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Dall’evasione di Curcio alla morte alla Spiotta: chi era Mara Cagol, fondatrice delle BR

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Abbiamo chiuso la prima puntata del podcast "L'ultimo processo alle Brigate Rosse" tornando sul prato di Cascina Spiotta, dove persero la vita l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse.

Ma chi era la compagna "Mara", la moglie di Renato Curcio e capo della Colonna Torinese delle Br?

Nome di battaglia "Mara"

Appena trentenne quando muore a Cascina Spiotta, la fondatrice delle Brigate Rosse ha un ruolo indiscusso nell'organizzazione e azioni clamorose alle spalle.

Nata a Trento l'8 aprile 1945, Cagol cresce in una famiglia cattolica con due sorelle, la madre è farmacista, il padre ha un esercizio commerciale.

Cagol fa volontariato negli ospizi e studia chitarra classica al conservatorio della sua città. L'adolescenza è scandita dalle attività solidali, dalla formazione cattolica.

L'incontro con la politica e con Curcio avviene a Trento, dove nel 1962 è stato aperto il corso di laurea in Sociologia: è il primo in Italia e diventa un polo attrattivo per centinaia di giovani, interessati allo studio dei fenomeni sociali e della politica. Nel 1963 tra gli studenti di sociologia c'è anche Marco Boato, che diventerà leader del movimento studentesco e molti anni dopo parlamentare.

"Trento divenne una sorta di oasi per docenti e studenti spinti all'innovazione, allo studio dei conflitti sociali" ci racconta Boato.

Renato Curcio arriva a Trento nello stesso anno di Boato. L'anno dopo si iscrive anche Cagol.

Il fondatore delle Br è valdese, ha avuto un'infanzia difficile, il padre non l'ha riconosciuto, la madre si è trasferita in Inghilterra. Curcio cambia città, fa il collegio a Roma, poi si trasferisce in Liguria, prima Albenga, poi va Genova. Dorme addirittura in strada prima di arrivare a Trento.

"Curcio – continua Boato – entrò nel Gruppo democratico intesa universitaria trentina", movimento fondato dal futuro parlamentare, di ispirazione cristiana, ma laico sul piano programmatico.

"A un certo punto – ricorda Boato – si era formata questa coppia molto affiatata, Margherita e Renato"

Gli anni di Trento sono intensi, l'università viene occupata più volte: è uno dei simboli del Sessantotto, ma la lotta armata non è ancora entrata nell'orizzonte dei due. Curcio nel frattempo si è avvicinato al marxismo, entra nel Partito comunista d'Italia, una formazione marxista-leninista.

La coppia si sposa il 1 agosto 1969, in Val di Non, pochi giorni dopo la laurea di Cagol: "Curcio invece, pur avendo finito gli esami – ci racconta Boato – non è si mai laureato per ragioni ideologiche".

Qualche ora dopo il matrimonio vanno subito a Milano per un'assemblea operaia.

Boato mantiene i rapporti con la coppia fino all'autunno del 1969: "Facevo la spola tra Trento e Milano, spesso in autostop. Mi ricordo di aver avuto un incontro con loro due cordiale, nella loro casa, un mini appartamento a Milano. Era vicino alla Pirelli, credo in Viale Sarca, ma anche lì nessun accenno in quella fase alla lotta armata".

La data è importante perché il 12 dicembre 1969 c'è l'attentato di piazza Fontana, uno shock per un'intera generazione. Le bombe della destra eversiva sono una molla che spinge all'azione politica. E alla lotta armata una parte di quella generazione.

L'embrione delle Brigate Rosse

Nel frattempo Curcio e Cagol hanno costituito il Collettivo politico metropolitano, un gruppo che raccoglie le esperienze di lotta di fabbrica più radicali a Milano, come la Pirelli e la Sit-Siemens. Siamo in una fase intermedia. Si guarda alle fabbriche intercettando la rabbia operaia, fuori dai canali del sindacato e del Partito comunista italiano. Entrambi considerati troppi morbidi e attendisti.

