“La polizia mi portava al cimitero per picchiarmi perché transgender”: la storia di Sara, rifugiata dal Perù

"Da quando avevo 15 anni sono stata picchiata e minacciata di morte da mio padre. Sono stata vittima di abusi da parte della polizia, mi portavano al cimitero e mi picchiavano con manganelli. Non volevano neanche farmi studiare e non potevo accedere alle cure mediche. Così, alla fine, sono scappata".
A parlare è Sara (nome di fantasia), una donna transgender che è giunta in Italia per chiedere la protezione internazionale e così fuggire da un luogo, il Perù, dove le persone LGBTIQ+ sono costrette ad affrontare una realtà di gravi violazioni dei diritti umani, visto anche un recente decreto che classificherebbe l'identità trans come "patologia mentale". Così, dopo un lungo iter giudiziario, Sara, assistita dall'avvocato Stefano Afrune, è riuscita a ottenere lo status di rifugiata e ha deciso di raccontare la sua storia a Fanpage.it.
La storia di Sara
Sara è nata a Loreto, in Perù, nel 1995. All'età di 15 anni ha raccontato alla famiglia di essere trans e da quel momento ha cominciato a subire vessazioni. Come si legge dalle carte che Fanpage.it ha potuto visionare, il padre l'avrebbe aggredita diverse volte e avrebbe cominciato a minacciarla di morte. È allora che Sara ha deciso di lasciare la casa di famiglia e ha cominciato a lavorare come prostituta, rendendosi indipendente all'età di 16-17 anni.
Due anni più tardi si è trasferita a Lima, nel quartiere Los Olivos. Nonostante questo, Sara avrebbe continuato a essere discriminata e insultata dalla comunità, derisa dalle autorità che la minacciavano mentre lavorava, la portavano nei cimiteri e la picchiavano con dei manganelli. "Una pratica comune della polizia", ha spiegato Sara. "Ho subito discriminazioni anche all’interno del sistema sanitario", ha continuato la ragazza. "Avrei voluto studiare scienze infermieristiche, ma per via della mia identità di genere, non è stato possibile".
Poi, alla fine, sono arrivate anche le minacce dal cartello Aragua che le avrebbe chiesto di pagare 200 soles alla settimana per telefono per poter continuare a lavorare, altrimenti avrebbero ucciso lei e la sua famiglia. Così, stremata e temendo per la propria vita, Sara ha deciso di lasciare il Paese. È così che è arrivata in Italia. "Qui mi sono finalmente sentita al sicuro, non mi sento più discriminata", ha raccontato la ragazza. "In caso di rimpatrio, però, temo che il cartello che mi ha minacciata possa uccidermi".
La richiesta di protezione internazionale
Per non dover tornare in Perù, Sara – assistita dall'avvocato Stefano Afrune – ha deciso di fare richiesta di protezione internazionale alla Commissione Territoriale di Brescia.
I membri di tale Commissione hanno poi constatato che in Perù, nonostante le leggi teoriche, le persone LGBTIQ+ si troverebbero ad affrontare una realtà di gravi violazioni dei diritti umani. Nello specifico, all'interno del documento che Fanpage.it ha potuto visionare, la Commissione ha fatto riferimento a un recente decreto peruviano che classificherebbe l'identità trans come "patologia mentale".
Per questo motivo, è stato stabilito che il ritorno in patria esporrebbe Sara a una vera e propria persecuzione individuale ai sensi della Convenzione di Ginevra. Così, dopo un lungo iter giudiziario, a Sara è stato ufficialmente riconosciuto lo status di rifugiata in Italia e, con esso, la possibilità di sentirsi finalmente al sicuro, lontana da vessazioni, minacce e discriminazioni.