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Suicidio assistito, il fratello di Margherita Botto: “L’ho portata in Svizzera, era suo diritto morire”

Margherita Botto è morta con il suicidio assistito in Svizzera. La donna, professoressa di francese e traduttrice, era malata da un tumore inoperabile che, associato alla trombosi da cui era stata colpita, aveva reso la sua quotidianità insostenibile. Il fratello Paolo ha deciso di accompagnarla in questo percorso per restituirle la dignità che la malattia le aveva rubato.
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A cura di Chiara Daffini
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Da sinistra: Margherita Botto; Paolo Botto, Marco Cappato e Cinzia Fornero dopo l'autodenuncia in Questura a Milano
Da sinistra: Margherita Botto; Paolo Botto, Marco Cappato e Cinzia Fornero dopo l'autodenuncia in Questura a Milano

Margherita Botto ha amato tanto la vita, finché le è stato concesso di condurla in maniera dignitosa. Poi la malattia le ha tolto tutto e per questo ha scelto di morire in Svizzera, con il suicidio medicalmente assistito. Il fratello, Paolo, l'ha accompagnata in ogni fase di questo doloroso percorso, accettando le sue volontà. Poi si è autodenunciato alla Questura di Milano insieme a Marco Cappato,  dell’associazione Luca Coscioni, è responsabile legale dell’organizzazione Soccorso Civile, realtà da lui fondata che si occupa delle azioni di disobbedienza civile e di cui fa parte anche Cinzia Fornero, che pure ha accompagnato Margherita in Svizzera. Rischiano tutti 12 anni di carcere, ma Paolo è convinto del suo agito, che racconta a Fanpage.it.

Partiamo dall'inizio. Cioè chi era Margherita Botto?

Margherita era una professoressa universitaria di lingua e letteratura francese, ha iniziato la sua carriera a Milano, subito dopo la laurea. Successivamente è stata a Pavia, poi a Sassari, dove è stata nominata professoressa, e infine a Bergamo, dove ha concluso il suo percorso andando in pensione.  Contestualmente alla docenza universitaria, aveva intrapreso l'attività di traduttrice letteraria, che poi, dopo la pensione, ha continuato in modo intenso e attivo e ha lavorato per diverse case editrici come Einaudi, Neri Pozza, Garzanti e Ippocampo.  Ha tradotto dal francese tanti autori, tra cui Stendhal, Dumas, Emmanuel Carrère, Fernand Braudel, Marc Fumaroli, Lubomir Doleže e Fred Vargas. Il 15 agosto scorso aveva finito di licenziare le bozze di un libro del premio Nobel Pamuk e già stava pensando a un altro.

Era la sua sorella maggiore.

Margherita aveva 74 anni, fino a qualche giorno fa, io ne ho 68. Abbiamo perso il nostro padre quando io avevo dodici anni, lei diciotto. La notte di Pasqua del '67 è stato investito da un uomo ubriaco alla guida e purtroppo è morto. Da quel momento lei mi ha fatto anche da da papà. Aveva un carattere portato a prendersi cura degli altri e un piglio energico. Ricordo che quando ero adolescente mi rimproverava spesso: facevo il liceo classico, lo stesso frequentato da lei, e quando scappavo da scuola per andare a giocare a pallone una professoressa le telefonava per avvisarla. Mi diceva: ‘Non fare lo stupido!'. Crescendo, ci siamo avvicinati sempre di più, eravamo molto legati.

Poi purtroppo è arrivata la malattia. Come ha reagito inizialmente Margherita?

È stato tutto inaspettato e velocissimo. Fino a metà agosto, pur con qualche problema di salute che si portava dietro da anni, Margherita stava bene. Un pomeriggio mi telefonò e mi disse che stava andando al pronto soccorso perché non si sentiva affatto bene. Lì l'hanno ricoverata per una trombosi alla giugulare destra e alla vena cava superiore destra. Ha dovuto così iniziare una cura di eparina, cioè un anticoagulante, alla dose massima consentita per il suo peso. Poi sono stati fatti accertamenti per accertare l'origine di questa trombosi e dopo una pet e una biopsia chirurgica è arrivata la diagnosi di adenocarcinoma al terzo stadio, un tumore avanzato che aveva colpito il torace.

Qual era la prognosi?

Ci dissero subito che non era operabile, ma che la terapia prevista avrebbe potuto ‘contenere' il tumore e darle un po' di tempo. Intanto, però, la trombosi l'aveva ridotta a letto, senza potersi sdraiare e  neanche muoversi, se non molto lentamente e per pochi passi, avendo problemi di equilibrio, non riusciva più a dormire bene, a leggere, scrivere e guardare il computer. Tutte le sue passioni le erano precluse e dopo poco divenne chiaro che non poteva stare a casa, infatti a seguito di alcuni tentativi di assistenza domestica in famiglia abbiamo concordato di farla ricoverare in una clinica perché fosse adeguatamente seguita.

