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Alla Russia conviene la guerra nel Golfo: occhi distanti dall’Ucraina e petrolio più caro

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Nella notte tra domenica e lunedì il prezzo del petrolio al barile ha raggiunto i 115 dollari, una cifra che non si vedeva proprio dallo scoppio della guerra in Ucraina, quando i Paesi europei avevano deciso di tagliare le importazioni di petrolio russo. Nel Golfo persico, dove da oltre una settimana vediamo bombardamenti senza sosta, ci sono i principali produttori di petrolio al mondo. Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait. Che però hanno sono stati costretti a ridurre la produzione giornaliera di petrolio a causa delle tensioni e dei bombardamenti. Per dare qualche numero: l’Arabia ha ridotto la produzione tra i 2 e i 2,5 milioni di barili al giorno, gli Emirati e il Kuwait hanno tagliato la produzione di oltre mezzo milione di barili al giorno, l’Iraq di circa 2,9 milioni di barili al giorno.

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L'aumento del prezzo al barile

Ma non è solo una questione di produzione. C’è anche quella del trasporto. Da quando è stato attaccato da Stati Uniti e Israele, l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, di cui controlla una sponda. Questo è uno snodo cruciale per il commercio globale, collegando il Golfo Persico – su cui appunto si affacciano i Paesi produttori di petrolio – al Mar arabico, poi all’Oceano indiano e quindi ai mercati globali. Da questo canale passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e di gas liquefatto. Basti solo un dato: nel 2025 il 48% del fabbisogno di petrolio cinese è passato da navi transitate per questo Stretto.

La chiusura dello Stretto di Hormuz

Quindi, con l’Iran che minaccia di bombardare qualsiasi imbarcazione che le capita a tiro, lo Stretto di Hormuz chiaramente non è più percorribile come prima. Se a questo aggiungiamo il calo di produzione del petrolio, dovuto ai bombardamenti in tutta la regione, è chiaro che dobbiamo fare i conti con un calo importante del petrolio sul mercato globale. E questo ha conseguenze sui prezzi del barile, in primis, e poi a catena sui prezzi dell’energia e di qualsiasi bene in commercio.

La crisi rischia davvero di essere disastrosa. Domenica il Wall Street Journal ha scritto che non c’era mai stata una tale interruzione nelle forniture di petrolio, nemmeno nelle grandi crisi degli anni Settanta, perché all’epoca i legami commerciali erano ben diversi, meno interconnessi. Era un’economia molto meno globalizzata, del resto. Oggi il Corriere della Sera ha stimato che la paralisi dello Stretto stia bloccando circa duecento milioni di barili, che sarebbe più o meno il consumo mondiale di due giorni.

Le scorte dell'Europa

I Paesi occidentali possono attingere alle loro scorte, ma se la guerra dovesse andare avanti a lungo chiaramente il problema sarebbe solo posticipato. Il ministro dell’Energia, Pichetto Fratin, ha detto che l’Italia è un Paese con altissime riserve di petrolio, ma che a livello di G7 si sta valutando di mettere in comune le scorte perché ci sono Paesi alleati in seria difficoltà. La situazione sui prezzi è sembrata in leggero miglioramento quando Donald Trump ha dichiarato che il conflitto sarebbe durato ancora poco, giusto qualche giorno. Ha anche detto di avere un piano per affrontare l’aumento dei prezzi e di non preoccuparsi più di tanto. Ma dall’Iran non ci hanno messo molto a smentirlo.

Il regime degli Ayatollah ha fatto sapere che nemmeno una goccia di petrolio lascerà il Golfo fino a nuovo avviso e che i negoziati con Washington per lo stop ai bombardamenti non sono all’ordine del giorno. Insomma, l’Iran sa di avere un asso nella manica con il controllo dello Stretto di Hormuz ed è deciso a giocarselo. Per l’Europa non siamo ancora ai livelli di crisi del 2022, ma richiamo pericolosamente di avvicinarci. Per cui bisogna giocare di anticipo e intervenire prima che la situazione precipiti. Per il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è una questione di sicurezza energetica.

L'impatto in Italia

Essendo l’Italia un Paese che consuma molta più energia di quella che produce, è importante trovare al più presto un piano B. Un piano C, in realtà. Perché l’aumento della dipendenza dal petrolio e dal gas proveniente dal Golfo era una soluzione al taglio delle importazioni dalla Russia. Ora il Cremlino sta giovando di questo effetto paradossale della guerra in Iran. Perchè da un lato l’attenzione mondiale si è spostata dall’Ucraina all’Iran e a tutta la regione mediorientale, per cui i bombardamenti su Kiev o le altre città ucraine non fanno più di tanto notizia. E poi perché a beneficiare dei rincari sul petrolio e del Golfo immobilizzato dal conflitto è soprattutto Mosca.

Il gioco della Russia

La Russia è il terzo produttore di petrolio al mondo e ora non solo vende un prodotto che costa generalmente di più, ma ha anche molti più Paesi a bussare alla sua porta, visto che i fornitori tradizionali hanno le mani legate. Ed è un circolo vizioso: perché con queste entrate maggiori, il Cremlino riesce a finanziare la guerra in Ucraina come prima non riusciva a fare. Proprio mentre il resto del mondo è impegnato a guardare altrove.

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