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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
permettimi di prendermi queste cinque righe per parlare di Alberto Trentini e di condividere con te la gioia per la sua liberazione, dopo un anno di prigionia nel carcere di El Rodeo I, senza nessuna accusa a suo carico.
Il lieto fine della storia di Alberto, così come quella di Cecilia Sala in Iran, un anno fa, non ci devono però far dimenticare storie finite molto peggio, come quelle di Giulio Regeni e Mario Paciolla: cooperanti, ricercatori, giornaliste, ma soprattutto giovani appassionati di un mondo libero e senza frontiere, vittime innocenti della diplomazia degli ostaggi, della ragione di Stato, di pratiche che con la democrazia, la cooperazione e lo sviluppo hanno poco a che fare. I cui familiari ancora, dopo anni, attendono invano verità e giustizia.
Oggi il nostro pensiero va ad Alberto, a sua mamma Augusta, e a chi gli vuole bene e giustamente piange di gioia.
Ma consentiteci anche un pensiero e un abbraccio per il desiderio di giustizia di Paola Deffendi e Claudio Regeni, di Anna Motta e Pino Paciolla.
Qui trovate le loro storie, per non dimenticare.
Trump potrebbe intervenire in Iran come ha fatto in Venezuela?
Maria
Ciao Maria,
nonostante il blackout mediatico l’attenzione sull’Iran è altissima. Perché le proteste che stanno infiammando da giorni in tutto il Paese mettono in difficoltà il regime come non lo facevano da anni. Ma anche perché la possibilità di un intervento statunitense chiaramente potrebbe ribaltare completamente gli equilibri nell’intera regione. Facciamo un passo indietro: da quando decine di migliaia di iraniani hanno cominciato a scendere in piazza – sfidando una repressione durissima, che avrebbe già fatto centinaia di morti – il presidente statunitense ha più volte paventato la possibilità di un intervento. Lo ha fatto, del resto, dopo settimane in cui minaccia di prendersi la Groenlandia e di rovesciare governi a Cuba o in Colombia. Lo ha fatto dopo aver gettato bombe su Caracas e arrestato Nicolas Maduro. Per quanto riguarda l’Iran, Donald Trump ha scritto sul suo social, Truth: “L’Iran vuole la libertà come forse mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare”. A sua volta Teheran ha minacciato ritorsioni e risposte, in caso di attacco statunitense: ha detto che prenderebbe di mira le basi statunitensi in Medio Oriente, così come Israele, suo acerrimo nemico nella regione. Secondo quello che raccontano i media statunitensi, al momento alla Casa Biana ci sarebbero diverse opzioni sul tavolo: oltre a un intervento militare diretto, si starebbe pensando a come finanziare e sostenere il movimento contro il regime degli Ayatollah – magari anche attraverso l’aggiramento del blockout di internet, grazie a Starlink – oppure si potrebbero rafforzare le sanzioni. Tanti esperti sono concordi nel dire che un attacco imminente è improbabile, anche solo per ragioni puramente logistiche. Ma sicuramente quello iraniano è un fronte caldo da tenere d’occhio.
Annalisa Giradi, vice capo area Video, Fanpage.it
Visto che ormai non esistono più regole internazionali tra i popoli ma il potere economico è quello che "detta" le regole, per quanto tempo potremo avere la nostra autodeterminazione come popolo? E grazie alla presidente del consiglio così "legata"a Trump è possibile sapere per quanto ci ha venduto?
