Spara con un fucile e uccide un 34enne in un controllo antidroga nel Varesotto: carabiniere a processo per omicidio

Si è aperto oggi, giovedì 19 febbraio, presso il Tribunale di Varese il processo per la morte di Rachid Nachat. Il 34enne era stato trovato senza vita in un dirupo nei boschi di Castelveccana (in provincia di Varese), ucciso da due colpi di fucile il 10 febbraio 2023. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, a sparare sarebbe stato un sottufficiale dei carabinieri che all'epoca dei fatti era in servizio alla Compagnia di Luino. Oggi 56enne, deve rispondere di omicidio volontario pluriaggravato, mentre un suo collega, che non avrebbe assistito alla sparatoria, è accusato di favoreggiamento e falso. Entrambi hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato, mentre otto persone hanno chiesto di potersi costituire parte civile al processo. Il giudice dell'udienza preliminare Marcello Buffa ha rinviato le decisioni per la prossima udienza, prevista per il 13 aprile.
Secondo l'accusa, il 56enne, oggi fuori dall'Arma, avrebbe esploso i colpi d'arma da fuoco durante un servizio antidroga nei boschi di Castelveccana, nelle vicinanze della cascata della Froda. L'allora sottufficiale dei carabinieri avrebbe sparato due colpi con la pistola d'ordinanza e altri quattro con un fucile che portava illegalmente. Due di quest'ultimi avevano colpito Nachat, uccidendolo. Il 56enne aveva dichiarato di aver agito in questo modo perché il 34enne aveva estratto una pistola, ricostruzione poi smentita dagli accertamenti. Sul copro di Nachat, infatti, non furono trovate tracce di polvere da sparo e nessun'arma era stata rinvenuta nelle vicinanze della sparatoria. Ora deve rispondere di omicidio volontario pluriaggravato.
Il secondo imputato, invece, è accusato di aver spostato alcuni bossoli dalla scena e di aver ritardato la comunicazione di quanto accaduto alla Procura di Varese con lo scopo di aiutare il collega. Oggi 58enne, deve rispondere di favoreggiamento personale aggravato per aver aiutato il collega nella falsità ideologica, frode in processo penale e depistaggio e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
Durante la prima udienza del processo, che si è celebrata oggi giovedì 19 febbraio davanti al gup Buffa, i due imputati hanno chiesto di poter accedere al rito abbreviato, che in caso di condanna comporterebbe la decurtazione di un terzo della pena. Inoltre, padre, madre e fratelli della vittima (in tutto otto persone) hanno chiesto di potersi costituire parte civile al processo. Secondo i difensori degli imputati, gli avvocati Luca Marsico, Lucio Lucia e Domenico Franchini, non ci sarebbe la "documentazione dovuta per legge che attesti chi siano con certezza le persone che chiedono di essere ammesse quali parti civili e, quindi, se ne abbiano diritto". Per l'avvocato Marco Romagnoli, che rappresenta i famigliari della vittima, "sono stati identificati da un pubblico ufficiale" e "la verità è che non vogliono pagare i danni per le proprie responsabilità".