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16 Novembre 2021
18:45

Il sistema ‘ndrangheta punta verso la Svizzera: “Lì stanno bene, in Italia ci hanno rovinati”

Oltre cento misure cautelari in tutta Italia, la maggior parte in Lombardia, hanno rivelato ancora una volta il “sistema ‘ndrangheta”: dalle estorsioni si passa ad assumere il controllo delle imprese. E la criminalità organizzata punta sempre di più a ramificarsi in Svizzera.
A cura di Giulio Cavalli
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Giornata nera per quelli convinti che in Lombardia la mafia non esista più (o addirittura non sia mai esistita): i 54 fermi (su 104 complessivi) di martedì mattina e il sequestro di 2,2 milioni di euro nel territorio Comasco, nel Milanese e a Reggio Calabria effettuati dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Como e dalla Squadra mobile della Questura di Milano, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano disegnano un quadro fosco in cui bancarotta, corruzione, frode fiscale, estorsione, voto di scambio, spaccio di sostanze stupefacenti e traffico d’armi si mischiano sotto l’ala protettiva della cosca Molè, con ramificazioni che arrivano fino alla Svizzera.

Le indagini hanno accertato che dal 2007 al 2010 gli indagati hanno compiuto numerosi episodi di estorsione a danno di imprenditori locali (mentre alcune associazioni di categoria e qualche politico continuavano a ripetere che non c’erano “evidenze” del fenomeno). Poi dal 2010 al 2019 alle estorsioni si è aggiunto il controllo e la gestione economica di appalti molto ricchi relativi al servizio di pulizia di grande imprese ottenuti grazie alla collusione di un imprenditori che funzionava da testa di legno e faccia pulita per presentarsi sul mercato senza dentare sospetti. Dal 2018 poi, a causa della disarticolazione dei loro affari, hanno ricominciato a vessare gli imprenditori.

Il sistema ‘ndrangheta: Dalle estorsioni al controllo delle aziende

Il sistema è sempre lo stesso: si inizia estorcendo denaro, si riesce poi a entrare nell’azienda assumendone il controllo e svuotandola dall’interno. Da anni i magistrati della Dda milanese raccontano lo schema più frequente. I settori vanno "dal settore del trasporto conto terzi alla ristorazione e ai servizi di pulizia e facchinaggio, caratterizzandone ognuno con il marchio dell’acquisizione illegale o della gestione illegale, in spregio di ogni norma a tutela degli interessi dello Stato, dei cittadini e degli altri imprenditori". Il pubblico ministero Alessandra Ombra ha raccontato di una testimonianza della moglie di un imprenditore ("una famiglia sul lastrico, sfrattata"), riportando le parole della donna: "Mio marito era costretto a dormire in macchina". Emblematico il caso del ristorante della Milano bene che sta al 20esimo piano del grattacielo Wjc al Portello gestito da una società riconducibile a uno degli indagati che, dopo avere drenato notevoli risorse accumulando ingenti debiti nei confronti dell’erario, è stata dichiarata fallita per aver sistematicamente omesso il versamento delle imposte.

Il traffico di droga dal Sudamerica: la base in Svizzera

Sullo sfondo, come sempre, c’è anche la droga proveniente dal Sudamerica. Le indagini hanno permesso di individuare l’arrivo di carichi di cocaina sia presso il porto di Gioia Tauro che presso il porto di Livorno. Proprio nell’area portuale toscana, tra il 6 e l’8 novembre 2019, venivano individuati e sequestrati complessivamente 430 panetti di cocaina, del peso, ciascuno, di 1100 grammi circa, occultati all’interno di una cavità di laminati in legno, spediti dal Brasile. Dalle indagini sono chiaramente emerse le mire espansionistiche verso la Svizzera e, in particolare, verso il Cantone San Gallo divenuto una vera e propria base logistica per alcuni degli indagati che vi si sono stabilmente insediati, dedicandosi prevalentemente ai traffici di sostanze stupefacenti provenienti dall’Italia, provvedendo nel contempo a radicarsi e ramificarsi allo scopo di costituire in loco nuove strutture territoriali di ‘ndrangheta.

In questo filone, le attività d’indagine sono state condotte da una Squadra investigativa comune costituita tra l’Autorità giudiziaria italiana e il Ministero pubblico della Confederazione per la Svizzera. In Svizzera "stanno bene" perché non c’è il reato di associazione mafiosa, mentre in Italia "ci hanno rovinati". Così due degli indagati intercettati nel filone di indagine della Dda milanese, che fa parte dell'inchiesta più ampia contro la ‘ndrangheta che ha portato a eseguire in tutta Italia, in totale, oltre un centinaio di misure cautelari. "Stanno bene in Svizzera (…) In Italia ci hanno rovinati", dice uno degli indagati il primo aprile 2020. "Ma stai scherzando? Ma va, allora nella Svizzera non esiste il 416 bis", replica l’altro. "Non ti ricordi che lo diceva sempre Carlazzo?", nota il primo. E l’altro: "Va bene va, Carlo si era salvato in Svizzera". E, sempre a proposito del terreno florido che gli ‘ndranghetisti troverebbero in Svizzera, in un'altra delle intercettazioni finite agli atti dell'inchiesta un indagato racconta di alcuni suoi cugini che, arrivati nel Paese elvetico senza soldi, adesso possiedono auto di lusso.

Arrestato anche l'ex sindaco di Lomazzo

Poi ci sono, ovviamente, i colletti bianchi. A Saronno è stato arrestato (dopo essere già stato coinvolto in un’indagine per fatture false), l’ex sindaco di Lomazzo, Marino Carugati, e il suo ex assessore comunale sono tra i fermati: "L’ex sindaco del comune di Lomazzo – ha spiegato il procuratore aggiunto Alessandra Dolci della Dda di Milano -, dopo essere stato vittima di estorsione, era andato a Gioia Tauro per venire a patti con esponenti della ‘ndrangheta. La sua autorevolezza derivava dal fatto che avesse ricoperto cariche pubbliche. Poteva infatti garantire commesse al sistema di coop ideato dai clan". Un caso emblematico è quello della Spumador spa, azienda di bibite e bevande gassate di Casilino al Piano, in provincia di Como. "Un dipendente dell’azienda ha fatto mettere a verbale di essersi licenziato perché stanco delle violenze e minacce che continuava a subire per condizionare l’affidamento delle commesse di trasporto". Commesse affidate sistematicamente alla Sea Trasporti, società che è stata sequestrata e che sarà gestita da un amministratore giudiziario.

 Il coinvolgimento anche di un finanziere

Sempre a proposito di colletti bianchi a disposizione delle cosche c’era anche un finanziere della Guardia di finanza di Olgiate Comasco: Michele Contessa, come si legge nelle quasi 1500 pagine del decreto di fermo dei pm milanesi, è un "soggetto a ‘libro paga' della famiglia Salerni" che in cambio di denaro avrebbe compiuto "atti contrari ai doveri d’ufficio". Nello specifico, "comunica informazioni riservate" nell’ambito di una verifica fiscale sulla Sea Trasporti, società al centro dell’indagine e controllata dai clan, o "effettua interventi su loro richiesta in caso di sanzioni amministrative irrogate ai loro mezzi". Da qui l’accusa di corruzione per "somme di denaro mensili", promesse e in parte date, "complessivamente non inferiori a 4.700 euro", oltre a "reiterate erogazioni di carburante". Per la Lombardia è ancora una volta il tempo di avere un brusco risveglio. Prima di dimenticarselo di nuovo.

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