
Al termine del secondo episodio del nostro podcast sulle Brigate Rosse, Bruno D'Alfonso, il figlio dell'appuntato Giovanni ucciso a Cascina Spiotta, sottolineava come le indagini sul brigatista fuggito si fossero fermate dopo pochi mesi da quel tragico 5 giugno 1975. Ci sono voluti cinquant'anni per arrivare alla sua identificazione in Lauro Azzolini, imputato nel processo in Corte d'Assise di Alessandria grazie alle nuove indagini partite dall'esposto di Bruno D'Alfonso. Ma chi è Azzolini, l'ex brigatista arrestato il primo ottobre 1978 nella base di via Monte Nevoso a Milano? E come sono arrivati alla Spiotta i carabinieri di Acqui Terme?
Il nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa
Nella primavera del 1975, alla vigilia del rapimento dell'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, le Brigate Rosse sono in piena attività. Hanno già sequestrato per la prima volta un magistrato, Mario Sossi, ucciso due militanti del Movimento sociale italiano e il maresciallo dei carabinieri Felice Maritano.
Da un anno, lo Stato ha risposto all'offensiva brigatista con il Nucleo speciale di polizia giudiziaria, il gruppo dell'antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato subito dopo il sequestro Sossi.
Non senza polemiche e gelosie all'interno dell'Arma, il nucleo opera con metodi nuovi e l'infiltrazione di Silvano Girotto – detto Frate Mitra che porta all'arresto di Renato Curio e Alberto Franceschini – ne è un esempio.
E poi c'è un'intuizione: il nucleo capisce, dopo la scoperta di alcune basi, che le Brigate Rosse acquistano immobili con documenti falsi, di persone non esistenti. Dalla Chiesa chiede allora ai carabinieri della territoriale del Nord-Ovest di incrociare i dati del catasto, sulle ultime compravendite, con i documenti degli acquirenti. E nella vicenda della Spiotta – lo vedremo più avanti – questa strategia avrà un peso importante.
Il giorno del sequestro Gancia
Nel racconto del sequestro Gancia abbiamo sempre parlato di Mara Cagol e Lauro Azzolini. Ma c'è in realtà un terzo brigatista coinvolto nell'operazione: si chiama Massimo Maraschi, lodigiano, ed è l'unico condannato per i fatti della Spiotta.
Maraschi, designato come il terzo carceriere di Gancia alla Spiotta, viene arrestato il 4 giugno 1975 dopo il sequestro dell'imprenditore, non per una complessa operazione dell'antiterrorismo ma per un banale tamponamento avvenuto la mattina del sequestro.
Maraschi vuole pagare subito il danno, ma l’altro automobilista non si fida e va dai carabinieri che qualche ora dopo, proprio vicino alla villa di Gancia, a Canelli nell'Astigiano, trovano il brigatista.
Maraschi viene arrestato: ha una pistola e i documenti falsi. In quel momento però i carabinieri non sanno ancora che Gancia è nelle mani delle Brigate Rosse.
“L’abbiamo trovato in una strada senza uscita, era nel primo pomeriggio”, ricorda in aula l'allora tenente di Canelli. I carabinieri che all'epoca ebbero a che fare con la Spiotta sono testimoni in questo processo.
Dopo l'arresto di Maraschi, a un certo punto dell’interrogatorio, i tasselli del puzzle iniziano a incastrarsi:
“L’abbiamo interrogato – continua l'allora tenente – gli abbiamo chiesto perché avesse tutti quei documenti falsi e si è dichiarato prigioniero politico”. A quel punto i carabinieri di Canelli chiamano il nucleo di Dalla Chiesa: da Torino partono Luciano Seno e Piero Bosso.
Seno è il capitano che ha condotto l'arresto di Curcio e Franceschini l'anno prima, Bosso è un maresciallo. Mentre Seno e Bosso sono a Canelli per l'interrogatorio di Maraschi, viene trovato ad Acqui Terme il furgone del sequestro Gancia.
E qui la storia si complica. Bosso racconta di essere andato, insieme a Seno, ad Acqui Terme, dove è tenente Umberto Rocca, il carabiniere che alla Spiotta perderà un braccio e un occhio. In caserma, alcuni carabinieri della territoriale mostrano a Bosso un incartamento:
"Io e Seno siamo andati ad Acqui Terme. Un carabiniere – racconta Bosso – viene fuori e dice: c’è quella cascina lì, abbiamo fatto degli accertamenti, tira fuori una cartellina gialla, non c’era la corrispondenza dell’acquirente con una persona reale, stiamo parlando della Cascina Spiotta." Ad Acqui Terme lo sanno da almeno due settimane.
