecchio complicato.
Diciamo che c’è una regione, a est del Paese, il Nord Kiwu che è ricchissimo di materiali: uranio, oro, diamanti e soprattutto coltan.
Ecco: se non avete mai sentito parlare del coltan, sappiate che ora come ora vale tantissimo. Perché è uno dei cosiddetti elementi critici. Quelle che a volte, con un po’ di approssimazione, chiamiamo “terre rare”, che sono solo una parte del tutto. Quegli elementi cioè, fondamentali per l’industria elettronica, l’automotive, l’energia e la difesa.
Il coltan, soprattutto, è un minerale di colore nero fondamentale per produrre condensatori di piccole dimensioni, ma estremamente efficienti, che sono essenziali negli smartphone, nei computer e nell’elettronica. Dovunque stiate ascoltando questo podcast, insomma, c’è del coltan. Il problema è che gli Stati confinanti col Congo, in particolare il Ruanda, assoldano milizie per prendersi il coltan congolese e rivenderlo. E con quei soldi, spesso forniti da potenze straniere che vogliono comprarsi il Coltan, armano quelle stesse milizie per presidiare il territorio. E spesso, per consumare vendette etniche che covano sotto la cenere da decenni.
Niente di nuovo sotto il sole. Perdonerete il cinismo: una delle solite guerre coloniali per procura dei Paesi ricchi in Africa. Però sugli elementi critici la questione si complica un po’. Il problema, oggi, è l’enorme squilibrio esistente nel mercato dei materiali critici.
Un mercato enorme, limitandoci alle sole terre rare, che già vale quasi 11 miliardi di dollari.
La Cina infatti è il primo produttore mondiale di elementi critici, circa 240mila tonnellate l’anno. Una quantità pari a circa il 70% del mercato. Gli Stati Uniti, che sono cresciuti tantissimo nella produzione, in questi ultimi anni, sono in seconda posizione con solo 43mila tonnellate prodotte l’anno. Ma devono ancora importare tantissimo da Paesi non proprio amici.
In altre parole: per produrre smartphone, computer, automobili, armamenti, energia, gli Stati Uniti dipendono tantissimo dalla Cina. Ed è per questo che stanno cercando di recuperare ovunque tutti gli elementi critici che possono. In Canada, che ha giacimenti di terre rare da estrarre pari a 5 volte quelle americane. O in Groenlandia, che sotto ai suoi ghiacci ha una marea di giacimenti di cui nemmeno si conosce l’entità. Ora avete capito perché Donald Trump se la voleva annettere.
E poi, come dicevamo prima, c’è la Repubblica Democratica del Congo. Uno dei Paesi più ricchi di materiali importantissimi per il capitalismo dell’Occidente e dell’Estremo Oriente. Qualche dato? Il Congo è il principale estrattore al mondo di cobalto, il materiale con cui si fanno le batterie per le auto elettriche. Il quarto produttore al mondo di diamanti industriali. E ha riserve enormi pure di litio e rame. E poi ovviamente c’è il coltan. Le cui riserve globali, per più del 60%, stanno nel sottosuolo congolese.
Complessivamente, si stima che sotto il suolo del Congo ci siano ricchezze pari a 24mila miliardi di dollari.
Ma nonostante tutte questa ricchezza- pure qui: nessuna novità quando si parla di Africa – la Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più poveri al mondo, con un Pil pro capite di 627 dollari (l’Italia è a quota 30mila, tanto per intenderci), e un indice di sviluppo umano che lo colloca al 171esimo posto su 194 Paesi.
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