Marco Boato: "Cominciò la fase che chiamerei della semi clandestinità. Partecipano a movimenti collettivi, a lotte, a conflitti soprattutto sui temi della casa nelle periferie di Milano".

Nel Cpm, tra gli altri, ci sono Renato Curcio, Margherita Cagol, Mario Moretti e Alberto Franceschini che ha lasciato Pci di Reggio-Emilia.

Il giro di boa 1969/70 porta al convegno di Costaferrata, sull'Appennino Reggiano. Un centinaio di giovani, provenienti dal Cpm, ex-Pci, universitari di Trento, discutono di lotta armata. Siamo in agosto. Qualche giorno dopo compaiono i primi volantini firmati Brigate Rosse: invitano gli operai alla "vendetta proletaria contro i dirigenti – definiti – bastardi".

È solo questione di tempo prima degli attentati incendiari alle auto dei dirigenti sgraditi agli operai. La serie si allunga fino al 1972-73, quando arrivano i primi sequestri lampo a Milano e poi a Torino, come vi abbiamo raccontato nella prima puntata del podcast.

Il primo magistrato sequestrato

Tra aprile e giugno 1974 il livello di scontro si alza ancora. Le Br sequestrano per più di un mese Mario Sossi, sostituto procuratore di Genova, chiedendo, in cambio della sua vita, la liberazione del gruppo XXII Ottobre, la prima banda armata condannata con Sossi pubblico ministero. La fuga dal centro di Genova con il magistrato prigioniero è rocambolesca e coinvolge anche Mara Cagol, alla guida.

Nella magistratura c'è un braccio di ferro: prima arriva un via libera alla scarcerazione della XXII Ottobre, poi il procuratore generale presso la Corte d'appello di Genova, Francesco Coco, blocca tutto con un ricorso. Due anni dopo, l'8 giugno 1976, Coco verrà ucciso insieme alla sua scorta dalle Brigate Rosse, in quello che è il primo omicidio politico dell'organizzazione.

Dopo il sequestro Sossi nasce il nucleo dell'antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ed è una svolta nella caccia ai brigatisti.

Frate Mitra

Il 17 giugno 1974 c'è il duplice omicidio di via Zabarella a Padova. Qualche mese dopo, Curcio e Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, l'8 settembre.

I carabinieri dell'antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa hanno infiltrato, nelle Brigate Rosse, un ex prete guerrigliero: Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Girotto, dopo aver incontrato Curcio e discusso di come addestrare militarmente i brigatisti, fa arrestare il fondatore delle Br.

A raccontarci quella che è a tutti gli effetti una spy story è l'ex colonnello dei carabinieri Luciano Seno: è lui il carabiniere che, in una foto passata alla storia, blocca con una presa al collo Alberto Franceschini.

Curcio è detenuto a Casale Monferrato. Non proprio un carcere di massima sicurezza. Qualche mese dopo, nel febbraio 1975, è Mara Cagol a condurre il blitz per farlo evadere. Si presenta all'ingresso del carcere, con un pacco da consegnare. Sotto la giacca ha un mitra e in pochi minuti, con altri brigatisti, fa evadere il marito.

Cascina Spiotta

Nonostante la liberazione di Curcio, nella primavera del 1975 le Brigate Rosse non vivono un momento facile. Alcuni militanti sono in carcere, l'organizzazione ha bisogno di soldi per gestire e finanziare la lotta armata. Nasce così l'idea di sequestrare l'imprenditore degli spumanti Vittorio Vallarino Gancia.

Il piano prende forma il 4 giugno 1975, quando Gancia viene rapito mentre esce di casa per andare in azienda. I brigatisti hanno allestito a Cascina Spiotta una "prigione del popolo".

A sorvegliare Gancia ci sono Mara Cagol e Lauro Azzolini. Il giorno dopo i carabinieri di Acqui Terme arrivano alla Spiotta. Cagol e Azzolini vengono colti di sorpresa. I carabinieri bussano alla porta, mentre i brigatisti si preparano all'attacco. In pochi istanti la situazione precipita.