L'informazione è dirompente perché, proprio seguendo il metodo Dalla Chiesa, la Spiotta potrebbe essere una base delle Brigate Rosse. E proprio le Br potrebbero aver sequestrato Gancia.
A quel punto, sempre secondo quanto ricorda in aula, Bosso fa un sopralluogo alla Spiotta: "Siamo andati in un cascinale più in alto. Si vedeva la Spiotta e le due macchine sotto il portico".
Quando invece è il suo turno in aula, Luciano Seno nega tutto: afferma di non essere andato ad Acqui Terme con Bosso e di non aver saputo dell'acquisto della Spiotta con documenti falsi. "Se avessi avuto una simile informazione l’avrei detto subito al generale Dalla Chiesa" è stata l'autodifesa di Seno.
Anche l'ultimo tassello del racconto di Bosso viene negato da Seno: rimandare l'intervento del nucleo al pomeriggio del giorno dopo, al termine della festa dell'Arma dei carabinieri a Torino.
Chi dei due dice la verità? Il racconto in successione di Bosso e Seno, le loro versioni discordanti, scatena la reazione del pubblico ministero Emilio Gatti: "Bastava che qualcuno dicesse una parola prima e magari non avevamo due morti, e quindi si potrebbe anche immaginare che qualcuno non ricordi più tanto bene perché teme una responsabilità personale.”

Gli errori che portano alla Spiotta
Nell'effetto domino che porta alla sparatoria della Spiotta c'è innanzitutto la mancata trasmissione, dalla territoriale di Acqui Terme al nucleo di Dalla Chiesa, dell'accertamento sull'acquisto del cascinale.
E poi l'intervento del tenente Rocca che la mattina del 5 giugno brucia il nucleo di Dalla Chiesa e fa il blitz alla Spiotta con Cattafi, Barberis e D'Alfonso. L'ex generale Gian Paolo Sechi, stretto collaboratore di Dalla Chiesa, in aula descrive cosa avrebbe fatto il nucleo: "Il comandante della territoriale avrebbe dovuto subito illustrare a noi se c’erano dei problemi, noi avremmo controllato di tutto e di più, con telecamere, dovevamo scoprire cosa facevano le Brigate Rosse, da dove partivano, dove andavano, come si incontravano".
Forse è solo una suggestione ma l'avvocato Nicola Brigida, uno dei legale della famiglia D'Alfonso, in aula lo dice chiaramente: "Qual era la strategia ingegnosa del generale Dalla Chiesa? Seguire passo passo i brigatisti. Siccome alla Cascina Spiotta ci gironzolavano tutti, Curcio, Moretti, forse la storia di questo Paese sarebbe stata diversa. Forse non ci sarebbe stata la strage di via Fani, li arrestavano tutti prima. Scendevano gli uomini di Dalla Chiesa, a uno a uno li avrebbero seguiti e addio Brigate Rosse”.

Il brigatista fuggitivo e la riapertura delle indagini
Se i carabinieri in dibattimento hanno fatto emergere come l'intervento del tenente Umberto Rocca sia stato fallimentare, anche la fase successiva alla sparatoria ha avuto le sue lacune nella ricerca del brigatista fuggito, Lauro Azzolini.
Massimo Maraschi è stato l'unico condannato per il sequestro Gancia e, in concorso anomalo, per l'omicidio dell'appuntato D'Alfonso. Azzolini invece, quando lascia la Spiotta, è sconosciuto all'autorità giudiziaria.
Reggiano – zona da cui le Brigate Rosse hanno attinto a piene mani – Azzolini fa la sua comparsa nelle cronache a settembre del 1976, quando a Biella, insieme a un altro brigatista, uccide il vice questore Francesco Cusano. Durante un controllo stradale. Vicino al corpo di Cusano rimane la patente falsa di Azzolini. La foto però è vera e fa il giro delle questure.
I genitori di Azzolini vengono convocati e confermano che è proprio il loro figlio il ricercato per l'omicidio Cusano. Chi non riconosce Azzolini sono invece i carabinieri presenti alla Spiotta, soprattutto l'appuntato Pietro Barberis che sul prato del cascinale è stato per diversi minuti a contatto diretto con Azzolini e Cagol.