Aveva iniziato la chemioterapia?

Sì, il primo ciclo era andato bene, senza particolari effetti collaterali, ma il secondo l'ha devastata, tanto da dover essere interrotto perché le sue difese immunitarie si erano abbassate ben più di quanto avevano previsto i medici. Non riusciva nemmeno più a parlare e sono state necessarie settimane di antibiotici per ridarle un minimo di forza.

Intanto però Margherita aveva già deciso…

Appena dopo la diagnosi lei mi ha detto subito che voleva andarsene senza soffrire, il prima possibile. Margherita amava la sua vita, ma quella a cui l'aveva costretta la malattia non era più tale e le possibilità di miglioramento era quasi inesistenti. Naturalmente avevamo chiesto diversi consulti, sia in relazione al tumore sia per quanto riguarda la trombosi, ma la prospettiva migliore era rimanere in quella situazione. Quindi le ho promesso che sarei stato al suo fianco qualunque scelta avesse deciso di prendere.

E così ha fatto.

Sì, sono entrato in contatto con l'associazione Luca Coscioni per prendere contatti con Marco Cappato, dove ho trovato disponibilità e aiuto anche per avere un quadro più preciso della situazione. Abbiamo iniziato a informarci e ai primi di ottobre Margherita si è iscritta a Dignitas, un'organizzazione svizzera che assiste coloro che decidono di ricorrere al suicidio medicalmente assistito. È stata una delle ultime attività che mia sorella è riuscita a fare al computer, il resto – la presentazione della documentazione e tutte le pratiche burocratiche richieste dalla legge svizzera – l'ho sbrigato io per lei, come le avevo promesso. Dopo l'accettazione della domanda, ha chiesto per mio tramite che il suicidio assistito avvenisse il prima possibile.

Cosa le disse Margherita?

"Quando le annunciai che tornato dalla Svizzera mi sarei autodenunciato si arrabbiò molto. Era pur sempre la mia sorella maggiore, voleva proteggermi, perciò alla fine sono stato costretto a dirle una piccola bugia, cioè che mi sarei tenuto fuori da qualsiasi implicazione legale. Anche per questo, il 27 novembre, quando dalla clinica in cui era ricoverata abbiamo intrapreso il viaggio verso Zurigo, sull'ambulanza con lei è salita Cinzia Fornero, dell'associazione Soccorso Civile, io l'ho seguita in macchina, in compagnia di un mio amico d'infanzia".

Come sono state le ultime ore di Margherita?

Dopo un viaggio di cinque ore era molto provata, ho dovuto mentire sulla destinazione alla cooperativa che ci ha fornito l'ambulanza e agli operatori a bordo per evitare che fossero poi sottoposti a conseguenze legali. Ho chiesto di lasciare Margherita a una decina di metri dalla struttura dove poi sarebbe stata ricoverata per la sua ultima notte. Mentre Cinzia e il mio amico sono andati a riposarsi in hotel io sono stato accanto a mia sorella: abbiamo mangiato insieme qualcosa di leggero e abbiamo parlato molto.

Di cosa?

Di tutto, tranne che della morte. Abbiamo ripercorso la nostra infanzia, l'adolescenza e poi la sua attività letteraria. Non aveva voglia di pensare a quello che sarebbe successo l'indomani, sebbene lo volesse fortemente e l'abbia ribadito fino all'ultimo ai medici.

Se n'è andata l'indomani, alle 10 del mattino.

Sì, dopo la telefonata con il medico, che voleva assicurarsi per l'ultima volta che fosse decisa e lucida, sono iniziate le procedure. Alle 9:45 ha bevuto il farmaco e dopo un paio di minuti si è addormentata.

Quali sono state le sue ultime parole?

Che quello che stava bevendo era amaro, ma mi hanno detto che lo dicono tutti.

Poi lei è tornato e si è autodenunciato. Potenzialmente, rischia 12 anni di carcere. Perché l'ha fatto?

Ho deciso di farlo da subito e fin dall'inizio avevo messo al corrente di questo Marco Cappato. L'ho fatto e lo rifarei sperando – anche se sono pessimista – che quanto ha dovuto subire mia sorella possa non ripetersi per altri in futuro. Perché ognuno ha diritto di morire nel proprio letto e di decidere di farlo se non ha più la possibilità di condurre una vita dignitosa. Ha diritto di farlo alla luce del giorno, non ‘clandestinamente' in un altro Paese dove la legislazione è più progredita in questo ambito. E ha diritto di farlo senza per forza dover essere ricco o ricca, perché so bene che una famiglia senza possibilità economiche non avrebbe potuto intraprendere lo stesso percorso di Margherita. Vorrei tanto che tutto questo desse una scossa al nostro mondo politico, che per ora si limita a farsi ‘togliere le castagne dal fuoco' dalla magistratura. L'ho fatto per Margherita, ma anche per me stesso e per tutti quanti credono nel rispetto della dignità umana.

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