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Nicola Vivaldo ucciso dalla ‘Ndrangheta perché “confidente della polizia”: risolto il cold case dopo 25 anni

Dopo 25 anni, è stato svelato il movente dell’omicidio di Nicola Vivaldo, ucciso dalla ‘Ndrangheta perché considerato “confidente delle forze dell’ordine”. Il racconto del collaboratore di giustizia.
A cura di Giulia Ghirardi
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Immagine di repertorio
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Ucciso perché ritenuto un "confidente delle forze dell’ordine". Così, dopo venticinque anni, è stato svelato il movente alla base dell'omicidio di Nicola Vivaldo, ucciso con quattro colpi di pistola alla testa il 23 febbraio 2000 in un agguato sotto casa, a Mazzo, una frazione del comune di Rho (Milano). A fare chiarezza sul cold case di mafia è stato il pentito Emanuele De Castro, ex membro del locale di ‘Ndrangheta di Lonate Pozzolo (Varese), che nel 2019 decise di tagliare i ponti con la criminalità organizzata.

Sul caso, ormai da anni, indagava il Nucleo investigativo di Milano, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia. La svolta nelle indagini è arrivata nei giorni scorsi quando De Castro ha riferito agli inquirenti che dietro l'omicidio ci sarebbe la cosca di Vincenzo Rispoli. Su disposizione del gip Tommaso Perna, tali dichiarazioni hanno portato all'arresto di Massimo RosiStefano Scatolini, Stefano Sanfilippo e Vincenzo Gallace,  con l'accusa di omicidio aggravato. Uomini che – secondo gli inquirenti – sarebbero legati al clan ‘Ndranghetista di Guardavalle, i cui vertici avrebbero decretato la condanna a morte di Vivaldo.

L'omicidio il 23 febbraio 2000

Nicola Vivaldo è stato freddato con 4 colpi di pistola alla testa intorno alle 23:30 del 23 febbraio 2000. Giunto sotto casa, in via Balzarotti (Rho), l'uomo avrebbe fatto in tempo soltanto a far scendere la figlia dalla Hyundai Pony prima di essere circondato dai suoi assassini con le armi in pugno.

Secondo le informazioni fornite recentemente da De Castro, quella sera Stefano Scatolini era alla guida dell'auto ferma in mezzo alla carreggiata per impedire possibili vie di fuga. Insieme a lui, Massimo Rosi e De Castro stesso. Sarebbe stato Rosi a sparare: 4 proiettili calibro 7.65 diretti al volto dell'informatore. "Si trattava di una consacrazione", ha spiegato il collaboratore di giustizia alla pm Cecilia Vassena. "La prova della sua affidabilità per Rispoli che mi chiese di partecipare perché non si fidava tanto di Massimo Rosi".

Tra le persone arrestate ci sono anche Stefano Sanfilippo e e Vincenzo Gallace. "Sanfilippo era il capo della locale di Rho, vicino a Nunzio Novella. Un giorno mi chiamò Rispoli dicendomi che ci fosse da fare questo omicidio: erano i Gallace a ordinarlo, chiedendo il supporto della cosca cirotana di Legnano-Lonate", ha raccontato ancora De Castro. "Fu Sanfilippo a fare la soffiata per individuare la vittima".

"L'omicidio è stato organizzato perché Vivaldo era considerato un confidente delle forze dell’ordine", ha concluso il collaboratore di giustizia. Infatti, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, Vivaldo – attivo nel traffico di droga nella zona di Rho (Milano) – sarebbe stato accusato negli ambienti della ‘Ndrangheta di aver fatto arrestare alcuni affiliati della cosca Gallace di Guardavalle (Catanzaro), trapiantati nel Milanese.

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