Solo per abbonati podcast

Sequestri, omicidi, il sogno della rivoluzione: “L’ultimo Processo alle Brigate Rosse”

Immagine
Audio wave

Contenuto riservato agli abbonati

per riceverlo e accedere a tanti altri contenuti esclusivi.

Immagine

Il 5 giugno 1975, a Cascina Spiotta, nel Monferrato, uno scontro a fuoco tra le Brigate Rosse e i carabinieri lascia due morti. Sono l’appuntato Giovanni D’Alfonso, 45 anni e tre figli, e Mara Cagol, fondatrice delle Br e moglie di Renato Curcio.

Alla Spiotta le Brigate Rosse hanno portato Vittorio Vallarino Gancia, il “re degli spumanti”, sequestrato per finanziare l’organizzazione, con la richiesta di un riscatto da un miliardo di lire. Quando i carabinieri arrivano davanti al casolare, i brigatisti lanciano due bombe a mano.

Ne segue un conflitto a fuoco: D’Alfonso viene ferito mortalmente. I brigatisti sono in due, Cagol muore mentre l’altro militante delle Br riesce a fuggire nei boschi. E resterà senza nome per cinquant’anni.

Fino alla nuova indagine che riapre il caso e porta al processo del 2025 davanti alla Corte d’Assise di Alessandria.

Gli imputati sono Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. Per la Procura di Torino è proprio Azzolini il brigatista fuggito da Cascina Spiotta.

Il processo in Corte d'assise di Alessandria/foto di Giancristofaro
Il processo in Corte d'assise di Alessandria/foto di Giancristofaro

È da qui che parte “L’ultimo processo alle Brigate Rosse”, il podcast di Fanpage.it, che dal caso Spiotta ripercorre la storia della principale organizzazione comunista che ha fatto la lotta armata in Italia, attraversando e insanguinando più di un decennio di storia italiana.

In quattro puntate raccontiamo l'ascesa e la caduta delle Brigate Rosse, passando dalle azioni nelle fabbriche ai primi omicidi, fino al sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. E le biografie di Curcio, Cagol e Moretti, brigatisti del nucleo storico.

Il processo ad Alessandria ci ha permesso anche di ricostruire tutta la catena di errori che ha portato al tragico esito della Spiotta, ma anche le domande intorno alla morte di Mara Cagol: è stata uccisa quando si era già arresa?

E poi l'instancabile ricerca della verità da parte di Bruno D'Alfonso, figlio dell'appuntato Giovanni, che con un esposto ha dato impulso alle nuove indagini, portando all'identificazione del brigatista fuggito.

"Mordi e fuggi"

Le Br nascono all’inizio degli anni Settanta, in un’Italia attraversata dalle lotte operaie e dallo stragismo neofascista, che con le bombe cercano di provocare una svolta autoritaria del Paese a destra.

Le prime azioni delle neonate Br colpiscono a Milano le auto di capi reparto e dirigenti considerati ostili agli operai. Alla SIT-Siemens e alla Pirelli agiscono i primi nuclei che si avvicinano alla lotta armata. Siamo in una fase ancora embrionale delle Br: le azioni servono per alimentare la lotta di classe, per guadagnare il consenso degli operai fuori dal sindacato e dal Partito comunista italiano.

"Le prime cose fatte erano gli incendi alle macchine, mettere uno di quei congegni a tempo, che chiamavamo Lilly, sotto le gomme. Lilly perché allora le potevi fabbricare tranquillamente comprando ingredienti in pubblica vendita, erano fatte svuotando un contenitore di plastica, non ricordo se fosse candeggina o acqua distillata, ma quel marchio era Lilly".

Ce lo racconta Roberto Vho, nelle Br dall'autunno del 1970 alla primavera del 1972. Nato nel Lodigiano, Vho ha conosciuto i componenti storici dell’organizzazione, come Renato Curcio, Mara Cagol e Mario Moretti.

Gli incendi alle auto dei dirigenti sgraditi agli operai sono solo l’inizio. Poi arrivano i sequestri.

"I primi sequestri di persona, seppur mordi e fuggi, hanno rappresentato un salto di qualità", ci racconta Gian Carlo Caselli, magistrato simbolo della lotta alle Brigate Rosse.