Nel frattempo, Azzolini ha ruoli sempre più importanti nelle Brigate Rosse: "È uno dei responsabili nazionali della logistica, dà un contributo notevole, nell’ambito dello sviluppo delle tecniche di falsificazione di documenti, mette su tipografie per fare targhe" spiega Paolo Persichetti, ricercatore e giornalista che conosce come pochi la storia delle Br. Azzolini è nel comitato esecutivo, l'organo decisionale delle Br, durante il sequestro Moro, ma non ha ruoli operativi nell'agguato di via Fani.
Azzolini viene poi arrestato il 1 ottobre 1978, nella base di via Monte Nevoso a Milano. L'operazione dell'antiterrorismo, che nel frattempo è stato riformato, è clamorosa, perché insieme ad Azzolini vengono arrestati altri importanti brigatisti e viene trovato il memoriale Moro in versione dattiloscritta.
Gli arresti e la scoperta di basi a Milano arrivano pochi mesi dopo l'omicidio di Aldo Moro, in un'Italia che sembrava incapace di rispondere alle Brigate Rosse.
Dopo via Monte Nevoso, la foto di Azzolini fa di nuovo il giro di giornali e televisioni, ma ancora una volta nessuno lo collega alla Spiotta. I tre superstiti della Spiotta, Umberto Rocca, Rosario Cattafi e Pietro Barberis vedono Azzolini a Roma durante un trasferimento dal carcere. Ma non lo riconoscono ufficialmente, o meglio l'unico che potrebbe farlo, Barberis, non lo fa.
Bruno D'Alfonso è diventato carabiniere soprattutto per onorare la memoria del padre Giovanni. Ma matura presto un sentimento di sfiducia per l'Arma: "Ho avuto questo imbarazzo di indossare una divisa e nell’Arma dei carabinieri non riuscivo mai a trovare una collaborazione. C'era sempre qualcosa che aveva contrastato l’avanzamento dell’indagine”.
Nel corso degli anni si continua a parlare di Cascina Spiotta che nella storia delle Brigate Rosse ha un peso notevole per la morte di Margherita Cagol. E sono gli stessi ex brigatisti Renato Curcio e Mario Moretti a parlarne nei loro libri.
A quel punto Bruno D'Alfonso, che nel frattempo si è congedato dall'Arma, inizia a raccogliere materiale, testimonianze degli ex colleghi del padre e dei carabinieri dell'antiterrorismo. E ha soprattutto un'intuizione che riguarda il memoriale scritto da Azzolini e consegnato a Curcio dopo la sparatoria.
Conosciamo il memoriale perché è stato rinvenuto durante il secondo arresto di Curcio, nel gennaio 1976 a Milano. Ma sembra rimanere in un cassetto per decenni. Fino a quando, nell'esposto presentato dal suo legale Sergio Favretto nel 2021, D'Alfonso non chiede di verificare le impronte sul memoriale:
"Io l’ho detto subito, ho fatto i miei corsi di tecnica di polizia giudiziaria quindi so che sulla carta si possono asportare le impronte digitali anche a distanza di tempo" spiega D'Alfonso.
Le richieste per Curcio, Moretti e Azzolini
E da lì ripartono le indagini che ci hanno portato a questo processo e all'ammissione di Azzolini in aula: "C'ero quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta, in un minuto breve di cinquant’anni fa quando tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere. Al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso, mi dispiace, e Mara, una donna eccezionale, una compagna generosa".
Bruno D'Alfonso era a pochi metri da Azzolini: "Ho pianto dentro, non riuscivo a trattenere la forte emozione, davanti a me ho visto il carnefice di mio padre. Ha detto mi dispiace, ma io non posso accettare nessuna scusa, è molto tardivo quello che ha detto
Un anno e mezzo dopo, i pubblici ministeri Emilio Gatti e Ciro Santoriello hanno fatto le loro richieste: 21 anni per Lauro Azzolini, riconoscendogli le attenuanti generiche, soprattutto per aver confessato. E l'ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti.
Ma quali sono, in questa storia, le responsabilità dei due ex componenti del nucleo storico?
Nell'ultimo episodio parleremo anche di questo. "L'ultimo processo alle Brigate Rosse" è un podcast a puntate di Fanpage.it, con uscita settimanale.