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Nell'ultimo rapporto annuale Istat, diffuso giovedì scorso, sulla scuola ci sono dati confortanti. Per esempio, migliora il dato sull'abbandono precoce degli studi, pari all'8,2% nel 2025. Un traguardo, visto che l'Ue aveva fissato l'obiettivo del 9% da raggiungere per il 2030. Questo non vuol dire che le criticità siano sparite: restano divari territoriali e forti disuguaglianze, tra i maschi si registrano valori di abbandono scolastico precoce più alti e nelle Isole la problematica si fa sentire di più. Resta poi la fragilità di base dei giovani con cittadinanza straniera, il cui tasso di abbandono precoce degli studi è circa quattro volte superiore.

Continua a incidere molto il contesto di partenza: tra i figli di genitori che hanno al massimo la licenza media il tasso di abbandono scolastico è di gran lunga più alto. Questo significa che la scuola non riesce ancora da sola ad abbattere le diseguaglianze sociali, e che sulla reale possibilità di completare con successo il percorso di studi conta ancora molto la famiglia di provenienza e gli strumenti di crescita che i genitori possono offrire ai figli, come viaggi studio, visite al museo, o semplicemente una biblioteca domestica ben fornita. Ma la domanda è: cosa sta facendo "la scuola del merito" del governo Meloni per eliminare le disparità di partenza per gli studenti e garantire a tutti il raggiungimento delle competenze necessarie a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro?

IL TEMA DEL GIORNO

La scuola da sola non ce la fa a eliminare le disparità di partenza, lo dice anche l'Istat

Nascere in un luogo piuttosto che in un altro può fare la differenza. È miope parlare di ragazzi "svogliati" o "demotivati", quando a casa non trovano la giusta spinta o il giusto sostegno. Lo certifica anche Save the Children nella sua ultima ricerca sulle condizioni nelle periferie delle 14 città metropolitane italiane, secondo cui ben 142mila ragazzi (il 10,3% del totale, cioè uno su dieci) vivono in aree di grave disagio socioeconomico urbano, in cui il 42,3% delle famiglie si trova in povertà relativa, la dispersione scolastica è doppia e più di un giovane su tre non studia e non lavora. Dati che vanno letti insieme al quadro descritto dall'Istat, che ricorda ancora una volta come il livello di istruzione si rifletta poi sulle opportunità individuali in termini occupazionali. E infatti, al crescere del titolo di studio, aumentano anche il vantaggio economico e le probabilità di trovare lavoro. "Il premio occupazionale aumenta già a partire dal passaggio dalla licenza media a un titolo secondario superiore: il tasso di occupazione sale dal 56,1 al 74,6% (+18,5 punti percentuali), quello di disoccupazione scende dall'8,7 al 5%", mette nero su bianco l'istituto.

Oltre a un focus sull'abbandono del percorso di studi, nel rapporto si analizzano anche fenomeni di fragilità negli apprendimenti e di dispersione scolastica implicita (studenti che completano il percorso di studi fino al diploma senza aver però raggiunto le competenze di base adeguate). Nel 2025, per esempio, è aumentato il numero di studenti iscritti all'ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado nei quali si riscontrano livelli inadeguati in italiano e matematica: 36% contro il 33% del 2024. La dispersione implicita è dell'8,7%, in crescita rispetto al 2024 quando era del 6,6%. Il tipo di scuola frequentata e l'area geografica di residenza sono i fattori che più incidono sulla dispersione implicita: chi frequenta un istituto professionale ha una probabilità di dispersione sedici volte superiore a quella di un liceale. Vivere nelle Isole poi triplica il rischio di fragilità, che diventa undici volte più elevato per la dispersione.

Il background culturale delle famiglie di provenienza è ancora centrale e non permette all'ascensore sociale di muoversi. Questo è l'elemento che ci sembra più preoccupante: l'abbandono scolastico precoce è più diffuso tra i figli di genitori che hanno al massimo la licenza media: 20,7%, contro l'1,1% se almeno un genitore è laureato. Il tasso di abbandono scende invece al 3,9% se i genitori hanno il diploma. Per un ragazzo completare il percorso di studi in queste condizioni  equivale letteralmente a compiere una scalata con una zavorra sulle spalle.

