
Partiamo come sempre dalle domande: oggi dalla domanda di Fabio:
“L’inchiesta Mps-Mediobanca è qualcosa che può far cadere il governo?”
Fabio, intanto spieghiamo bene di cosa stiamo parlando, partendo dalla parola chiave di questa storia: concerto. No, non stiamo parlando di una rock band, di un rapper o di un’orchestra. Nel gergo finanziario un concerto è – leggo la definizione – “un’ operazione di acquisto titoli diffusi tra il pubblico effettuate da più soggetti legati da particolari rapporti”.
Ecco: nel caso di Mps-Mediobanca, la procura della repubblica di Milano ipotizza che due tra i principali azionisti del Monte dei Paschi di Siena abbiano “concertato” l’acquisto di titoli di Mediobanca, per permettere alla banca senese di scalarla.
Già immagino cosa ti starai chiedendo: che male c’è?
In realtà, nel gioco finanziario, non si può fare una scalata di nascosto. Se vuoi scalare una banca, fino ad assumerne il controllo, devi dichiararlo, un po’ come quando si vuole conquistare un territorio a Risiko. Se non lo dichiari e poi ti trovi proprietario della banca di cui hai preso le azioni facendo finta sia accaduto per caso, puoi essere indagato per aggiotaggio e per false comunicazioni ai mercati.
Veniamo al dunque. Chi sono i concertisti, o presunti tali, nella scalata di Mps a Mediobanca? Il primo si chiama Delfin ed è la finanziaria del gruppo Luxottica, una delle più grandi aziende italiane, e della famiglia Del Vecchio, una delle più ricche d’Italia. L’altro si chiama Gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, che prende il nome dall'omonimo immobiliarista, editori di importanti quotidiani nazionali come Il Messaggero, anche lui tra gli uomini più ricchi d’Italia. Il terzo attore in commedia è Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.
La faccio molto breve: a un certo punto Delfin e Caltagirone lanciano un’offerta pubblica di scambio agli azionisti di Mediobanca: voi ci date le vostre azioni e noi vi diamo le azioni di Mps. L’obiettivo di questo scambio è abbastanza evidente: noi prendiamo il controllo di Mediobanca e voi entrate a far parte di Mps, che la controllerà.
È un’operazione che il mercato giudica malissimo, per tanti motivi.
Perché Mps è una banca retail, quella che siamo abituati a conoscere, in cui apri un conto, prelevi e depositi denaro, accendi un mutuo. Mediobanca è una banca d’affari, anzi LA banca d’affari per eccellenza, una di quelle che forniscono denaro per operazioni industriali e finanziarie complicate come fusioni, acquisizioni. La possibilità di renderle più efficienti mettendole assieme sono pari a zero, o quasi. Perché metterle assieme, quindi.
Non solo però: Mps, cioè quella che compra, è più piccola e ha i conti più scassati di quella che viene comprata, cioè Mediobanca.
In altre parole: è un’operazione apparentemente senza senso. Almeno che il senso non sia un altro ancora.
E ovviamente, il senso è un altro. Delfin e Caltagirone sono infatti anche il secondo e il terzo azionista di Assicurazioni Generali. Non abbastanza per controllarla da soli. Anche Mediobanca è un importante azionista di Generali, però. Anzi, meglio: è il primo azionista: e se i due riescono ad assumere il controllo di Mediobanca possono mettere assieme tutte quelle azioni e prendere il controllo del gruppo assicurativo triestino.
Altra domanda: perché Generali è così importante da scomodare in una scalata così spericolata due tra gli uomini più ricchi d’Italia? Cos’ha di speciale?
Diciamola così: Generali è uno dei titoli più ambiti della Borsa Italia: solidissimo, con un’ elevata capitalizzazione e con rendimenti costanti nel tempo. Uno di quei posti in cui i risparmiatori italiani – popolo di risparmiatori per antonomasia – ama mettere i suoi soldi. E siccome il risparmio italiano è molto ambito nel mondo – qualcuno dice sia il nostro petrolio – il controllo di Generali è uno dei sogni proibiti di mezza Europa.
Allo stato attuale, a guidare Generali è un manager francese che si chiama Philippe Donnet e questa cosa non piace tanto al governo italiano. Anche perché questo manager ha in animo di fare un accordo per la gestione degli asset finanziari con il gruppo francese Naxitis. Accordo che sarebbe dovuto diventare operativo il 19 dicembre, tra qualche giorno.
