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Bambino morto dopo il trapianto del cuore danneggiato

Morte del piccolo Domenico, sulla richiesta di risarcimento è scontro tra la famiglia Caliendo e il Monaldi

Scambio di accuse tra l’ospedale Monaldi di Napoli e l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, dopo la diffusione dei termini della richiesta risarcitoria da 3 milioni di euro per il decesso del bimbo di due anni e mezzo.
A cura di Nico Falco
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L’avvocato Francesco Petruzzi e la direttrice dell’azienda ospedaliera Anna Iervolino
L’avvocato Francesco Petruzzi e la direttrice dell’azienda ospedaliera Anna Iervolino
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Da un lato l'ospedale, che fa sapere di avere ricevuto una richiesta risarcitoria non negoziabile "espressamente qualificata come riservata, contenente una richiesta risarcitoria di tre milioni di euro", e di avere avere avviato le valutazioni, dall'altro l'avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, che già con una lettera aperta e ora con un comunicato denuncia il silenzio dell'azienda ospedaliera: è ormai scontro tra il Monaldi e la famiglia del piccolo Domenico, il bimbo di 2 anni e mezzo deceduto a seguito di un trapianto di cuore in cui gli era stato impiantato un organo danneggiato irreparabilmente durante il trasporto da Bolzano a Napoli.

Tutto nasce dalla lettera aperta diffusa dall'avvocato Petruzzi, in cui viene menzionata la richiesta risarcitoria (ma senza svelarne l'entità) e denunciata la mancanza di risposte da parte dell'ospedale. Si tratta di una proposta stragiudiziale, quindi non ha nulla a che vedere con l'iter giudiziario avviato dalla Procura di Napoli e che vede indagati diversi medici del Monaldi; sotto il profilo penale, non cambierà nulla anche perché i reati ipotizzabili dagli inquirenti sono procedibili d'ufficio e quindi non è tecnicamente possibile uno scenario in cui un eventuale risarcimento bloccherebbe l'iter.

L'ospedale Monaldi: "Richiesta presa in carico"

Dopo la diffusione della lettera aperta, l'ospedale Monaldi ha fatto sapere che l'azienda "ha ricevuto una proposta stragiudiziale, il giorno dopo il funerale del piccolo Domenico, espressamente qualificata come riservata, contenente una richiesta risarcitoria di 3 milioni di euro e formulata in termini dichiaratamente non negoziabili". Ed evidenzia proprio la non negoziabilità della richiesta nel passaggio successivo: "La valutazione della richiesta risarcitoria impone lo svolgimento di approfondite valutazioni tecnico-legali, anche alla luce degli accertamenti in corso e, per loro natura, non possono essere compresse entro i rigidi termini unilaterali indicati dalla controparte. Non può pertanto parlarsi di mancata apertura di una trattativa, in assenza di un effettivo spazio negoziale nella proposta ricevuta".

L'ospedale, inoltre, si dice sorpreso per le modalità con lui l'avvocato ha scelto di rendere pubblica una comunicazione che era stata qualificata come riservata, "con modalità che non appaiono coerenti con la natura dell’interlocuzione stragiudiziale e che non favoriscono un confronto sereno nelle sedi proprie con l’avvocatura dell’Azienda". Il Monaldi, parlando di una "evidente strategia di esposizione mediatica della vicenda", prosegue dicendo che "il percorso transattivo si svolge nel rispetto delle procedure e delle norme a tutela dell'interesse pubblico, secondo l'istruttoria degli uffici competenti", e che la richiesta di incontro è stata presentata dalla controparte il 24 marzo e che è stata immediatamente presa in carico dall'ufficio legale, "avviando le necessarie attività organizzative".

Infine, nel comunicato diffuso dall'Azienda dei Colli, guidato dal direttore generale Anna Iervolino, si legge che i genitori di Domenico, Antonio Caliendo e Patrizia Mercolino, "hanno riferito di non nutrire sentimenti di rancore verso i medici e gli infermieri, pur chiedendo legittimamente giustizia per quanto accaduto. Una richiesta di giustizia alla quale ci siamo sempre associati e che tutti noi vogliamo con determinazione".

La replica di Petruzzi: "Monaldi ha violato vincolo di riservatezza"

Nella replica successivamente diffusa dall'avvocato Petruzzi, per conto della famiglia Caliendo, l'avvocato si sofferma su un particolare: l'obiettivo della lettera aperta era di denunciare "il silenzio dell'azienda", senza svelare nessun riferimento agli aspetti tecnici, economici o negoziali della proposta riservata. E il Monaldi, rendendoli pubblici col precedente comunicato, ha violato "unilateralmente il vincolo di riservatezza che ora invoca".

Petruzzi prosegue dicendo di avere trasmesso la proposta di risarcimento tramite posta elettronica certificata, con un termine di 15 giorni, trascorsi i quali, non avendo ottenuto nessun riscontro, è stata trasmessa una seconda PEC, datata 24 marzo, col sollecito di un incontro. Questa seconda comunicazione sarebbe quella a cui fa riferimento l'azienda ospedaliera, "omettendo che si trattava del secondo sollecito a fronte di un silenzio assoluto".

Il procedimento penale, prosegue Petruzzi, "non ha ad oggetto la vicenda di Domenico nella sua interezza: ha ad oggetto la posizione di alcuni professionisti sanitari nei loro specifici profili di responsabilità penale individuale. È un piano radicalmente distinto dalla responsabilità civile della struttura ex art. 7 L. 24/2017 (l'articolo che disciplina la responsabilità civile in ambito sanitario, ndr), che è autonoma, non dipende dall'esito penale e non può essere paralizzata da esso. Invocare le indagini a carico di singoli sanitari per non rispondere a una proposta transattiva civile non è una giustificazione giuridica: è una confusione concettuale o una scelta deliberata".

E, nella conclusione, il Monaldi viene sostanzialmente accusato di avere cercato di creare una spaccatura tra la famiglia Caliendo e lo stesso Petruzzi. L'ospedale, prosegue il legale, "ha contattato direttamente la signora Patrizia, madre di Domenico, bypassando il difensore e in assenza di qualsiasi comunicazione a questo studio", instaurando una interlocuzione parallela a quella legale in corso.

Di fronte al silenzio dell'ospedale, la famiglia "ha coerentemente scelto di non proseguire nemmeno sul piano dell'interlocuzione diretta". "Il tentativo operato nella nota odierna di scindere la posizione dei genitori da quella del loro difensore – conclude Petruzzi – utilizzando a fini pubblici dichiarazioni ottenute in una interlocuzione dalla quale il difensore era stato deliberatamente escluso, appare una condotta artata e strategicamente orientata a delegittimare il mandato difensivo".

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