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Detenuti del carcere di Opera denunciano nuovi pestaggi e abusi con una lettera: “Qui è la prassi”

Nuove accuse di pestaggi nel carcere di Opera a Milano. Con una lettera indirizzata a Fanpage.it, una trentina di detenuti hanno denunciato presunte violenze, abusi e condizioni disumane dopo i fatti già emersi a dicembre.
A cura di Giulia Ghirardi
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L’inizio della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, indirizzata a Fanpage.it
L’inizio della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, indirizzata a Fanpage.it

A distanza di pochi mesi dalla presunta aggressione che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa Vigilia di Natale, un nuovo episodio riaccenderebbe i riflettori su quello che i detenuti definiscono senza mezzi termini un "sistema malato e al collasso".

Dopo le testimonianze sui presunti pestaggi, un'interrogazione parlamentare e l'ispezione della deputata del Pd, Silvia Roggiani, una lettera firmata da 30 detenuti e indirizzata all'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, alla politica e a Fanpage.it, racconta un'altra presunta notte di violenza all'interno dell'istituto penitenziario milanese.

Il racconto della presunta aggressione a Opera

Il racconto dei detenuti è crudo, diretto, difficile da ignorare. "È appena passata la mezzanotte", hanno scritto i firmatari della lettera indirizzata a Fanpage.it, quando nel silenzio della sezione sarebbero iniziati a sentirsi "urla e un po' di casino". È a quel punto che, stando al racconto, i detenuti avrebbero aperto "i blindi" e, affacciandosi, avrebbero capito cosa stava succedendo: "Le celle vicino alla 23 cominciano a gridare di fermarsi agli agenti della penitenziaria che stanno picchiando un ragazzo che pesa meno di 50 kg e con problemi psichiatrici".

La scena, per come viene descritta, è quella di un'aggressione collettiva che sarebbe stata interrotta soltanto dalla protesta degli altri reclusi che avrebbero iniziato a "battere i cancelli e le porte" per costringere gli agenti a fermarsi. È allora che, però, la tensione sarebbe degenerata ulteriormente.

Nel tentativo di far cessare il pestaggio, un detenuto "si è tagliato tutto il braccio mettendolo fuori dal cancello con tutto il sangue che colava sul corridoio, ma è stato lasciato così per mezz’ora o più, con gli agenti in sezione che vista la caz***a fatta non si volevano avvicinare". Una scena che, se confermata, solleverebbe interrogativi gravissimi non solo sull'uso della forza, ma anche sulla gestione dell'emergenza sanitaria.

La lettera non si limita, però, alla sola cronaca dei fatti. Punta il dito contro la catena di comando e contro quella che viene percepita – stando alla testimonianza dei detenuti – come una sistematica negazione della realtà. "Le cose sono due", hanno scritto ancora i firmatari con toni polemici. "O chi dirige non sa cosa succede sotto il suo comando" e sarebbe quindi "inadeguato", oppure "copre i suoi e mette tutto a tacere". In entrambi i casi, secondo loro, "non può e non deve avere la responsabilità di essere umani".

Stando ancora alla lettera, emergerebbero anche presunte fratture interne allo stesso corpo di polizia penitenziaria. Nel documento, infatti, i detenuti riferiscono di agenti arrivati per il cambio turno che avrebbero rimproverato i colleghi: "Ma che caz** avete fatto, voi fate i danni e poi lasciate i problemi a noi". E, ancora più significativa, la presunta frase attribuita dalla lettera a un agente: "È la prassi qua a Opera". Una normalizzazione alla violenza che, se reale, renderebbe ancora più allarmante il quadro descritto dai detenuti.

Il documento insiste poi su un punto: non si tratterebbe di un episodio isolato. I firmatari collegano quanto accaduto lo scorso 3 aprile ai fatti del 24 dicembre denunciati da Fanpage.it e dall'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Aggiungono, però, un dettaglio: ci sarebbe un altro recluso della sezione 8 che avrebbe subito un pestaggio circa un mese prima, senza avere il coraggio di parlarne fino a ora. "Lo abbiamo tranquillizzato che non è più solo", hanno scritto i detenuti.

Nella parte finale, poi, i toni dei firmatari si fanno sempre più duri. "Non siamo carne da macello", hanno rincarato i detenuti, respingendo ogni tentativo di ridurre le loro denunce a semplici lamentele e rivendicano di aver seguito tutte le vie istituzionali per segnalare i fatti: reclami formali, segnalazioni ai magistrati di sorveglianza, lettere ai garanti e ai giornali. "Abbiamo utilizzato la strada del dialogo per cosa? Per farci trattare come bestie?", si sono interrogati, muovendo un'accusa che, se fosse verificata, vorrebbe dire una cosa sola: sapere e non intervenire.

Le condizioni "disumane" dell'isolamento

Alla denuncia dei presunti pestaggi si affianca quella delle condizioni materiali della sezione di isolamento, già oggetto di attenzione durante la visita della deputata Roggiani, ma – stando alla lettera – rimaste immutate. L'elenco è lungo e dettagliato: "impossibilità di lavare e stendere i vestiti per l'assenza di lavabi, brande e armadietti arrugginiti, muri deteriorati, infiltrazioni d'acqua e finestre senza guarnizioni". A questo si aggiungerebbe "muffa nelle docce, odori di fogna" provenienti da sanitari, "assenza di acqua calda e carenze nella fornitura di beni per l'igiene personale".

Non meno gravi le presunte limitazioni sui diritti fondamentali denunciate dai detenuti: "Censura di riviste e quotidiani, ostacoli nel contattare il Garante", telefonate agli avvocati contingentate, "colloqui con educatori e psicologi assenti o rari", fino al presunto blocco di disposizioni sanitarie. Un quadro che, se verificato, configurerebbe violazioni sistematiche ben oltre i singoli episodi di violenza.

Poi, un avvertimento finale: "Se fino a oggi le hanno fatte, da oggi cambia la musica". Nella lettera indirizzata a Fanpage.it i detenuti, infatti, dichiarano di non voler più tollerare aggressioni e abusi, rivendicando il diritto alla dignità e alla tutela prevista dalle norme nazionali e sovranazionali. Non una minaccia, ma la constatazione che la tensione avrebbe ormai raggiunto un punto critico, di non ritorno, e che, in uno Stato di diritto, il carcere non può mai diventare, neanche in via ipotetica, una zona d'ombra in cui la legalità si ferma davanti alle sbarre.

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