La mozione sul sostegno al libero consenso nei casi di stupro ha diviso le consigliere di Regione Lombardia

Da quando è stato approvato il ddl Bongiorno – a gennaio scorso in Commissione Giustizia al Senato con 12 sì e 10 no – se si è contrari a un rapporto sessuale è necessario esprimere dissenso in modo chiaro. Prima invece non era necessario. Questo ha sollevato diverse polemiche tra le associazioni e alcune esponenti della minoranza in Parlamento. In Lombardia, in Consiglio Regionale, la minoranza di centro-sinistra ha deciso di presentare una mozione, la 458, a sostegno del "consenso libero, attuale e esplicito". La mozione è stata però bocciata dalla maggioranza di centro-destra lo scorso 11 marzo, dando luogo così una divisione tra le consigliere lombarde in Consiglio Regionale. Quelle di centro-destra da una parte e quelle di centro-sinistra dall'altra.
"Si è passati dal dover esprimere ‘consenso' all'esprimere ‘dissenso'. Sembra una piccola differenza, ma in realtà si tratta di un ribaltamento significativo nel modo in cui viene definita la violenza sessuale nel codice penale", ha spiegato a Fanpage.it la consigliera regionale Paola Bocci (Pd), promotrice della mozione, arrivata dopo la modifica al reato di violenza sessuale – avanzata con un emendamento a prima firma della senatrice leghista Giulia Bongiorno –
Paola Bocci (Pd): "Donne più sole. Si rischiano meno denunce”
Parere opposto invece per le consigliere regionali Maira Cacucci (Fratelli d’Italia) e Alessandra Cappellari (Lega) la mozione rappresenta “una strumentalizzazione politica” che rischia di generare fraintendimenti. Secondo il centro-destra, l’emendamento al codice penale presentato in Senato punta invece a rendere la norma più efficace nei tribunali, perché il principio del dissenso sarebbe più facilmente dimostrabile in sede processuale.
Non è d'accordo Paola Bocci (Pd), che a Fanpage.it ha detto: "La nuova proposta di testo della legge rende più difficile definire il reato in una condizione di vulnerabilità, paura o incapacità di reagire. Consenso e dissenso non sono la stessa cosa, perché così sarà giudicato atto sessuale non consenziente solo quello a cui la vittima oppone un rifiuto espresso e credibile. È l’unico reato in cui chi subisce violenza deve dimostrare di aver opposto resistenza, deve provare la violenza”.
Per quanto riguarda la scelta di presentare la mozione, Bocci ha spiegato di aver "promosso questa mozione perché credo che le istituzioni debbano metterci la faccia. L'obiettivo era in primis sostenere – nelle politiche regionali e nei piani di contrasto alla violenza di genere – una cultura della libertà e dell’autonomia delle donne, promuovendo progetti educativi nelle scuole e negli enti locali fondati proprio sulla centralità del consenso e del rispetto. Le numerose associazioni del territorio che combattono la violenza di genere non devono essere lasciate sole, la Regione deve fare la sua parte".
"Una legge di questo tipo amplia le giustificazioni per chi usa violenza e alimenta le paure di chi la subisce. Le vittime già ora spesso non sono credute e fanno anche per questo fatica a denunciare. Solo 1 donna su 8 denuncia ed è un numero sovrastimato, perché il silenzio e il sommerso sono ancora più grandi. Senza adottare il principio del consenso, riconoscendo che solo sì vuol dire sì, ma dovendo dimostrare di aver detto no, le donne già esposte a stereotipi, pregiudizi e forme di vittimizzazione secondaria, avranno ancora più paura di denunciare”, ha concluso Bocci.
Paola Pizzighini (Ms5): "Imbarazzo delle colleghe del centro-destra"
A sostegno del Pd e della posizione di Paola Bocci arrivano le parole di Paola Pizzighini, consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle, che a Fanpage ha detto: "Il consenso libero ed attuale non è un'invenzione che è stata fatta adesso ma si ricollega alla Convenzione di Istanbul che dice chiaramente che per la violenza sessuale non ci deve essere l'assenza del consenso libero, volontario e consapevole".
Poi ha spiegato: "In Commissione Giustizia alla Camera questo testo era stato approvato a novembre scorso, con l'inserimento nell'articolo del codice penale proprio del consenso libero attuale. Fratelli d’Italia aveva addirittura spinto affinché il principio del consenso fosse introdotto nelle nostre norme. Ma poi in Senato c'è stata la retromarcia della Bongiorno che ha riproposto invece questo nuovo documento con l'indicazione dell'atto contro la volontà, del dissenso appunto".
"Per questo in Regione Lombardia, quando è stata bocciata la mozione sul consenso, tra le colleghe del centro-destra c'era grande imbarazzo e si sono un po' arrampicate sugli specchi dicendo che questa cosa era stata fatta per presunti modelli normativi diversi che sostanzialmente renderebbero più facile per i pm dimostrare la colpevolezza", ha concluso Pizzighini.
Di Re-Donne in Rete contro la violenza: "Solo sì è sì"
"È incredibile come, nel 2026, si debba ancora parlare di tutela dei diritti delle donne", ha detto Cristina Carelli, presidente di Di Re-Donne in Rete contro la violenza.
"Continuiamo a ribadire l'urgenza di fermare il ddl Bongiorno per la modifica all'art 609bis del Codice penale che Interviene su un diritto fondamentale delle donne: la libertà di scegliere se e quando avere un rapporto sessuale", ha continuato Carelli.
"Siamo di fronte ad una politica che si rende corresponsabile della persistenza di un costrutto culturale che legittima una sessualità maschile di tipo predatorio. Si dà per scontata la disponibilità sessuale delle donne, a meno che lo stupratore non capisca chiaramente un no. Sappiamo bene che il consenso non sempre è mancanza del no: o la modifica dell'articolo 609bis del Codice penale va nella direzione del consenso, oppure non ci deve essere. Solo così potremo proseguire il difficile percorso di emersione della violenza sessuale e il superamento di una cultura che limita la libertà delle donne attraverso una minaccia costante ai loro corpi e alle loro vite", ha detto ancora la presidente.