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Ucciso a Rogoredo da un poliziotto

Com’è possibile che nessuno sapesse quello che faceva Cinturrino: l’inchiesta è destinata ad allargarsi

Il sistema di controllo interno agli uffici di polizia non ha funzionato nei confronti di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo accusato di aver ucciso volontariamente Abderrahim Mansouri. Ma la sensazione è che quest’inchiesta sia destinata ad ampliarsi.
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Un assistente capo della Polizia di Stato è il quarto ruolo, dal basso, in ordine gerarchico. Per dirla in modo semplice: viene dopo agente, agente scelto e assistente. Tutti scatti di carriera che si fanno per anzianità di servizio e solo in alcuni casi, prima del tempo, per meriti. Il poliziotto che ricopre questa qualifica non è neanche un "ufficiale di polizia giudiziaria", lo diventa da vice-sovrintendente ma ci vuole un concorso. La differenza non è da poco, perché l'agente di polizia giudiziaria da solo non può fare perquisizione, interrogare un indagato e nemmeno prendere una denuncia se questa non è controfirmata da un ufficiale di polizia giudiziaria.

Nell'organizzazione di un commissariato di Polizia, quindi, un assistente capo, anche il più bravo, non può avere la responsabilità di una sezione (investigativa, uigos, volanti o amministrativa, per intenderci). Soprattutto in un commissariato di prima fascia, ovvero quelli diretti da un Primo dirigente, che sono i più grandi come organico e zona di competenza o che hanno particolari esigenze di servizio, come il commissariato Mecenate di Milano, a guidare ogni sezione ci sarà almeno un ispettore. In alcuni casi, vista la grande carenza di organico che colpisce sia polizia che carabinieri, un sovrintendente. In un commissariato così, inoltre, oltre al dirigente, ci dovrebbero essere almeno un vice-dirigente e probabilmente anche un terzo funzionario. Ma potrebbe esserci anche, oltre all'ispettore che coordina la specifica sezione, anche uno più anziano che svolge il ruolo di "ispettore coordinatore"di tutte le sezioni.

Questo sistema serve, o forse sarebbe meglio dire che dovrebbe servire, a instaurare un sistema di controllo interno agli uffici di polizia. In questo modo la polizia dovrebbe tutelarsi e soprattutto tutelare i cittadini dalle cosiddette mele marce. E allora cosa non ha funzionato nel caso di Carmelo Cinturrino, l'assistente capo – appunto – accusato di aver ucciso volontariamente Abderrahim Mansouri, un presunto spacciatore nel boschetto di Rogoredo, a Milano?

Secondo la ricostruzione fornita dalla Procura della Repubblica, il poliziotto avrebbe raggiunto da solo alcuni colleghi, senza che questi glielo chiedessero, che stavano effettuando degli arresti nella piazza di spaccio milanese e in quell'occasione avrebbe sparato alla testa del 28enne. Dopo avrebbe mandato un collega in commissariato a prendere una valigetta con dentro una pistola a salve, di cui non si sa ancora la provenienza ma si ipotizza un sequestro, da mettere accanto all'uomo morto per inscenare che questo lo stesse minacciando puntandogli l'arma. Il raggiro è stato svelato anche in seguito alla testimonianza, per la verità un po' tardiva, degli altri poliziotti presenti sul posto.

Dall'indagine è emerso anche che Cinturrino, su cui pendevano già dei sospetti relativi a un arresto del 2024, grazie anche alla presenza di un video, avesse creato un vero e proprio sistema di estorsioni e protezioni nei confronti di alcuni spacciatori della zona di Rogoredo e di Corvetto. Secondo alcuni testimoni, addirittura, avrebbe chiesto "200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno" proprio all'uomo a cui ha sparato. Ma anche che proteggesse, probabilmente dietro compenso, alcuni traffici di droga che avverrebbero in un palazzo popolare in cui la compagna del poliziotto fa da custode. Si parla, quindi, di arresti mancati o effettuati per mero interesse personale.

Un sistema che probabilmente andava avanti da tempo, forse da anni. E allora la domanda sorge spontanea: com'è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Com'è possibile che un assistente capo, che – come abbiamo visto – non è neanche ufficiale di polizia giudiziaria, sia riuscito a mettere su un sistema criminale approfittando del suo tesserino senza che nessuno se ne accorgesse? Dov'era il responsabile della sezione a cui lui era in forze, l'eventuale ispettore coordinatore, il funzionario, il vice-dirigente e il dirigente del commissariato mentre avveniva tutto questo? È davvero possibile che nessuno si sia accorto di nulla? E anche qualora fosse (molto difficile da credere!), non sarebbe anche questa una grave negligenza?

I poliziotti poi, anche per loro tutela, escono sempre almeno in coppia (forse solo il servizio posta si fa ancora da soli). E ogni volta che usano l'auto di servizio, a colori o in borghese, viene registrato. Chi era il compagno o chi erano i compagni che andavano con lui a non arrestare chi doveva esserlo e arrestare chi non doveva essere arrestato solo per favorire qualche altro spacciatore? Di quell'appartamento al Corvetto che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato usato come piazza di spaccio sotto la protezione di Cinturrino i suoi colleghi perché non se ne sono mai accorti? Non sarebbe stato anche loro compito individuare i luoghi di spaccio?

Tutte domande a cui la Procura della Repubblica e la stessa Squadra Mobile della Questura di Milano hanno detto a Fanpage.it di voler rispondere. "Non trascureremo alcun proprio di queste indagini, abbiamo tantissimi spunti e tantissimi aspetti da verificare. E dalle cose che sono emerse per il momento c'è qualcuno che si dice a conoscenza (delle attività illecite di Cinturrino, ndr). Questo ci permetterà di dare risposte", ha spiegato il procuratore Marcello Viola. E il capo della squadra mobile Iadevaia ha aggiunto: "Su questa cosa per ora non possiamo dire di più, altrimenti vanifichiamo la possibilità di fare riscontri: se preannunciamo i temi di indagine capite che informiamo anche chi deve essere oggetto di approfondimento. Non è voler nascondere, però le indagini per riuscire devono essere riservate".

La sensazione, allora, è che quest'inchiesta sia destinata ad ampliarsi e a svelare un grave sistema di corruzione che coinvolge quantomeno il commissariato Mecenate di Milano. Ma chissà quanti altri ce ne sono in cui non funziona quel sistema di controllo interno agli uffici che dovrebbe tutelare la polizia e soprattutto i cittadini dalle cosiddette mele marce. D'altronde questo alla periferia di Milano, dove peraltro son puntati gli occhi della stampa e della politica locale, è emerso soltanto perché è morto un uomo. Altrimenti chissà per quanto tempo ancora sarebbe andato avanti fra l'omertà e la complicità di tante, troppe persone. Di tanti, troppo poliziotti.

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Giornalista dal 2012, attualmente sono caporedattore di Fanpage.it. Lavoro nell'editoria digitale dal 2009 e ho fatto un'esperienza in tv in Rai. Ho scritto tre libri inchiesta sulla criminalità organizzata. Nel 2019 ho vinto l'European Award Investigative and Judicial Journalism.
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