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Jordan Jeffrey Baby, il trapper morto in carcere a Pavia: è iniziato il processo per maltrattamenti

Ieri è iniziato il processo per i maltrattamenti che il trapper Jordan Jeffrey Baby avrebbe subito durante la permanenza nel carcere di Pavia. Per questo caso, è accusato Gianmarco Fagà, anche lui trapper conosciuto con il nome di Traffik .
A cura di Ilaria Quattrone
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Jordan Jeffrey Baby, alias Jordan Tinti
Jordan Jeffrey Baby, alias Jordan Tinti

Nella giornata di ieri, venerdì 12 aprile, è iniziato il processo per i maltrattamenti che il trapper Jordan Jeffrey Baby avrebbe subito durante la permanenza nel carcere di Pavia. Il 26enne è stato trovato morto lo scorso 12 marzo all'interno dello stesso istituto penitenziario. Per questo caso, è accusato Gianmarco Fagà – anche lui trapper conosciuto con il nome di Traffik – che era stato condannato in primo grado a Monza per rapina aggravata dall'odio razziale (accusa riqualificata in violenza privata in appello) proprio insieme a Jordan Jeffrey Baby.

A dare notizia dell'apertura del nuovo processo è il quotidiano La Provincia Pavese. Nell'udienza di ieri, il padre del 26enne – che è assistito dall'avvocato Federico Edoardo Pisani – è subentrato al figlio nella costituzione di parte civile. La prossima udienza si svolgerà il 7 giugno: verranno ascoltati alcuni testimoni, tra cui i compagni di cella di Jordan. Il 13 settembre, invece, si svolgerà il dibattimento e potrebbe già esserci una sentenza.

Nel frattempo la Procura di Pavia sta proseguendo nelle indagini relative alla morte del 26enne. Al momento l'ipotesi di reato è omicidio colposo. Gli inquirenti hanno chiesto al Sert tutta la documentazione: "Sono contento che la Procura abbia avviato un'inchiesta a 360 gradi per fare chiarezza sulla morte di Jordan", ha detto il legale. Pisani ha specificato che la dimostrazione che la situazione del carcere di Pavia sia pesante è data anche dall'ultimo "suicidio avvenuto ancora una volta nel reparto protetti". È infatti stato trovato morto un altro detenuto di 42 anni.

"La responsabilità di questi drammi – ha precisato – non può certamente essere degli agenti di polizia penitenziaria, sotto organico rispetto alle esigenze dell'istituto".

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