Il Centro Anfossi per disabili trasloca, è scontro tra famiglie e Comune: “Stanno sfrattando i nostri figli”

Il Centro diurno disabili (Cdd) di via Anfossi, struttura d'eccellenza per persone con gravi disabilità, chiuderà dopo l'estate. A prendere tale decisione è stato il Comune di Milano che, in accordo con il Tavolo permanente sulla disabbilità, ha da poco comunicato l'intenzione di riorganizzare il servizio, trasformandolo in un Centro socio-educativo (Cse) per disabilità meno gravi per il quale ci sarebbe maggiore richiesta.
"L'obiettivo è potenziare i servizi allargando la platea di coloro che ne usufruiscono. Con la trasformazione del Cdd Anfossi – che oggi non raggiungono la capienza massima – in Cse, l'Amministrazione riuscirà a offrire assistenza a 60 famiglie in più rispetto a oggi", ha spiegato l'assessorato al Welfare a Fanpage.it, sottolineando che in tal modo sarebbe garantita "la continuità del servizio in una struttura vicina con la stessa tipologia di offerta" perché "tutti i Cdd devono rispettare gli stessi standard regionali necessari per l'accreditamento".
Tuttavia, subito dopo la diffusione di tale notizia sono esplose le proteste delle famiglie che, dopo aver fatto ricorso al Tar della Lombardia, hanno denunciato a Fanpage.it l'accaduto, parlando di una "scelta calata dall'alto e comunicata senza alcun confronto preventivo" che metterà in difficoltà moltissime famiglie, alimentando "un'illogica guerra tra poveri".
Sulla questione è intervenuta anche l'Associazione "Nessuno è Escluso" che ne ha parlato come dell'ultimo sintomo di "una palese inadeguatezza di un assessorato (quello al Welfare), parte di un sistema ormai malato", ha spiegato a Fanpage.it Fortunato Nicoletti, vicepresidente dell'Associazione ed ex vicepresidente della Consulta per le persone con disabilità del Comune di Milano.
Cosa sta succedendo al Centro Anfossi
Il Centro Anfossi, inaugurato nel 2018 dopo una lunghissima gestazione fatta di lavori, permessi e investimenti pubblici per circa 5 milioni di euro, è considerato da molti genitori una struttura d'eccellenza per la presa in carico di persone con disabilità complesse. Ambienti luminosi, assenza di barriere architettoniche, spazi per attività psicomotorie, vasche e letti speciali per gestire crisi epilettiche o situazioni di grave incontinenza, sono soltanto alcune delle caratteristiche che lo rendono, secondo le famiglie, uno dei centri meglio attrezzati della Lombardia.
Proprio per questo, la notizia della chiusura del Cdd ha colto tutti di sorpresa. "Siamo stati convocati a un'assemblea nella quale ci è stato detto che era in corso uno ‘sviluppo dei centri diurni' che avrebbe portato alla trasformazione dell'Anfossi", hanno spiegato a Fanpage.it Veronica Ghiringhelli e Sabrina Mattii, mamme caregiver di Leonardo e Lorenzo, ragazzi ospiti del centro. "È stato un fulmine a ciel sereno. Il Centro è nato dopo anni di battaglie per superare le condizioni precarie in cui si trovavano prima i disabili gravi, non ci capacitiamo che ora possano chiuderlo".
La riorganizzazione decisa dal Comune prevede, infatti, il trasferimento degli attuali ospiti del Cdd in altre strutture cittadine – il Cdd di via Barabino e quello in largo Gonzaga – che, però, sono "meno moderne e non progettate specificamente per le disabilità più complesse". Una prospettiva che per le famiglie rischia, dunque, di trasformarsi in una "via crucis quotidiana", fatta di spostamenti più lunghi e ambienti "meno adeguati" per persone con invalidità al 100 per cento.

La protesta dei genitori, però, non riguarda solo il merito della decisione, ma anche il metodo. Secondo le famiglie e l'associazione Nessuno è Escluso, la riorganizzazione sarebbe stata studiata per mesi senza informare né i genitori né i tavoli di confronto sulla disabilità. Una mancanza di trasparenza che ha alimentato il malcontento e portato alcuni genitori a presentare ricorso al Tar della Lombardia.
Le madri contestano anche la motivazione con cui l'assessorato al Welfare ha giustificato tale scelta. Secondo il Comune, infatti, aggregare nello stesso spazio persone con disabilità differenti sarebbe "inopportuno" perché richiederebbe modalità di lavoro diverse. Una posizione che, però, le famiglie respingono con forza perché "non esiste una norma che vieti la coesistenza". Secondo Nicoletti, infatti, il problema sarebbe un altro e riguarderebbe "l'inadeguata formazione degli operatori dei Centri".
Il Centro Anfossi, tra l'altro, è strutturato su due piani: al piano terra si trova il Cdd, mentre al piano superiore lavorano alcuni assistenti sociali. Secondo le due madri, esisterebbe una soluzione semplice per evitare di trasferirsi: spostare gli uffici e utilizzare entrambi i livelli per ospitare sia il Cdd sia il Cse, permettendo "la convivenza dei servizi" e favorendo anche "un percorso di integrazione". "Non capiamo perché debbano essere spostati i ragazzi e non gli uffici", hanno aggiunto.
Dietro la decisione, ci sarebbe il problema delle liste di attesa. I posti nei Cse sarebbero più richiesti e il Comune avrebbe deciso di riconvertire la struttura per rispondere a questa domanda. Una scelta che, però, "penalizza proprio le persone con bisogni più complessi", secondo i genitori. Questo perché "i Cdd non sono un semplice servizio, per molti ragazzi rappresentano una seconda casa, il luogo dove trascorrono ogni giorno della loro vita", hanno spiegato ancora Ghiringhelli e Mattii.
Per questo motivo, il trasferimento viene da loro vissuto come uno "sfratto coatto" che non tiene conto dell'equilibrio costruito negli anni. "Il problema è la mancanza di programmazione: decisioni prese all'ultimo momento, servizi insufficienti e famiglie spesso lasciate sole", hanno concluso le mamme a Fanpage.it. "La disabilità non riguarda solo la persona, ma l'intera famiglia. Quando si decide di spostare un centro o cambiare servizio, l'impatto ricade su tutti". Da qui la richiesta di fermare tale riorganizzazione e aprire un confronto reale.
Intanto, però, la battaglia delle famiglie continua tra mobilitazioni pubbliche e il ricorso alla giustizia amministrativa. Per loro in gioco non c'è, infatti, solo il destino del Centro Anfossi, ma il modello stesso di inclusione che la città vuole costruire. Perché, hanno sottolineato a Fanpage.it, "quando una servizio funziona, chiuderla senza ascoltare è il segno più evidente che qualcosa nel sistema non sta funzionando".