Se non si varano politiche ad hoc, il rischio evidente è un aumento della dispersione scolastica esplicita nei prossimi anni. Soprattutto se si considerano i ragazzi stranieri tra i 6 e 19 ani residenti nel nostro Paese: sono 835mila (l'11,3% del totale di popolazione di questa classe d'età). Per loro il tasso di abbandono cambia a seconda dell'età di arrivo in Italia (44,1% per chi è arrivato tra i 16 e i 24 anni, 15,3% per chi aveva meno di 10 anni). Se il governo non interviene per promuovere l'inclusione scolastica degli studenti con background migratorio, prima di tutto concedendo loro la cittadinanza, sarà responsabile di una perdita ingente di capitale umano.

L'APPROFONDIMENTO

Buondonno (Sinistra Italiana – Avs): "Classi più piccole e tempo prolungato contro la dispersione scolastica"

L'ultimo rapporto Istat, come abbiamo visto, ha dedicato ampio spazio al mondo della scuola. In particolare, è emerso come l'Italia abbia fatto notevoli progressi nell'ultimo anno in relazione alla dispersione scolastica, raggiungendo in anticipo l'obiettivo europeo per il 2030. Nel 2025 il tasso di abbandono scolastico si è attestato all'8,2%, un valore inferiore alla media dell'Unione Europea (9,1%), ma la qualità dell'apprendimento e le forti disuguaglianze legate al territorio di residenza, alla cittadinanza e alle origini familiari rimangono sfide aperte.

Come vincerle? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Buondonno, responsabile Scuola e Università di Sinistra Italiana – Avs, che a Fanpage.it ha spiegato che "il primo segnale che emerge, in termini di prevenzione dell'abbandono scolastico e di miglioramento della qualità formativa, è che in classi più piccole si lavorerebbe molto meglio. In secondo luogo, bisogna investire in modo molto più corposo in termini di personale docente, di sostegno, anche di rete di assistenza, di supporto territoriale e di politiche culturali in quelle realtà in cui all'indice di abbandono scolastico si somma anche un indice di disagio sociale".

Dunque, avere un maggior numero di docenti per classi più piccole, ma non solo. "Credo che si dovrebbe anche aumentare il tempo a scuola – ha continuato Buondonno -, quindi garantire il tempo pieno e il tempo prolungato".

Buondonno sottolinea anche che "l'Istat coglie, poi, il fatto che c'è un legame strettissimo tra background familiare e livello di istruzione. Io credo che le scelte che sono state fatte in questi ultimi anni tendano ad appiattire e non a a determinare un processo di ascensore sociale. Dobbiamo impegnarci a ridurre queste differenze sociali"

Per altro, il tasso di abbandono degli studenti stranieri (26,2%) è circa quattro volte superiore a quello degli italiani (6,7%). "Oltre a tutte le misure di cui abbiamo già parlato, io in questo caso credo che andrebbe rafforzato l'insegnamento dell'italiano L2, mettendo le scuole in condizione di investire in questo senso, riuscendo, con classi più piccole, anche a fare progettualità didattiche formative, se non personalizzate, almeno rivolte ai bisogni di piccoli gruppi in modo specifico. Nelle classi numerose inevitabilmente la didattica si standardizza su un livello che è oggettivamente selettivo e chi è più debole soccombe. Che sia poi un ragazzo con background straniero o con disturbi specifici di apprendimento, il problema si ripropone comunque".

Per mettere in campo tutti questi espedienti, servono ovviamente risorse. Sempre secondo l'ISTAT la spesa pubblica per l'istruzione ammonta nel 2025 all'8,0% della spesa pubblica totale e al 4,0% del Pil. Nonostante il rapporto rispetto al Pil rimanga inferiore alla media europea (4,8%), negli ultimi anni si è registrata una crescita degli investimenti, trainata dai fondi del PNRR per le infrastrutture scolastiche e dalle spese per i rinnovi contrattuali del personale.

"È anche vero che molti di questi investimenti legati al PNRR – ha precisato Buondonno – sono stati molto improduttivi. Nel senso che si sarebbe dovuto pensare a progettualità più finalizzate, per esempio, a gestire didatticamente e pedagogicamente l'impatto del digitale sui processi cognitivi ed elaborativi dei giovani. Avremmo avuto bisogno di un minor numero di iniziative propagandistiche col PNRR e di molte più misure concrete, come per esempio, la stabilizzazione dei docenti precari".

Di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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