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La maggioranza di governo lavora da tempo al nuovo decreto Sicurezza, un pacchetto di misure eterogenee, che, inutile girarci intorno, servirà anche a lanciare il rush finale della campagna referendaria. La commistione dei livelli, politico, giudiziario, dell’ordine pubblico, non è un’invenzione di qualche giornalista fazioso, ma una precisa scelta comunicativa e strategica in particolare di Fratelli d’Italia. Anche senza voler considerare le ridicole card sui social del primo partito d’Italia, sono stati illuminanti alcuni passaggi della conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, con il costante tentativo di scaricare sulla magistratura parte della responsabilità dell’aumento dell’insicurezza (non solo percepita) negli ultimi anni. Non c'è dubbio, insomma, che sulla sicurezza si sia investito molto in termini di consenso elettorale e di agibilità politica.

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Sul pacchetto sicurezza il governo ha preso tempo, realisticamente per la presentazione del testo definitivo del decreto ne riparleremo la prima settimana di febbraio, molto probabilmente nel Consiglio dei ministri del 4. Dalle bozze che abbiamo potuto visionare emerge più o meno lo stesso schema degli interventi precedenti, compresa un’attenzione particolare al comparto immigrazione. Non sappiamo se il testo definitivo accoglierà anche le richieste leghiste (su gang giovanili e, ancora, sulla disciplina di alcune manifestazioni), quel che è certo è che l’attenzione del Quirinale sarà massima, soprattutto per la scelta di utilizzare la decretazione d’urgenza per una simile materia.

Del resto, il comparto sicurezza è diventato uno dei terreni principali dello scontro politico, per una serie di motivazioni di carattere “storico-ideologiche” e per ragionamenti di bieco opportunismo. Quando è stata all’opposizione e (paradossalmente) non solo, la destra ha utilizzato spesso e volentieri il frame dell’insicurezza all’interno della propria narrazione sui limiti strutturali non solo dei progetti di governo, ma dell’intera offerta politica del mondo progressista. Dall’altro versante, i principali partiti di centrosinistra hanno elaborato risposte deboli e poco coerenti alla pressione dei loro avversari, finendo spesso con lo scimmiottarne le azioni e i provvedimenti. Nella fase attuale si è aggiunto un ulteriore elemento di confusione, non sappiamo neanche quanto casualmente. Dopo quasi quattro anni di governo, una serie di interventi legislativi e un numero indefinito di promesse e proclami, i risultati in tema di sicurezza sono oggettivamente scadenti. Ci sono report chiarissimi, dati forniti dallo stesso ministero dell’Interno a confermarlo. Ma c’è anche il refrain dell’insicurezza percepita, che per quanto singolare possa sembrare è ancora al centro della gran parte della comunicazione degli esponenti della maggioranza e finanche dei loro sostenitori. È un cortocircuito che ha diverse spiegazioni, a mio parere, ma la cosa più interessante è il tentativo di continuare a manipolare l’opinione pubblica con lo strumento retorico del vittimismo.

Cavalcare la paura come forma di controllo e strumento di consenso

Fateci caso, non c’è mai una chiara ammissione di responsabilità o di colpa dietro la mancata attuazione delle promesse elettorali in materia di sicurezza. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, ci sono sempre poteri forti in azione per impedire a chi governa di “riportare l’ordine”, c’è sempre un nuovo nemico in agguato, ci sono sempre agitatori di professione a determinare il caos. È un modello consolidato, lo conosciamo, che risponde alla necessità di tenere i cittadini in uno stato di tensione costante. Le riflessioni che Agamben faceva qualche anno fa, in relazione alla stretta securitaria nella stagione del terrorismo di matrice islamica, sembrano adattarsi perfettamente alla situazione attuale: “Bisognerebbe riflettere sulla nozione di sicurezza, che oggi si sta sostituendo a ogni altro concetto politico. La gente deve capire che la sicurezza di cui si parla tanto non serve a prevenire le cause, ma a governare gli effetti. Nello Stato di sicurezza, il patto sociale cambia di natura e degli uomini che vengono mantenuti sotto la pressione della paura sono pronti ad accettare qualunque limitazione delle libertà […] La parola «sicurezza» è entrata a tal punto nel lessico politico che possiamo dire, senza paura di sbagliare, che la «ragion di sicurezza» ha preso il posto di quella che un tempo si chiamava la «ragion di Stato»”.