Uso il condizionale, perché la conquista di Mediobanca, e quindi di Generali, da parte di Mps ha di fatto bloccato questa operazione. Di fatto, dicono i patrioti al governo, salvando l’italianità del colosso assicurativo italiano, e dei risparmi italiani che ha in pancia. Piccolo dettaglio non irrilevante: Generali è anche uno dei principali acquirenti di debito pubblico italiano. Secondo le ultime stime ne aveva in pancia circa 60 miliardi.
Andiamo a ritroso allora, e proviamo a seguire l’ipotesi degli inquirenti.
Il governo non voleva che Generali finisse in mani francesi.
Così ha orchestrato, assieme a due ricchi investitori italiani, una scalata che parte da Mps e arriva a Generali, passando per Mediobanca.
Ha ceduto le sue azioni di Mps – quando l’ha salvata il governo era arrivata a possederne oltre il 70% – ai due presunti concertisti.
Ha dato la sua sponda politica all’operazione, facendo in modo che tutti gli investitori istituzionali di Mediobanca – da Intesa San Paolo alle casse previdenziali – non si opponessero alla scalata da parte di Mps.
Ha chiuso gli occhi e ha fatto in modo che chiudessero tutti gli occhi di fronte a palesi violazioni delle regole d’ingaggio dei mercati finanziari.
E ha modificato in corsa le regole del gioco, col decreto capitali e con le nuove norme sulle offerte pubbliche d’acquisto, per spianare la strada a Delfin, Caltagirone ed Mps.
È uno scenario plausibile? Sì.
È semplice da dimostrare? No.
Dalle trentacinque pagine dell’inchiesta da cui tutti i giornali traggono le loro analisi, ad avvalorare questa tesi c’è qualche intercettazione abbastanza compromettente – quella in cui Lovaglio definisce Caltagirone “il vero ingegnere dell’operazione” e un’altra in cui si parla di Generali come il vero bersaglio di tutta l’operazione -, e qualche indizio.
Per alcuni osservatori è abbastanza per inguaiare i concertisti.
Per altri siamo lontanissimi dal “solido impianto probatorio” necessario per accertare un concerto di questo tipo.
Cosa succederebbe, se fosse accertato? Qualcuno ha ipotizzato che Delfin e Caltagirone debbano pagare cash i soldi che non hanno pagato scambiando le azioni, anziché acquistandole. Qualcuno, più realisticamente, ha ipotizzato che al più, il loro diritto di voto in Mediobanca – che controllano all’86% – sarebbe sospeso. Cosa che vanificherebbe con ogni probabilità tutta l’operazione di controllo di Generali.
E il governo? Ecco: se è difficile accertare il concerto di Caltagirone e Delfin, immaginatevi quanto possa esserlo individuare le responsabilità e il ruolo del governo in questa operazione.
Certo, le indagini non sono ancora concluse. La procura, ad esempio, ha disposto il sequestro dei telefoni degli indagati e di diverse persone che parlavano con loro. Tutto quel che possiamo dire su questa vicenda, insomma, si ferma allo stato attuale delle cose, a quel che sappiamo finora. Ma, non ne dubitiamo, molto ancora succederà.
Ah, quasi dimenticavo un dettaglio.
Sapete chi c’è tra gli spiati con Paragon?
C’è Francesco Gaetano Caltagirone, uno degli scalatori di Mps-Mediobanca-Generali.
E poi c’è Andrea Orcel, ad di Unicredit, azionista di Generali e grande rivale di Caltagirone, di Delfin e pure del governo in un’altra partita, quella per il controllo del Banco Bpm, altra partita finanziaria che si intreccia a quella di cui abbiamo parlato.
E poi c’è Roberto D’Agostino, fondatore e direttore di Dagospia, che parla seminando dubbi e sospetti su Mps-Mediobanca da tempo immemore, da quando ancora non ne parlava nessuno.
Mentre Leonardo Maria, l’erede della famiglia Del Vecchio, l’uomo che controlla Delfin, pare fosse sotto la lente di osservazione e in qualche modo nel mirino della centrale di spionaggio Equalize, su cui sta indagando di nuovo la procura di Milano.
Coincidenze? Chissà.