Pagavano per uccidere civili a Sarajevo, altri italiani indagati: tra loro un imprenditore lombardo

L'inchiesta della Procura di Milano su persone che dall'Italia partivano per Sarajevo, durante l'assedio degli anni Novanta, e pagavano per uccidere civili, si sta allargando. Ci sarebbero infatti altri uomini indagati. Il pubblico ministero Alessandro Gobbis, insieme al procuratore Marcello Viola, coordina i carabinieri del Ros nel cercare elementi che possano restituire un quadro più chiaro di quanto accaduto in quegli anni. Nel farlo, sono assistititi e aiutati da altri uffici giudiziari italiani ed europei.
Le indagini sono iniziate dopo l'esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzani, che ha raccolto materiale grazie anche alla collaborazione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ex magistrato esperto di terrorismo. Al momento, stando a quanto diffuso dal quotidiano Il Giorno, oltre all'ottantenne friulano Giuseppe Vegnaduzzo, accusato di omicidio volontario aggravato, fra gli indagati figurerebbero altri due uomini: una persona residente nel centro Italia e un ricco imprenditore lombardo. Anche per loro, l'accusa è di omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abietti.
Nel caso dell'imprenditore lombardo, si tratta di una persona che avrebbe sborsato ingenti somme per andare a sparare a Sarajevo. Un profilo, quindi, che rientrerebbe tra quelli delineati a Fanpage.it dalla criminologa Martina Radice, che ha collaborato con Gavezzani: trai paganti ci sarebbero infatti almeno cento italiani e tra loro ci sarebbero ricchi imprenditori e persone facoltose appassionati di caccia. Al ricco imprenditore, gli inquirenti sarebbero risaliti dal racconto di un suo conoscente, che lo avrebbe sentito vantarsi, anni fa, di quanto commesso.
Come già precisato, il suo profilo si aggiungerebbe a quello di Vegnaduzzo, che però di professione era operaio e autrotrasportatore per un'impresa friulana con idee politiche di estrema destra come dimostrato dal busto di Benito Mussolini trovato nella sua abitazione a San Vito al Tagliamento durante una perquisizione.
Vegnaduzzo è stato già ascoltato dagli inquirenti e ha negato ogni addebito. Gli altri due indagati potrebbero essere convocati nelle prossime settimane. Nel frattempo, in questi mesi, gli inquirenti hanno ascoltato già alcuni testimoni. Attualmente, grazie alle loro parole e agli elementi raccolti fino a questo momento, è possibile sapere che i safari in Italia avevano come città principali Milano e Trieste. Le partenze sarebbero avvenute ogni venerdì da Milano. Come ritrovo sarebbe stato utilizzato un magazzino di elettrodomestici in periferia. Come raccontato a Fanpage.it dalla giornalista Mensura Burridge, i "cecchini del weekend", da queste città avrebbero poi preso l'aereo per Belgrado per poi arrivare nel territorio occupato dalla Serbia con i fuoristrada o gli elicotteri.
Ci sarebbe stato l'appoggio di una società di security. In gergo, i tiratori sarebbero stati definiti "arcieri" mentre i civili "cervi". Avrebbero poi pagato di più per uccidere bambini e militari bosniaci.
Non è escluso che l'inchiesta si allargherà ulteriormente. Alcuni presunti cecchini sarebbero partiti dal Piemonte.