Ed è effettivamente necessario mettersi d'accordo su cosa intendiamo quando parliamo di sicurezza. Un concetto che spesso tendiamo a liquidare con poche considerazioni, utilizzando schematismi piuttosto imprecisi, come quello che vorrebbe la sicurezza come "valore di destra" inviso alla sinistra tutta o quantomeno sottovalutato dall'area progressista. Dualismo inconsistente, basterebbe ricordare che la parola sicurezza compare dieci volte nella Costituzione italiana, sia pur declinata in diversi modi e significati.

Perché, appunto, ci sono diversi modi di concepire la sicurezza. E, senza girarci troppo intorno, quello che stiamo vedendo in questi anni non ha nulla a che vedere con l'idea di sicurezza come prevenzione e cura, come luogo in cui realizzare ideali di comunità e libertà. La stragrande maggioranza delle iniziative legislative non sono determinate da una visione d'insieme o da ragionamenti di ampio respiro, ma rispondono più che altro alla necessità di intervenire in tempi rapidi con provvedimenti spot. Spesso ciò accade dopo aver creato e alimentato il terreno adatto all'intervento, avendo esacerbato condizioni di partenza o speculato su fatti di cronaca. Stiamo assistendo, per dirla in altre parole, a una sorta di manuale di quella deriva della securitizzazione descritta dalla scuola di Copenhagen. Quella in cui l’attore securitizzante, in questo caso il governo o i politici in generale, concorre a determinare (o determina direttamente) un racconto in cui i cittadini siano minacciati o addirittura in pericolo, in modo da creare le condizioni per una serie di interventi di carattere repressivo, che finiscono poi con l'essere un’ulteriore cessione di sovranità. Ti faccio sentire insicuro, in modo che tu sia disposto a rinunciare a una parte dei tuoi diritti pur di ricevere protezione e supporto. Costruisco o esaspero una problematica in modo da rafforzare un racconto emergenziale che mi dia campo libero per esercitare il mio potere. E, soprattutto, per intervenire contro quelli che sono i miei avversari politici: ha poca importanza che siano i partiti che hanno contribuito a creare quella che io considero la "causa" dell'insicurezza (l'immigrazione, ad esempio), o i corpi sociali che ostacolano la penetrazione dei messaggi che mi interessa veicolare (la stretta sulle manifestazioni, ad esempio), perché lo schema è sempre lo stesso.

In questo contesto, particolare rilievo acquista l'utilizzo del linguaggio nella comunicazione politica e finanche istituzionale. Veniamo ciclicamente bombardati da immagini e dichiarazioni che rimandano all'idea della situazione fuori controllo, delle città in preda al caos, delle forze dell'ordine sotto assedio, dell'incolumità di tutti messa in discussione. È un martellamento che diventa tanto più intenso quando si avvicinano scadenze importanti sul piano politico, che siano un'elezione, un referendum (!) o un particolare giro di boa che necessita di diversivi.

Intendiamoci, d'altro canto sarebbe riduttivo e non corretto parlare esclusivamente di percezione, minimizzando le problematiche esistenti e descrivendo una situazione che parimenti non esiste. Ci sono evidentemente dei problemi strutturali e cogenti, che finiscono spesso per impattare sulla vita delle persone, in particolare di quelle a basso reddito o che vivono in zone disagiate. È un fatto che i reati di allarme sociale determinino grande insicurezza (reale e percepita) per tanta parte della popolazione e dunque diventino elemento di grande interesse per la politica. Ma le risposte non possono essere meramente repressive. Dovrebbero invece essere il frutto di riflessioni più profonde e lontane da strumentalizzazioni e speculazioni. Dovremmo indagare le radici dell'insicurezza, preoccuparci della marginalità sociale e delle condizioni che portano le persone a delinquere. Dovremmo, ad esempio, impegnarci per seri percorsi di riabilitazione e reinserimento nella società degli ex detenuti. Dovremmo investire sulla cultura e sull'inclusione come base per una vera integrazione. Dovremmo intervenire nelle aree a rischio povertà, fornendo ascolto prima e risposte poi.

Inasprire pene, inventare nuovi reati, stringere in una morsa repressiva le comunità, non ha mai funzionato. Non funzionerà nemmeno adesso.

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