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“Mi hanno licenziato perché sono palestinese”: il racconto di Fadel, steward per le Olimpiadi Milano-Cortina

Fadel Mosadag Mohammad Masri era stato assunto con contratto part-time come steward per le Olimpiadi Milano-Cortina, ma per non specificati motivi di sicurezza è stato licenziato.
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Fadel Mosadag Mohammad Masri
Fadel Mosadag Mohammad Masri

Basta essere palestinese o urlare "Free Palestine" per essere licenziato durante le Olimpiadi di Milano-Cortina. Dietro l'ombra dei cinque cerchi e della tregua olimpica, ci sono anche le storie di coloro che denunciano di essere stati licenziati per un nulla: Fadel Mosadag Mohammad Masri è uno di loro, che ha perso il lavoro solo perché palestinese.

"Avevo trovato l'annuncio online, ho inviato l'application, mi hanno preso e il 10 gennaio sono andato a Milano", racconta a Fanpage.it il giovane originario della Cisgiordania e rifugiato in Italia da quattro anni. "Ho iniziato a lavorare con un contratto a tempo determinato e part-time che sarebbe dovuto valere dal 25 gennaio al 15 marzo 2026″, continua.

Secondo quanto si legge nel documento di diffida inviato alla società One Group S.r.l. e alla Fondazione Milano Cortina 2026, e visionato da Fanpage.it, Masri era stato assunto con un contratto part-time come steward presso il "Tofane Alpine Skiing Centre" di Cortina d’Ampezzo. La rottura del rapporto è avvenuta il 4 febbraio 2026 quando, come ha raccontato a Fanpage.it, ha ricevuto prima un messaggio vocale e poi una telefonata da un referente aziendale che gli ha comunicato la cessazione immediata del rapporto. Nessuna motivazione specifica se non presunte comunicazioni con la Questura di Roma. Solo il giorno successivo, il 5 febbraio, Masri ha ricevuto via WhatsApp la lettera formale dall’azienda, anch’essa visionata da Fanpage.it: "Licenziamento per mancato superamento del periodo di prova", che tuttavia viene datata al 3 febbraio 2026.

Una motivazione che la difesa respinge con forza: secondo i legali dello studio Lawfor Change, il periodo di prova di 7 giorni era già terminato il 3 febbraio, rendendo il licenziamento "illegittimo, nullo e inefficace", dato che come sostengono i legali e l'assistito il licenziamento è arrivato il 5 febbraio nonostante la lettera sia datata al 3 febbraio.

"Fin dai primi giorni ci hanno costretto a turni massacranti", continua Masri ai microfoni di Fanpage.it, "nonostante il mio contratto fosse part-time, lavoravo più di dodici ore al giorno, dalle sette del mattino alle sette di sera. La cosa più umiliante? All'inizio non ci permettevano nemmeno di usare i bagni. Eravamo lì a garantire la sicurezza e il decoro di un evento mondiale, ma per noi non c'era alcuna dignità. La paga? Solo 8 euro netti l'ora, e in quegli 8 euro volevano farci rientrare tutto: tredicesima, TFR, ferie. Praticamente una miseria rispetto al lavoro che facevamo sotto la neve e al gelo". La retribuzione è stata definita dai legali di Masri nella lettera di diffida "non conforme al dettato costituzionale".

L'aspetto più inquietante riguarda la possibile motivazione del provvedimento. Masri è un cittadino palestinese della Cisgiordania, che nel 2015 ha subito un arresto arbitrario per motivi politici da parte delle autorità israeliane.

Nella diffida si legge che l'azienda avrebbe giustificato il licenziamento citando una segnalazione della Questura di Roma, nonostante questa motivazione non emerga nella lettera inviata che parla solo di un "licenziamento per mancato superamento del periodo di prova".

"Rifuggiamo l'ipotesi che sia correlato alla nazionalità e con il regime detentivo arbitrario subito in uno stato estero", scrivono gli avvocati evidenziando, però, "i profili discriminatori della condotta aziendale". Masri precisa di non avere alcun precedente penale né in Italia né in Palestina.

"Mi hanno licenziato perché sono palestinese, mi sento come se fossi tornato sotto occupazione israeliana, mi sento di nuovo in Cisgiordania. In Europa si riempiono la bocca con la parola ‘democrazia', ma è una falsa democrazia se un palestinese rischia il posto o il carcere per un video o un post su Instagram", conclude l’uomo, "non si tratta solo di soldi: l’azienda deve pagare per quello che mi hanno fatto, per i danni morali. Non lo faccio solo per me e per la mia dignità ma per tutti quelli che verranno dopo di me, affinché abbiano qualcuno dietro di loro, un supporto, una difesa. Lo faccio per tutti".

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