Caselli ha seguito l'evoluzione delle Br nella città della Fiat, Torino, dove, nel febbraio 1973, l'organizzazione rapisce Bruno Labate, sindacalista di destra. Labate subisce un processo dalle Br: viene preso mentre va in ufficio e sottoposto a un vero e proprio processo. Viene rilasciato dopo qualche ora – da qui il "mordi e fuggi" – con la testa rasata a zero e incatenato davanti ai cancelli di Mirafiori.

Nel giro di pochi mesi le Brigate Rosse alzano il tiro con il sequestro di Ettore Amerio, direttore del personale Fiat, rapito il 10 dicembre 1973  e tenuto prigioniero per una settimana. "Sono le nuove Brigate Rosse – spiega Caselli – sequestri non più mordi e fuggi, ma sequestri protratti nel tempo, quindi con la prigione, con un covo attrezzato e con richieste da soddisfare", come la revoca della cassa integrazione. Il 1973 è un anno di grave crisi economica, per lo shock petrolifero dovuto alla guerra tra Israele ed Egitto: è la stagione delle domeniche a piedi e delle insegne spente nelle città italiane.

I primi omicidi delle Brigate Rosse

Se da un lato le Br si radicano nelle fabbriche, dall'altro lato siamo nell'Italia scossa dallo stragismo della destra eversiva. 

La bomba che segna un prima e un dopo è quella di Piazza Fontana: esplode a Milano il 12 dicembre del 1969, uccidendo 17 persone. La serie di attentati prosegue e nel maggio 1974 colpisce Brescia a piazza della Loggia. Anche qui il bilancio è drammatico, con otto vittime, manifestanti antifascisti.

Nella loro prima fase, le Brigate Rosse hanno anche una componente antifascista militante.

E cercano di rispondere allo stragismo. Sono convinti del legame tra la recente strage di Brescia e l'eversione veneta. La pista porta nella sede provinciale del Movimento sociale italiano di Padova. In via Zabarella.

Il 17 giugno 1974, un gruppo di cinque brigatisti entra in quella sede.

Fanno parte della Colonna Veneta delle Brigate Rosse, che dopo Milano e Torino hanno messo radici anche in Veneto. Il piano sembra semplice.

"Avrebbe dovuto essere una normale azione di propaganda, l’occupazione momentanea della sede con scritte sul muro, imbavagliamento dei presenti e portare via gli archivi". Ce lo racconta una delle cinque persone presenti.

Si chiama Susanna Ronconi, all'epoca 22enne: è lei l'incaricata di recuperare i documenti nella sede dell'Msi, dopo l'ingresso di due compagni.

L'ho incontrata a inizio del 2026, a Torino dove vive da anni. Ronconi ha fatto parte delle Br per circa un anno e mezzo, prima di lasciare l'organizzazione e continuare la lotta armata con Prima Linea.

Susanna Ronconi oggi/foto di Giancristofaro
Susanna Ronconi oggi/foto di Giancristofaro

Sono passati più di 50 anni da quel 17 giugno 1974.

"L’idea iniziale era di trovare una sola persona" racconta Ronconi. E invece nella sede ci sono due uomini: Giuseppe Mazzola, 57 anni, e Graziano Giralucci, 30. A entrare sono Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli, originari di Reggio Emilia, poco più che ventenni e nelle Brigate Rosse dall’inizio. Mazzola e Giralucci reagiscono. Ognibene spara e colpisce Mazzola alla gamba. Pelli, che sta entrando in un'altra stanza, torna indietro. E spara.

Mazzola viene colpito alla testa, Giralucci alla spalla e poi alla tempia. I due missini sono le prime vittime delle Brigate Rosse.

Per Ronconi via Zabarella segna una cesura. "L’ingresso nella lotta armata con un duplice omicidio non è una cosa, come puoi immaginare, leggera. Per come ero io all’epoca è stato qualcosa che mi ha detto: “Ok, è l’ora”. Di andare avanti ed entrare in clandestinità, stracciare i documenti e trovarsi un'altra identità. Un vero e proprio salto nel buio.

Ronconi saluta la madre e scrive una lettera al padre, ex ufficiale della marina. Per quasi un decennio, lotta armata e clandestinità saranno la sua vita, tra Br e soprattutto Prima Linea.