Azzolini lancia due bombe a mano, colpisce il tenente Umberto Rocca, che perde un braccio e un occhio.

Mentre cercano di raggiungere le loro auto, Giovanni D'Alfonso spara ai due brigatisti che rispondono al fuoco. D'Alfonso viene colpito prima al polmone e poi alla testa. Morirà sei giorni dopo all'ospedale di Alessandria.

Ma chi ha ferito mortalmente D'Alfonso? Mara Cagol o Lauro Azzolini?

Dopo la sparatoria della Spiotta, Azzolini redige un dattiloscritto che consegna a Renato Curcio: è il memoriale di Cascina Spiotta, un documento fondamentale in questa storia perché contiene il racconto scena dopo scena di quel drammatico 5 giugno 1975. Secondo Azzolini è Cagol a uccidere D'Alfonso: "La M. [sigla con cui è indicata Mara Cagol nel memoriale] gli tirò ancora".

"Da vicinissimo gli ha inferto il colpo di grazia. Si è capito che era stata un’esecuzione” ci ha raccontato Bruno D'Alfonso, il figlio dell'appuntato Giovanni.

A quel punto Azzolini e Cagol prendono le loro auto e provano a lasciare la Spiotta. Ma in fondo alla strada c'è la vettura dei carabinieri e l'appuntato Pietro Barberis che sbarra la strada. Azzolini finisce in un fosso, Cagol lo tampona. I due brigatisti escono dalle auto, Cagol è ferita e dice – lo leggiamo nel memoriale di Azzolini – di volersi arrendere. Barberis li tiene sotto tiro. Azzolini ha ancora una bomba a mano: la lancia contro il militare che la schiva e spara.

Le due versioni sulla morte di Cagol

Da qui le versioni divergono. Per Barberis è questo il momento in cui Cagol viene uccisa: quando prova a scappare insieme ad Azzolini dopo il lancio della bomba. Azzolini, lo scrive nel memoriale, sostiene invece che Cagol non riesca a fuggire perché ferita. Lui si nasconde nei boschi e capisce di non avere alternative alla fuga. Vede Cagol con le braccia alzate e si allontana, diventando il fuggitivo della Spiotta. Dopo qualche minuto sente dei colpi secchi e una raffica di mitra: in quei colpi, per Azzolini, c'è l'esecuzione di Mara Cagol.

Alcuni elementi danno credito alla versione di Azzolini, come il bossolo trovato vicino al corpo di Mara Cagol, mentre dopo il lancio della bomba Barberis era distante una decina di metri dai due brigatisti. E poi c'è l'autopsia. "Il colpo che l'ha attinta essendo entrato da un’ascella e uscito dall’altra ascella – spiega l‘avvocato Francesco Romeo difensore di Mario Moretti – è evidente che Cagol avesse le braccia alzate. Se non avesse avuto le braccia alzate il proiettile avrebbe ferito le braccia". L'avvocato Romeo in aula non ha usato mezzi termini: "Cagol si era arresa, è stata uccisa da Barberis, è stata una vendetta, aveva i suoi colleghi dilaniati sul terreno. Bisogna avere il coraggio di dirlo".

Le difese degli imputati avevano chiesto una nuova perizia balistica che però è stata rifiutata dalla Corte. Forse, avrebbe fatto luce su chi, tra Cagol e Azzolini, abbia ucciso D'Alfonso.

Ma la dinamica della sparatoria non è l'unico buco nella vicenda della Spiotta. Perché intervennero i carabinieri di Acqui Terme e non quelli dell'antiterrorismo? E perché Azzolini è stato identificato come il brigatista fuggito solo 50 anni dopo?

Nel prossimo episodio ripartiremo da queste domande.

"L'ultimo processo alle Brigate Rosse" è un podcast a puntate di Fanpage.it, con uscita settimanale.

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