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Vince la causa di lavoro ma il supermercato è del clan: costretta a rinunciare a 80mila euro

Dall’ordinanza contro il gruppo riconducibile al superboss dei Casalesi Michele Zagaria emerge la vicenda della dipendente di un supermercato, che aveva dovuto rinunciare a un risarcimento dopo anni di sfruttamento.
A cura di Nico Falco
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Immagine di repertorio
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Per anni aveva percepito 800 euro di stipendio, una retribuzione nettamente inferiore rispetto a quanto prevedeva il suo contratto. Uno sfruttamento riconosciuto anche dal Tribunale, che aveva sancito che le spettassero 130mila euro. Ma quei soldi non li ha mai visti: il supermercato era "gestito" dal clan ed è stata costretta ad accontentarsi di 50mila euro, poco più di un terzo. La storia emerge dall'ordinanza eseguita dai carabinieri oggi, 30 marzo, nei confronti di 23 indagati (19 in carcere e 4 ai domiciliari), ritenuti inquadrati in un gruppo riconducibile al superboss Michele Zagaria e guidato dai fratelli Antonio e Carmine e dal nipote Filippo Capaldo.

I fatti risalgono all'ottobre 2023. La vittima è una donna che ha lavorato dal 2013 al 2019 nel supermercato Jolly Market di San Marcellino (Caserta) con mansioni da macellaia; per quel periodo, però, ha ricevuto una retribuzione di 800 euro al mese, significativamente inferiore ai minimi contrattuali. Ha portato in giudizio il suo datore di lavoro e il Tribunale di Napoli Nord le ha dato ragione, disponendo un risarcimento di 130mila euro.

Ma quel supermercato, scrive il gip nell'ordinanza, nonostante sia intestato ad altre persone, è di proprietà della famiglia Zagaria. Che non ha nessuna intenzione di pagare quanto disposto dal Giudice del Lavoro. Della vicenda si sarebbe interessato direttamente Carmine Zagaria, fratello del superboss, che avrebbe contattato prima personalmente, e poi tramite persone a sé vicine, l'avvocato della donna: se avesse convinto la sua assistita ad accettare 15mila euro, per lui ci sarebbero stati altri 17mila euro.

L'avvocato avrebbe spiegato alla donna che quell'attività era "gente particolare", facendole capire che si trattava di camorristi, e l'avrebbe quindi indotta a stipulare un accordo transattivo per 50mila euro, somma a cui avrebbe dovuto sottrarre i 12.500 euro del suo onorario; il pagamento, secondo i termini, sarebbe avvenuto con una prima tranche in contanti, per 5mila euro, in dieci rate mensili da 1.500 euro e in altre rate da mille, per complessivi 37.500 euro.

Per questa storia sono indagati l'avvocato Biagio Sagliocco, che avrebbe fatto da intermediario nell'estorsione; Alfonso Ottimo, che avrebbe condotto la trattativa con l'avvocato; Carmine Iavarone e Carlo Pellegrino, che avrebbero contattato Sagliocco per conto di Carmine Zagaria. Con l'ordinanza eseguita oggi è stato disposta la custodia cautelare degli arresti domiciliari per Sagliocco e per Pellegrino, mentre per Ottimo, Iavarone e Zagaria è stato applicato il carcere.

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