Daniela
Ciao Daniela,
sia il caso del Venezuela che della Groenlandia dimostrano che l’ordine internazionale così come l’abbiamo conosciuto dopo la Seconda guerra mondiale non esiste più. Per quanto occorra distinguere tra azioni e annunci roboanti (specie se a parlare è Washington), assistiamo a continue, talvolta persino sbandierate, violazioni del diritto internazionale. Trump l’ha detto chiaramente: a lui non serve, non gli interessa. L’unico limite al suo strapotere è la sua “coscienza”, che non significa altro che sé stesso. Tradotto: non esistono davvero dei limiti se non è lui a decidere di fermarsi. Con la Groenlandia Trump è disposto ad alzare l’asticella, a incrinare l’Alleanza Atlantica e smantellare definitivamente quel sistema di regole che gli Stati avevano deciso di darsi per regolare i loro rapporti e scongiurare nuovi conflitti mondiali. L’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale non valgono nulla quando di mezzo c’è la “sicurezza degli Stati Uniti”. Ma dietro l’interesse nazionale propagandato da Washington non si nasconde nient’altro che quello personalistico del suo leader. Acquisire il controllo dell’isola significherebbe mettere le mani su un’enorme ricchezza di risorse naturali, sulle terre rare, conquistare una posizione strategica nell’Artico, e dunque guadagnare un vantaggio su Cina e Russia. Questa è per Trump l’unica cosa che conta. Un’arroganza, una prepotenza e una spacconeria che l’Unione europea fatica a gestire e contrastare. Fino a questo momento il governo italiano ha difeso – rappresentando quasi un unicum nello scenario europeo – l’attacco Usa a Caracas come “legittimo” mentre è stato costretto ad allinearsi agli altri alleati nel richiamare gli Stati Uniti al rispetto dell’inviolabilità della Groenlandia, che appartiene solo ed esclusivamente al suo popolo. Una posizione ribadita da Meloni, che in conferenza stampa qualche giorno fa ha detto di non credere possibile un intervento militare statunitense nell’Artico e che in ogni caso non lo condividerebbe. Per ora l’ipotesi non sembra essere nei piani di Washington, che guarda a percorsi più diplomatici, se così vogliamo definirli, per prendersi l’isola. Vedremo per quanto Meloni riuscirà a mantenere questo fragilissimo equilibrio.
Giulia Casula, redattrice area politica, Fanpage.it
Adesso ci aspetta o l'invasione della Groenlandia da parte degli Usa per la l sicurezza dei loro confini con un presidio militare permanente, o un accordo con la Danimarca "vedi Europa" per un supporto pacifico sempre militare e sempre permanente, quale delle due?
Maria Grazia
Cara Maria Grazia,
come sempre più spesso succede di questi tempi, non è facile stare al passo con il susseguirsi degli accadimenti. Non facciamo in tempo a ragionare su un fatto, ad analizzarlo e a comprenderlo, che subito quel fatto viene scavalcato da altri avvenimenti più gravi. La cronaca ci incalza e spesso è impossibile riuscire a fissare punti fermi. È quello che è accaduto con le minacce di Trump in Groenlandia: poco meno di una settimana fa sembrava che gli Stati Uniti stessero per invadere con la forza il paese artico, territorio autonomo del Regno di Danimarca, con l’intenzione di occuparlo per motivi di sicurezza. Poi l’opzione militare è stata ridimensionata e momentaneamente accantonata, e il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha chiarito che il piano americano è ora quello di acquistare l'isola dalla Danimarca. Queste ultime dichiarazioni non hanno però rassicurato del tutto l’Unione europea. Per questo – è notizia di ieri – alcuni Paesi europei, tra cui Regno Unito, Germania e Francia, starebbero valutando l’ipotesi di schierare una forza militare in Groenlandia, in modo da proteggere l'Artico da Russia, Cina e dalle mire di Donald Trump. La situazione è sicuramente in evoluzione e non c’è nulla di definito. Certo è che quello che è avvenuto nei primi giorni di questo 2026 ha mostrato inequivocabilmente la fine del mondo come lo conoscevamo: se la stessa Alleanza Atlantica viene messa in discussione, se gli Stati Uniti si sono addirittura dichiarati pronti a un attacco contro un Paese della Nato, e se il presidente Usa ignora la voce dei groenlandesi, che rivendicano il diritto di non essere né americani né danesi, significa che gli equilibri geopolitici che reggevano fino a poco tempo fa non hanno più alcun valore. La cosa preoccupante è che se ne sono accorti quasi tutti, a eccezione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che continua a giustificare le uscite di Trump, rifiutandosi di prenderlo sul serio. La premier dice di non credere a un intervento militare Usa nell'area, e a chi le chiede di prendere le distanze dagli Stati Uniti, si limita a rispondere con un’iperbole: "Dobbiamo assaltare i McDonald’s?”.
Annalisa Cangemi, capo area politica, Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco