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Presidenza Fico in Regione Campania

Regione Campania, un ventennio per rientrare dal deficit sanitario: tasse più alte, tagli a ospedali e Asl

Il piano di rientro dal disavanzo della sanità in Campania è stato un lungo percorso di lacrime e sangue, con tagli orizzontali che hanno spinto la qualità dei servizi in fondo alle classifiche.
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Il percorso che ha portato all'uscita della Campania dal Piano di rientro è durato la cifra record di quasi 7.000 giorni, 19 anni, attraversando cinque legislature regionali  (la seconda di Antonio Bassolino, una di Stefano Caldoro, due di Vincenzo De Luca e la prima di Roberto Fico) e ben 12 governi diversi, presieduti da 9 differenti Presidenti del Consiglio. Tutto inizia a marzo 2007: l'allora governatore Bassolino firma a Roma il "Piano di rientro dal disavanzo e di riqualificazione" con il ministro della Salute Livia Turco, durante il secondo governo di Romano Prodi. La decisione è inevitabile: alla fine del 2005, la Campania registra un disavanzo record di 1.839 milioni di euro (+42% rispetto all'anno precedente), una crescita della spesa sanitaria totalmente fuori controllo e conti insostenibili.

Cosa ha comportato il piano di rientro sanitario per la Campania

Per ripianare questa voragine, il piano del 2007 impose alla Regione di sottostare a un rigido controllo del Ministero della Salute e del Mef. La locuzione «lacrime e sangue» è più che adatta. Aumento massimo delle tasse e introduzione dei ticket: Per coprire i debiti, le aliquote regionali di Irpef e Irap vengono innalzate al livello massimo consentito; viene inoltre introdotto un ticket di 10 euro sulle prestazioni specialistiche e di 1,50 euro per ogni confezione di farmaci prescritta. L'obiettivo era chiudere la partita entro il 2009. Non andò così.

Blocco totale delle assunzioni (turn-over): venne imposto il blocco totale delle assunzioni a tempo determinato e forme di lavoro flessibile, e un blocco quasi totale per il tempo indeterminato (le assunzioni per infermieri vengono limitate al 50% delle cessazioni, e per il resto del personale a percentuali ancora inferiori). Tagli ai posti letto e chiusura degli ospedali cosiddetti "minori" ovvero obbligo di dismettere o riconvertire gli ospedali con meno di 120 posti letto o con tassi di produttività troppo bassi; imposta la chiusura dei Punti Nascita ritenuti insicuri perché con meno di 500 parti all'anno. Dall'inizio della voragine finanziaria ai periodi più recenti del commissariamento, la sanità campana ha subìto un taglio di oltre 4.300 posti letto (passando da oltre 21.500 a poco più di 17.000).

Imposti rigidi "budget" per le strutture private accreditate (laboratori di analisi, cliniche, centri di riabilitazione).  È una storia che chi vive in Campania ben conosce ancora oggi: al superamento del limite di spesa – oggi mensile – la Regione semplicemente smette di rimborsare le prestazioni, causando ciclicamente la sospensione delle cure in convenzione per i cittadini. È la risposta che spesso ci si sente dire allo sportello del centro analisi o centro esami diagnostici: «Sono finiti i soldi, bisogna pagare».

Infine, la centralizzazione degli acquisti: all'epoca fu potenziata la Soresa spa (Società Regionale per la Sanità), originariamente nata per saldare il debito, con il compito di centralizzare e razionalizzare l'acquisto di beni e servizi per tutte le Asl, bloccando le gare d'appalto autonome.

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La rincorsa all'equilibrio economico-finanziario a suon di tagli

Sono anni difficili perché la qualità delle prestazioni scivola a livelli vergognosamente bassi anche se, a botte di tagli draconiani, dal 2013 la Campania raggiunge costantemente l'equilibrio economico-finanziario. I bilanci tornano in attivo, registrando avanzi di amministrazione continui: 31,7 milioni del 2019; 12,2 milioni del 2021; 8,9 milioni del 2022. Nonostante i bilanci sani, il governo in questi anni continua a tenere la Regione sotto commissariamento. Motivo? I Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) rimangono insufficienti in alcune aree.

Le principali criticità sanitarie evidenziate anno dopo anno dai tavoli ministeriali includono: un ricorso abnorme e ingiustificato ai parti cesarei primari (spesso sopra il 40%, ben oltre la soglia del 15-25%); tassi di adesione bassissimi agli screening oncologici (cervice, mammella, colon retto);  debolezza nell'assistenza domiciliare (Adi) e nell'assistenza residenziale per anziani non autosufficienti.

Lo scontro con Roma davanti al Tar e poi la concertazione politica

La svolta avviene con la certificazione che, nell'anno 2023, dichiara che Campania è finalmente riuscita a superare la soglia di sufficienza nel Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) in tutte e tre le macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. L'amministrazione dell'ex governatore Vincenzo De Luca intavola una complessa trattativa redigendo il "Documento Tecnico di uscita dal Piano di Rientro". Non mancano le tensioni, perché a settembre 2025 la Regione ricorre al Tar per vedere riconosciute le proprie ragioni e "sciogliere" questo laccio con Roma.

A novembre il Tribunale Amministrativo della Campania è d'accordo con Palazzo Santa Lucia, il ministero ricorre al Consiglio di Stato. È evidente che il muro contro muro non serve a granché. Quando arriva Roberto Fico inizia a trattare. I risultati dopo una serie di tavoli giungono  il 27 marzo 2026 con l'uscita definitiva dal Piano di Rientro, sancita dal ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci.

Con l'uscita dal disavanzo ora Fico (in carica da dicembre 2025) riacquisisce finalmente pieni poteri di programmazione ordinaria: da oggi la Regione potrà gestire autonomamente la sanità, tornare a programmare investimenti, assumere nuovo personale per far fronte alle barelle nei pronto soccorso e tentare di abbattere le lunghissime liste d'attesa senza la "spada di Damocle" dei vincoli imposti per diciannove anni da Roma.

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