Etica e Politica

Cinquant'anni dopo via Zabarella, una condanna a 22 anni e più di un decennio in carcere, anche per la successiva militanza in Prima Linea, Ronconi riflette sul rapporto tra politica e violenza:

"Nella relazione tra etica e politica, per me oggi non solo c’è una relazione forte tra le due dimensioni, ma l’etica viene prima. Quando si sceglie la lotta armata – spiega – quel rapporto si rovescia. La radicalità di questo interrogativo sul sopportare di dare la morte è una radicalità dovuta al giudizio sul contesto. Spesso noi ci sentiamo dire che siamo solo degli assassini. E qui sta il punto. Dico sì, come definizione è corretta perché ho dato la morte. Però è una frase che viene pronunciata “sono solo degli assassini” virgola senza nessuna motivazione legittima. Questo è un dibattito molto scomodo, però dal mio punto di vista, siccome ho scelto di fare quello e mi sembrava in quel momento motivato, i miei dispositivi interiori sono legati a questo, all'autenticità della mia scelta".

La scelta delle armi e della violenza per Ronconi non sarebbe stata possibile fuori dalla politica. Ed è una scelta che affonda le radici in un contesto di forte scontro, a tutti i livelli nella società italiana, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta.

Poi ci sono i percorsi personali, come la formazione politica di Ronconi nella Padova di Scienze politiche e di Potere operaio, gruppo di cui fa parte prima di unirsi alle Brigate Rosse.

Siamo in un'Italia in cui di lotta armata si parla nei giornali e nelle decine di gruppi della sinistra extraparlamentare che rifiutano l'idea del compromesso storico tra Pci e Democrazia Cristiana.

Che vedono nelle armi uno strumento per combattere lo Stato e le tentazioni golpiste della destra.

Il cortocircuito del 1973, con il Golpe in Cile che rovescia il governo socialista di Salvador Allende, è la molla che attiva l'urgenza rivoluzionaria di Ronconi e di tanti ragazzi e ragazze della sua generazione. Una corsa alle armi in favore del comunismo e della lotta di classe. Un buco nero che inghiottisce per oltre un decennio centinaia di militanti.

Per Ronconi l'autocritica arriverà insieme ai compagni di Prima Linea, nei gabbioni del maxi-processo di Firenze: "La scelta di dire Prima Linea è finita è avvenuta lì. È stato un ragionamento sulla lotta armata come strumento, al di là degli aspetti etici. C’erano interrogativi aperto sulle forme di conflitto sociale, ma l’unico interrogativo chiuso era le armi non servono".

Sul prato di Cascina Spiotta

Quando il 5 giugno 1975 c'è la tragedia della Spiotta, Ronconi è già fuori dalle Brigate Rosse. Ronconi ha conosciuto Cagol in alcuni riunioni. Ne conserva il ricordo di una dirigente autorevole delle Br.

"Noi siamo stati malissimo per questo, per la morte di Mara prima di tutto e perché tutta questa tragedia succedeva e noi non c'eravamo. Non è che ci fossero particolari che ci venivano dati, se non da subito il discorso che si fa ancora oggi: che Mara era stata giustiziata".

Com'è morta Mara Cagol? E soprattutto chi era?

Nel prossimo episodio ricostruiremo la sua storia e le origini delle Brigate Rosse.

"L'ultimo processo alle Brigate Rosse" è un podcast a puntate di Fanpage.it, con uscita settimanale.

api url views
Immagine
Solo per abbonati
Ascolta subito questo episodio attivando la prova gratuita di 14 giorni
Sei già un sostenitore?
Questo lavoro richiede tempo, risorse e indipendenza. Con l'abbonamento a Fanpage.it accedi ai contenuti di L'ultimo processo alle Brigate Rosse e sostieni i giornalisti che li hanno realizzati.
Offerta limitata
Gratis per 14 giorni
  • Sito web e app senza pubblicità
  • Rassegna delle news più rilevanti del giorno
  • Newsletter, serie e podcast esclusivi
  • Sostieni il giornalismo libero e indipendente
Ora non paghi nulla, dopo 14 giorni riceverai un addebito di 90€/anno
Sei già un sostenitore?