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23 Luglio 2022
15:00

Perché Alessia Pifferi non ha mai chiesto aiuto e ha preferito lasciar morire la figlia

Alessia Pifferi avrebbe potuto affidare la figlia a un famigliare, come ha raccontato di aver fatto, durante i sei giorni che è andata via. Perché invece ha deciso di abbandonarla a casa da sola e farla morire di stenti.
Intervista a Dott.ssa Debora Gatto
Psicoterapeuta
A cura di Giorgia Venturini
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Alessia Pifferi
Alessia Pifferi (foto da Facebook)

Alessia Pifferi ha preferito abbandonare la figlia e farla morire di stenti piuttosto che chiedere aiuto alla sorella e alla madre. Non ha chiesto infatti a nessuno di occuparsi della piccola quando lei era via: avrebbe potuto durante questi sei giorni affidarla a un famigliare, come ha raccontato di aver fatto. Così come avrebbe potuto chiedere aiuto ai servizi sociali per gestire una maternità evidentemente non voluta. E invece non ha fatto nulla di tutto queste. Ma quando è tornata a casa però e ha trovato la piccola morta, è stata lei stessa ad allertare i vicini che hanno chiamato i soccorsi. Ha spiegato a Fanpage.it le possibili motivazioni di questo comportamento la psicoterapeuta Debora Gatto.

Dottoressa, perché Alessia Pifferi ha ucciso la figlia di un anno e mezzo? 

Prima di tutto è giusto chiarire che si tratta di figlicidio. Pertanto le ragioni vanno ricercate nella natura psicologica di questo fenomeno sempre esistito purtroppo. Quindi ci sono diverse spiegazioni, quelle che interessano il nostro caso riguarda sicuramente l'omicidio di una figlia indesiderata. Non si parla di una figlia attesa, cercata, ma di un legame che molto probabilmente non si è mai naturalmente instaurato, tanto è vero che la donna non avrebbe certezze circa la paternità.

Perché ha deciso di ucciderla di stenti e non commettere un omicidio diretto?

Questo è un chiarissimo indizio. La donna non voleva assumersi questa responsabilità. Questo aspetto è assolutamente in linea con la personalità di questo tipo di madri. A ciò si accompagna anche la paura di non essere all'altezza, il senso di inadeguatezza, l'auto-svalutazione e una non acquisita capacità di svolgere il ruolo di madre. Tutto ciò intenso in chiave psicopatologica.

Da qui anche la continua ricerca di un partner? 

Il partner per lei assume un ruolo centrale in termini di accrescimento della propria autostima, chiaramente in senso distorto. La figlia al contrario rappresenta per lei una grande responsabilità per cui questa percezione accresce il suo senso di inadeguatezza, ecco perché abbandonarla, ecco perché liberarsene.

Come fa a trascorrere sei giorni e non pensare che a casa la figlia sta morendo?

Per fare i conti con la propria coscienza inoltre la donna lascia un biberon, quindi simbolo di una cura materna e allo stesso tempo lascia dei tranquillanti, di fatto il mezzo per liberarsi della bambina. Questo rappresenta una tipica oscillazione psicopatologica di casi come questo. Ripeto, l'omicidio diretto non sarebbe stato in linea con la personalità di cui stiamo parlando. Ha vissuto quei giorni lontana dalla responsabilità di madre che per lei era insostenibile. Invece stare con un partner che le dava attenzioni la faceva sentire sicuramente meglio in termini di autostima.

Alessia Pifferi però è anche la stessa persona che una volta trovata morta la figlia in casa ha chiamato i soccorsi. Come è possibile una cosa simile?

La ricerca di aiuto un volta trovata la piccola senza vita è coerente con il suo quadro psicologico. Una volta a casa ha avuto un comportamento apparentemente normale che le fornisce per un momento l'illusione di comportarsi da buona madre.

Perché non ha chiesto a un parente di occuparsi della piccola nel weekend?

Anche chiedere aiuto a qualcuno che si occupi della piccola avrebbe potuto innescare sentimenti di vergogna e inadeguatezza per lei insostenibili a livello psicologico. Una personalità di questo tipo comunque nella quotidianità non può non esprimere comportamenti allarmanti per cui viene da chiedersi come mai nessuno sia riuscito ad intervenire per tempo.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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