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Non è stato uno spoglio lungo, quello per le elezioni in Ungheria. E il risultato è stato qualcosa che fino a qualche mese fa sembrava impossibile. Viktor Orban e il suo partito Fidesz sono stati letteralmente sbaragliati dopo 16 anni al potere. Anni in cui l’Ungheria si è trasformata nella democrazia illiberale apertamente dichiarata da Orban, che ha messo i suoi uomini a tutti i vertici, ha cambiato le leggi a suo favore ed è penetrato nel sistema giudiziario, mediatico, accademico. Ha preso il controllo dell’economia del Paese, ha rafforzato la stretta sulla società con misure illiberali, che hanno ristretto lo spazio del dissenso e hanno perseguitato le minoranze – dai migranti alla comunità Lgbt – ma allo stesso tempo gli hanno assicurato il controllo totale. O quasi.
Chi è Peter Magyar, il vincitore delle elezioni in Ungheria
Negli ultimi mesi Peter Magyar, che era nato come funzionario all’interno di Fidesz per poi sfilarsi fino a diventare il principale rivale di Orban, ha viaggiato il Paese in lungo e in largo, arrivando a fare cinque o sei comizi al giorno in ogni angolo dell’Ungheria, nei villaggi più rurali e distanti dai grandi centri di potere. Non potendo contare sul supporto dei grandi media – controllati dallo Stato, quindi dal partito – si è affidato ai suoi profili social per fare campagna puntando tutto su un programma anti-corruzione. Ha legittimato il profondo malcontento popolare innescato da un’economia in pezzi, che non si è mai ripresa dopo la pandemia di Covid e che nelle ultime settimane risulta ancora più provata. E ha denunciato come la classe dirigente di Fidesz si sia arricchita mentre gli ungheresi erano sempre più in difficoltà, mentre la scuola e la sanità andavano in mille pezzi.
Ha promesso di ripristinare lo stato di diritto e i rapporti con l’Unione europea, descrivendo sapientemente come facendo così sarebbe stato riattivato il flusso di fondi da Bruxelles: decine di miliardi di euro di cui l’Ungheria ha bisogno come ossigeno. Se dopo 16 anni di potere autoritario, dopo aver controllato la narrazione e le spinte sociali, dopo la mobilitazione incredibile dei principali leader della destra sovranista – da JD Vance a Salvini e Le Pen – accorsi per sostenerlo, Orban ha perso è stato in gran parte per una crisi del costo della vita che non ha fatto che aggravarsi, per l’assenza di opportunità economiche, per l’inflazione a livelli stellari e una corruzione endemica che ha portato il popolo ungherese a una mobilitazione ancora più massiccia di quella degli alleati di Orban.
La mobilitazione e l'Europa
Era dal crollo del comunismo che non si vedeva un’affluenza come quella di domenica in Ungheria. Segno che per gli ungheresi, questa volta, la posta in gioco fosse troppo alta. E non ci si poteva permettere di restare a casa a vedere Orban assicurarsi l’ennesimo mandato. Tisza, il partito di Magyar, ha vinto con oltre il 53% dei voti, mentre Fidesz si è fermato al 38%. Un divario inequivocabile, come lo ha definito lo stesso Orban, prendendo atto della sconfitta e giurando una dura opposizione.
L’Europa può tirare un sospiro di sollievo. Il leader filorusso, quello che ha bloccato praticamente ogni decisione sull’Ucraina, non sarà più al potere. Le prime parole sui social di Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea, sono state: “L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Insieme siamo più forti, un Paese riprende il suo percorso europeo. L’Unione si rafforza”. Nei prossimi mesi si attende un’accelerata su vari fronti: da un lato ci si attende che venga tolto il veto di Budapest nel Consiglio europeo – quello che da ultimo, ad esempio, aveva bloccato oltre 90 miliardi di prestito all’Ucraina – e che riprenda il flusso inverso di fondi, da Bruxelles all’Ungheria, mano a mano che verranno messe in campo le riforme per ripristinare lo stato di diritto. Quindi le misure per cancellare la censura mediatica, quelle per togliere i giudici dal controllo del governo, e così via.
La democrazia illiberale di Orban è finita?
Restano però incognite profonde. Quello costruito da Orban negli ultimi 16 anni è un sistema, ben radicato nel tessuto sociale, economico, culturale del Paese. E i sistemi non spariscono solo perché i loro ideatori perdono il potere. E questo non vale solo per la politica interna ungherese. Ma anche per quei pezzi di Europa e di mondo che hanno fatto della democrazia illiberale di Orban un modello da seguire. Solo perché Fidesz ha perso le elezioni non significa che il vento della destra sovranista, populista e liberticida, abbia finito di soffiare. Nel nostro continente siamo circondati di esempi ben in salute. Sistemi politici come quelli di Donald Trump o Vladimir Putin, con tutte le differenze del caso, continuano a definire la geopolitica mondiale, a cambiare la grammatica del dibattito pubblico
E poi, non dimentichiamoci che Peter Magyar, pur essendo il principale oppositore di Orban e pur avendo promesso in campagna elettorale di combattere la corruzione e riportare l’Ungheria in un perimetro europeista, tante altre cose presumibilmente non le cambierà. Rimane un conservatore, un uomo di destra rigido per quanto riguarda l’immigrazione e che in questi mesi è stato molto vago sulle sue vedute rispetto alla comunità Lgbt, ai diritti che sono stati compressi e attaccati.
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